L’UOMO CHE FECE L’IMPRESA

«La ricetta per battere la crisi?
Raddoppiare la fabbrica»
E oggi l’export torna a volare

BOLOGNA

IL TITOLARE, Virgilio Rende, la definisce «una piccola azienda come tante altre». Eppure, la storia della Mt Motori Elettrici di San Giovanni in Persiceto (Bologna) è particolare. Avvincente. Ricalca la vicenda di un operaio che, superati i quarant’anni, decide di vivere un’altra vita. Quella di imprenditore. Comincia l’avventura con quattro soci; poi, chiamato a decidere se mollare o andare avanti da solo, rischia, s’indebita, si gioca tutto e di più. E oggi, ventiquattro anni dopo, raccoglie un fatturato di circa 12 milioni di euro vendendo motori soprattutto ad imprese che si occupano di packaging, ceramica o che producono macchine automatiche. Tutto parte nel 1993. «Avevo 42 anni quando cominciai a ragionare sui motori elettrici», racconta Rende, che condivide l’idea con Claudio Lorenzoni e Loris Franceschi. «Di lì a poco le nostre strade si divisero per diversi motivi, così nell’aprile del ’94 iniziai l’attività con altre quattro persone: io mi occupavo della parte produttiva e organizzativa, gli altri curavano gli aspetti commerciali e amministrativi». Ognuno possiede il 20%, ma l’equilibrio dura poco. Lo ricorda l’attuale proprietario, che nel ’96 vive la tragedia della perdita del: «In quel periodo gli altri soci mi chiesero di cedere loro la mia quota». Lui rilancia, li liquida e si prende tutto. A caro prezzo, però. «Pagai 2 miliardi di vecchie lire partecipazioni che in tutto erano costate 20 milioni». L’azienda è interamente sua, ma il fatturato si dimezza. I debiti contratti per portare a termine l’operazione sono una montagna. «Convinsi un pool di banche a finanziarmi con una relazione a cui lavorai giorno e notte», rivela Rende. Sono gli inizi del ’99. Nel frattempo, il titolare della Mt mette a frutto quanto imparato dai vecchi collaboratori, ridefinisce la struttura amministrativa e ricostruisce la rete commerciale. L’azienda torna a crescere. La sede si trasferisce a San Giovanni in Persiceto, dove viene costruito il primo dei due capannoni tuttora in funzione. «L’idea era di andare in pari tra il 2009 e il 2010, ma già nel 2004 non dovevo più un centesimo alle banche». Da quel momento in poi gli investimenti sono sostanzialmente autofinanziati. Gli ostacoli, però, non sono finiti. Un’impresa cinese comincia a vendere i suoi prodotti col marchio Mt, contraffatto ovviamente. È una molla per l’innovazione: Rende punta su qualità e risparmio energetico. Nel 2008 arriva la crisi, il patron ne approfitta. «Visto che gli ordini erano calati e avevo un po’ più tempo, decisi di costruire il secondo capannone». Con più spazio a disposizione è possibile acquistare e stipare volumi di merce maggiori, risparmiando sui prezzi. Così, il calo delle vendite viene compensato dal risparmio. Insomma, la scelta paga. L’export raggiunge quasi metà del fatturato, che nei primi sei mesi del 2018 segna un +12,34%.
Antonio Del Prete
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Di |2018-08-27T14:14:26+00:0027/08/2018|Primo piano|