MADE IN ITALY

Parmigiano, spumanti, meccatronica
La grande occasione del Made in Italy

BOLOGNA

IL PARMIGIANO Reggiano ha già vinto la prova sakè. «Abbinamento perfetto», ha decretato Simone Ficarelli, marketing manager del Consorzio che riunisce i produttori del blasonato formaggio al termine di un test azzardato in una fiera in Giappone. «Dove il consumo di Parmigiano è nettamente aumentato – osserva Ficarelli – E d’altronde è un cambiamento di abitudini alimentari. Noi apprezziamo il sushi, i giapponesi hanno imparato ad amare il Parmigiano Reggiano». Lo dicono anche i numeri: negli anni Ottanta si esportava in Giappone un pallet di forme all’anno. Oggi sono almeno 800 tonnellate. «E’ un mercato leale e corretto – dice Ficarelli – In seguito all’Accordo però dovremo adattare la produzione. In Giappone si vendono tagli da 20-30grammi, e non il classico chilo che viene venduto qui. E siccome il formaggio deve essere confezionato in Italia, le aziende che lo commercializzano si dovranno adattare». I benefici però arriveranno e saranno tangibili, vista la riduzione netta dei costi legati al taglio dei dazi. Se l’agroalimentare vedrà immediatamente benefici, un altro settore che avrà una ricaduta positiva sarà la meccanica di precisione. Un esempio è la Philip Morris che a Bologna ha costruito un mega stabilimento con un investimento di un miliardo di euro, dove produce un nuovo prodotto: tabacco a potenziale rischio ridotto. «L’80% dei volumi dell’export va verso il Giappone già oggi – spiega Gianluca Bellavista, direttore delle relazioni esterne di Philip Morris Italia –. L’insediamento di Philip Morris in Emilia ha creato un indotto notevole, che coinvolge 10mila persone. Se pensiamo poi che il moltiplicatore è uno a tre possiamo immaginare la ricaduta sul territorio della maggiore apertura del Giappone, dove il nostro prodotto può essere promosso senza le limitazioni che troviamo qui».

L’ALLARGAMENTO della strada commerciale verso Oriente è in effetti destinato a spingere l’intera economia, non solo le merci orientate all’export, ma anche l’indotto che opera attorno. Uno studio svolto dall’Italian Trade Agency dell’Ice con l’Ambasciata italiana a Tokyo fa un lungo elenco di «settori promettenti» che possono beneficiare immediatamente delle nuove regole: spumanti, formaggi, salumi, dolci, prodotti biologici per stare nell’agroalimentare, ma anche arredamento, piastrelle, motori elettrici, pile, sistemi tecnologici, la meccatronica, medicinali alternativi, ingredienti per farmaci, tutto il comparto biomedicale e chimico. Il meglio dell’Italia insomma.

PER cogliere le opportunità le aziende hanno a disposizione una serie di appuntamenti organizzati dall’Ice e dalla Farnesina (è bene consultare i siti infomercatiesteri. it e extender.esteri.it). Aiutano anche il Consolato giapponese a Milano con l’equivalente dell’Ice giapponese (la Jetro), la Camera di commercio giapponese in Italia e la Fondazione Italia Giappone. ATokyo poi, la Jetro aiuta gli imprenditori italiani mettendo a disposizione gratuitamente per un mese un ufficio in sharing per organizzare i contatti, e dà la possibilità di avere interpreti e consulenti legali. Importante poi tenere d’occhio i bandi delle Regioni. L’Emilia Romagna, ad esempio, sta varando bandi per finanziare al 50% alcune spese per chi vuole operare in Giappone: le consulenze sui certificati di prodotto, i piani export, la partecipazione alle fiere e l’accesso all’office sharing nel Sol Levante. Paolo Mattioli, division manager di Marposs, società che nel 2020 festeggerà i 50 anni della filiale in Giappone, non ha dubbi: «E’ un mercato che premia, ma bisogna curarlo e assicurare continuità». I manager di Marposs che si occupano del Giappone restano mediamente nel paese una decina d’anni. «Io sono rimasto là 13 anni perché è fondamentale conoscere a fondo gli usi e la lingua», racconta. E un po’ gli brillano gli occhi.

Davide Nitrosi

IL DENARO NON DORME MAI
LA RIVINCITA DEL VECCHIO CONTINENTE

Forse non è vero che ogni impedimento è giovamento, come a volte si sente dire. Però è anche vero che nel caso del Giappone la nota arroganza di Donald Trump ha fatto il gioco nostro. Nel corso di una trattativa con Tokyo sugli scambi commerciali il presidente americano, invece di discutere delle questioni sul tappeto, ha semplicemente intimato alla controparte di non concludere alcun accordo con l’Europa. La richiesta, abbastanza assurda, ha subito messo di cattivo umore i giapponesi, assai poco propensi a lasciare alla Corea del Sud e alla Cina il monopolio dei rapporti con l’Europa. Da quel momento in avanti tutta la storia ha preso un andamento imprevisto. Il Giappone ha accelerato la stesura dell’accordo on l’Europa. E la cosa ha fatto infuriare Trump (come gli accade ogni volta che il mondo non fa quello che vuole lui, vedi storia del muro con il Messico). Molto seccato, il presidente americano ha cercato in ogni modo di indebolire il premier giapponese. E questo ha peggiorato ancora i rapporti. Al punto che il Giappone ha deciso di fare una fuga in avanti. Invece di limitarsi a discutere una progressiva riduzione dei dazi doganali, il Giappone ha così deciso di arrivare rapidamente alla loro totale abolizione. In pratica ne è nata una zona di libero scambio che è la più grande del mondo e che vale un terzo del Pil mondiale.

DUE i commenti possibili: 1) Da un lato il Giappone riconosce che l’America (almeno quella di Trump) non è più il suo scudo, il suo garante della sicurezza, come era stato dalla fine della guerra fino a ieri. E infatti si parla di discutere anche di questioni militari con l’Europa. 2) L’Europa, nonostante i suoi problemi, le sue divisioni, i suoi acciacchi, nel mondo è ancora percepita come un partner credibile e interessante. Anzi, è vista come una possibile alternativa a un’America sempre più orgogliosamente americana e quasi incapace ormai di dialogo con gli altri. Forse è proprio per questo che tanto Trump quanto Putin detestano questa Europa e stanno cercando in ogni modo di metterla in difficoltà. Tutti e due seguono una vecchia regola imperiale: meglio non avere concorrenti. E, se ci sono, meglio eliminarli il prima possibile. Nel caso del Giappone sembra che a Trump le cose siano andare per traverso, ma la battaglia è appena cominciata.

Di |2019-02-04T11:22:02+00:0004/02/2019|Primo piano|