Carige, ecco la cura Fiorentino
Iniezione di capitale da 560 milioni
Ma i soci forti vogliono i diritti

MILANO

PER IL MERCATO è l’ultimo focolaio da spegnere per far tornare il sereno sul sistema bancario italiano. Per Genova è l’ultima chiamata per la sua cassa, non solo un’istituzione cittadina ma anche un interlocutore quotidiano di famiglie e imprese. Entra nel vivo il salvataggio di Carige, un’operazione da un miliardo di euro che dovrà chiudersi entro la fine dell’anno. A Milano l’amministratore delegato Paolo Fiorentino e il capo della finanza Andrea Soro hanno illustrato la tabella di marcia al mercato, dando formalmente avvio alla fase più delicata del rilancio industriale della banca ligure.

L’IRROBUSTIMENTO patrimoniale si svolgerà in due tappe: a ottobre sarà lanciata un’offerta di conversione dei bond subordinati tier 1 e lower tier 2 per un controvalore previsto prossimo ai 200 milioni; poi partirà un aumento di capitale da 560 milioni, offerto principalmente in opzione ai soci (salvo indicazioni diverse da parte della Vigilanza) con una componente di 60 milioni riservata agli ex bondholder. Il tutto dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno, consentendo a Carige di raggiungere un requisito patrimoniale del12,5% che consentirebbe di assorbire la cessione dei crediti deteriorati: la banca vuole infatti ridurre lo stock del 54% a fine 2018 e del 58% al 2020. Sulla carta sembra semplice ma incastrare tutte le tessere del puzzle potrebbe non essere una passeggiata. In primo luogo la banca dovrà capire quali siano le intenzioni degli obbligazionisti subordinati: se le adesioni all’offerta di conversione fossero inferiori al target prefissato, potrebbe essere necessario rivedere l’intera struttura finanziaria dell’operazione. La seconda incognita è rappresentata dalle banche del consorzio, cioè Deutsche Bank e Credit Suisse. Se i due istituti garantissero integralmente l’inoptato, il successo dell’aumento di capitale sarebbe scontato.

VICEVERSA l’operazione sarà un salto nel vuoto come le recenti ricapitalizzazioni delle due banche venete e del Montepaschi, precedenti che non suonano lusinghieri. La risposta del mercato sarà poi la prova decisiva. Il primo socio e vice presidente Vittorio Malacalza insiste affinché l’operazione preveda il diritto di opzione, ma non è ancora chiaro se gli attuali soci siano interessati a esercitarlo. Anche l’atteggiamento dei fondi appare molto cauto sul dossier e nessun investitore preferisce ancora sbilanciarsi. Al management di Carige va comunque dato atto di aver messo sul tappeto un piano industriale che delinea con chiarezza gli obiettivi futuri. Il documento prevede una riduzione dello stock di crediti problematici del 58% al 2020, una diminuzione dei costi operativi del 23% e un miglioramento del 48% della produttività commerciale.

TRA GLI ALTRI interventi strutturali sono previste la semplificazione delle strutture centrali, la razionalizzazione della rete, la riduzione dell’organico e un’oculata gestione delle altre spese amministrative. Il piano mette in cantiere anche 100 milioni di investimenti indirizzati sullo sviluppo del nuovo modello di servizio/filiale, sulla digitalizzazione dei processi e sulle risorse umane (performance management e competenze) e sul continuo aggiornamento delle infrastrutture, garantendo così l’allineamento della compliance con i requisiti regolamentari. Resta da capire se questi interventi basteranno a convincere il mercato a scommettere sul rilancio di Carige o se la messa in sicurezza dovrà passare per altre vie, ancora molto difficili da immaginare.


I precedenti Unicredit o banche venete, l’aumento al bivio

MILANO

QUELLA CHE BCE e Paolo Fiorentino hanno scelto per Carige è una strada già percorsa da altre banche in questi ultimi anni: pulizia integrale dell’attivo e successivo ripristino dei requisiti patrimoniali per assorbire la perdita. Una strada che passerà attraverso un’offerta di azioni al mercato, testando così l’effettivo gradimento della strategia messa in atto dal management. Le recenti cronache finanziarie insegnano che, se la ricetta è ormai predefinita, il successo di operazioni di questo genere lo è meno. Nel corso del 2016 prima Bpvi e Veneto Banca e poi Banca Mps hanno clamorosamente fallito il risanamento di mercato e la promessa di una pulizia integrale del bilancio non è bastata a convincere gli investitori. Gli aumenti di capitali dei tre istituti sono andati praticamente deserti e l’oneroso intervento pubblico è stato l’unica alternativa al bail-in.

ALL’OPPOSTO si colloca il caso di Unicredit. La banca guidata da Jean Pierre Mustier ha lanciato qualche mese fa il più grande aumento di capitale bancario in Italia (13 miliardi) a fronte del deconsolidamento di 17,7 miliardi di crediti deteriorati. A differenza delle precedenti quell’operazione è andata in porto e oggi Unicredit (che pure ha ancora un price book / value a 0,7) è tra gli istituti di credito più patrimonializzati sul mercato. Dietro il successo di Mustier c’è probabilmente la fiducia che il mercato ha riposto nelle strategie industriali e nella capacità di creare valore nel medio termine. Anche perché, al di là dell’enfasi chela Vigilanza sta ponendo sul problema degli npl, dietro ogni scelta di investimento c’è sempre un problema di rendimento e, dunque, di costo-opportunità. Ecco perché in questi giorni analisti e investitori stanno rivolgendo particolare attenzione al piano presentato a Genova da Fiorentino. Se quel documento riuscirà a convincere il mercato, probabilmente la messa in sicurezza di Carige andrà in porto in tempi brevi. Viceversa, sarà necessario correre presto ai ripari, presumibilmente ancora una volta con risorse pubbliche.

Camilla Cresci