Le banche cambiano mestiere
Consulenze per i patrimoni»
una miniera da 750 miliardi

Camilla Cresci

LE BANCHE non sono più solo prestiti, mutui e fidi. Da diversi anni ormai gli istituti italiani stanno spostando il focus dell’attività dal business tradizionale a settori un tempo marginali che acquistano via via maggiore importanza nei piani industriali e nei bilanci. È questo ad esempio il caso del private banking, l’insieme dei servizi di consulenza finanziaria per grandi patrimoni che ormai quasi tutti i gruppi offrono alla clientela di alta gamma. Con oltre 750 miliardi di euro in gestione, quasi 900mila clienti, 254 società attive e circa 13 mila bankeril settore è in forte crescita e vede nelle prime posizioni proprio le grandi banche commerciali come Intesa Sanpaolo e Unicredit. La strategia dei grandi gruppi non deve stupire perché, proprio la debolezza dell’attività tradizionale con il margine di interesse che procede spesso a passo di gambero, ha spinto i banchieri a cercare ricavi nel settore della consulenza dove i profitti sono ancora alti. Oltretutto il private banking è meno legato al ciclo economico di quanto non lo siano il retail e il corporate banking e, avendo un profilo di rischio inferiore rispetto all’intermediazione creditizia classica, assorbe decisamente meno capitale.

MA CHI sono i player maggiori? In Italia al vertice della classifica del private banking ci sono per l’appunto Intesa e Unicredit, considerando poi che la Ca’ de Sass è presente anche con la storica controllata Banca Fideuram: questi tre soggetti rappresentano il 30% del mercato con 217 miliardi di masse ingestione. Seguono Ubi con 33 miliardi, Banca Aletti (gruppo Banco Bpm) con quasi 30 miliardi, Bnl con 28 miliardi, Mps con 24 miliardi, Ubs Italia con 20 miliardi, Deutsche Bank con 18 miliardi e Banca Esperia con 16 miliardi. Dalla classifica si evince che larga parte del mercato è nelle mani delle divisioni specializzate delle banche commerciali con approccio più mass market, mentre gli istituti stranieri hanno una presenza importante anche se minoritaria. Infine, una fetta di mercato è riservata a una decina di banche italiane indipendenti specializzate nel settore come Esperia, Leonardo o Finnat Euramerica e a boutique finanziarie focalizzate su servizi specifici come Ersel Sim, Bim, Quadrivio sgr e altre. Nel settore c’è insomma spazio per il consolidamento, anche se le strade percorribili sono diverse. Una di queste potrebbe essere il rafforzamento delle banche universali italiane con acquisizione mirate, anche all’estero. È questa la strada scelta da Intesa con la recente acquisizione per 200 milioni di Banca Morval, la boutique finanziaria svizzera controllata dalla famiglia Zanon di Valgiurata e specializzata nella gestione dei grandi patrimoni. L’operazione, oltre a rafforzare il private banking della Ca’ de Sass, crea un importante presidio in una delle aree interessanti per il settore. Altro genere di interlocutori si starebbe invece affacciando sul dossier di Banca Intermobiliare, l’istituto torinese che la ex Veneto Banca ha messo da qualche mese sul mercato.

AL TAVOLO per un’eventuale acquisizione ci sarebbero diversi fondi di investimento (come l’americano Attestor) e una compagnia di riassicurazione come Barents Re. A fine luglio invece la controllata Bim Suisse è stata ceduta a Banca Zarattini per 40,4 milioni di franchi. Al contrario alcuni gruppi come Carige hanno scelto di valorizzare il private banking di casa, interrompendo processi di cessione come quello che stava interessando Banca Cesare Ponti. Molti esperti sono peraltro concordi nel ritenere che i margini di crescita del settore saranno incoraggianti anche nei prossimi anni. Secondo le elaborazioni Prometeia-Aipb(l’associazione italiana private banking), la ricchezza degli high net worth individuals in Italia ha segnato nel 2016 una crescita media composita del 2,6% dal 2009. Aumenta insomma la propensione delle famiglie più ricche ad affidare la gestione del proprio patrimonio a boutique e family office che, anche negli anni della crisi, hanno aumentato la propria penetrazione in questa preziosa nicchia di clientela.


Contro corrente 

di ERNESTO PREATONI

IL RIALZO DEI TASSI CI COSTERÀ PARECCHIO

L’ERRORE può essere un’eccezione. Sbagliare tutte le previsioni è diabolico, come sa bene il ministro Pier Carlo Padoan che, pur avendo un passato di economista all’Ocse, non è apparso molto preparato in fatto di stime. A cominciare dal fatto che da almeno due anni annuncia una stabilizzazione del debito che non arriva. Anzi, è successo esattamente il contrario: l’Adsubef ha calcolato che, da quando è seduto alla scrivania che fu di Quintino Sella, il debito italiano è cresciuto a una media di circa 5 miliardi al mese. Fare stime attendibili o approvare politiche realistiche sembra ormai un’opinione. La crescita del Pil che riprende vigore è l’architrave della manovra per il 2018. Ma c’è la possibilità che non vada esattamente così, anche perché il Pil è uno strumento molto rozzo, non più in grado di rappresentare la realtà. Non a caso l’Ufficio parlamentare di bilancio spiega che quell’1,5% per l’anno prossimo si piazza «nell’estremo superiore» delle stime. Sul 2019 e 2020 ci sono forti perplessità.

C’È UN ALTRO dato che fa discutere: i tassi di interesse. È noto che la Bce cambierà strada entro pochi mesi. Tempi duri per il debito, anche perché in Germania la destra incalza la Cdu di Angela Merkel. Ma secondo il governo non ci saranno conseguenze sui tassi di interesse e, quindi, sulla spesa. È un dato di fatto, però, che sul rialzo dei tassi il Tesoro ha stipulato dei contratti derivati che, se venissero chiusi adesso, costerebbero all’Italia 42 miliardi. Pier Carlo Padoan ha calcolato questo rischio o aspetterà la scadenza? Probabilmente aspetterà la scadenza, con la possibilità che il conto salga molto. I miracoli sono sempre possibili ma poco probabili. Sono provvedimenti bollinati dalla Ragioneria, eppure sbagliati. Ma tanto agli errori nessuno fa più caso.