LUCI E OMBRE DEL SETTORE

I mugnai tricolori sfidano la crisi
L’export batte il calo dei consumi
«Patto per un grano duro di qualità»

MILANO

MENO PANE, più pizzette e pasta da esportare. Questa, in estrema sintesi, la fotografia dei consumi dei prodotti dell’industria molitoria italiana. Un comparto che – nonostante le difficoltà di un fatturato in calo di circa il 7% nel 2016 – continua ad avere un giro d’affari di quasi 3,5 miliardi di euro e a rappresentare un’interessante protagonista del Made in Italy. Prima di tutto i numeri. Gli oltre undici milioni di tonnellate prodotti di frumento sono quasi equamente divisi tra grano tenero (per pane, pizze, dolci e altri lievitati) e grano duro (destinato quasi interamente alla produzione di pasta). Due mercati molto diversi tra loro, spiegano da Italmopa – l’associazione italiana mugnai d’Italia iscritta a Confindustria che riunisce la maggioranza dei player del settore – e con andamenti molto diversi. Il pane, ad esempio, è il prodotto più in difficoltà: la riduzione del suo consumo è considerata strutturale dagli addetti del settore. Nel 2016, la flessione è stata del 3,1%, ed è attribuibile in primo luogo al cambiamento delle modalità di acquisto quotidiano e «alla tendenza, favorita dalla crisi, a contenere gli sprechi», si legge nel report dell’Assemblea generale di Italmopa.

NON È UN CASO che il consumo pro capite di pane in Italia sia di meno di 43 chilogrammi pro-capite, largamente inferiore ai principali Paesi comunitari, a partire da Germania (81 chilogrammi), Spagna e Regno Unito (entrambi a 48 kg). Cresce l’utilizzo di farine tenere per la produzione di pizza artigianale, take away e negozi (+2,8%), e biscotteria (+2,4%). Per quanto riguarda il grano duro, invece, l’incremento dell’export compensa l’ulteriore frenata dei consumi interni, con un saldo dell’1,3%. A trainare gli acquisti – in entrambi i ‘rami’ del comparto – «le richieste per prodotti innovativi, considerati salutistici dai consumatori od ottenuti con materie prime regionali o locali», si legge nel report di Italmopa. L’aumento oscilla, a seconda della tipologia, tra il 10% e il 30% e riguarda il mercato nazionale: i prodotti bio, integrali e, parzialmente, ‘free from’ (come quelli senza glutine), non possono più essere considerati una nicchia, rappresentando una fetta interessante nei fatturati e nelle vendite dell’industria molitoria. QUESTI, dunque, i dati. Con un paradosso che condiziona l’intero comparto: il grano italiano copre solo il 70% del fabbisogno per la produzione di pasta. E dunque le aziende devono approvvigionarsi all’estero. Ora, le imprese dovranno correttamente indicare in etichetta la provenienza e il Paese di macinazione del grano usato per realizzare la pasta. Una novità che ha fatto arrabbiare i produttori, secondo cui la materia prima importata nei molini nostrani è della migliore qualità ed eccessivi sarebbero gli allarmismi sugli scarsi controlli del grano proveniente da fuori confine. Dopo che il Tar ha respinto il ricorso dei produttori, la novità entrerà in vigore a partire da metà febbraio (sono stati concessi 180 giorni per adeguare le confezioni).

UNA RISPOSTA “di squadra” a questa situazione è stata la firma di un patto di filiera per aumentare la disponibilità di grano duro italiano adatto alla pastificazione, incentivandone la produzione sostenibile e la tracciabilità, e sostenendo gli agricoltori che scelgono di puntare sulla qualità. L’intesa è stata sottoscritta da Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane (Aidepi), Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, Cia, Confagricoltura, Copagri e Italmopa, una serie di sigle che contiene, tra l’altro, l’80% dell’industria della trasformazione del frumento e, complessivamente, poco meno della metà di tutta l’agroindustria italiana. Tra i punti di questo manifesto figurano «incentivi ai produttori di grano duro di qualità», magari con caratteristiche legate a uno specifico territorio, «la concentrazione progressiva dell’offerta di grano duro» – attualmente troppo parcellizzata – e «il censimento dei 1.000 centri di stoccaggio italiani» (meno di un terzo dei quali è idoneo alla conservazione del grano duro di qualità) e «la promozione di un’immagine forte della pasta italiana», anche come risposta al «discutibile dibattito mediatico e politico» animato in questi ultimi mesi, spiegano i firmatari. Che si propongono infine una serie di iniziative per «fare chiarezza su sicurezza e affidabilità di tutta la pasta, arginando l’ondata di fake news su questo prodotto simbolo del Made in Italy e della dieta mediterranea».


Molino Spadoni, non solo farina
«Dagli allevamenti ai ristoranti,
governiamo tutta la filiera»

Lorenzo Tazzari

RAVENNA

NEGLI ultimi due anni ha moltiplicato i prodotti a marchio Molino Spadoni, ha portato a tre i ristoranti della linea Casa Spadoni e ha acquisito la Ca’ del Pino, meta gastronomica tra valle e pineta preferita da Raul Gardini. Ora si prepara ad aprire, in estate, il nuovo food district nel ristrutturato mercato coperto, in pieno centro storico a Ravenna. Il Molino Spadoni fattura oggi più di 50 milioni di euro e conta oltre 200 dipendenti nei 14 stabilimenti che fanno capo allo storico Molino di Coccolia, a pochi chilometri da Ravenna e da Forli. Leonardo Spadoni riassume tutto questo in poche parole: presidiare completamente i vari punti della filiera alimentare e gastronomica.

Quale è la dinamica?

«Ogni nuova iniziativa che avviamo si integra con quella precedente. La farina tradizionale si collega alle sfogline che fanno la pasta a mano nei nostri ristoranti. Il nuovo stabilimento dedicato alle farine biologiche alimenta la linea Almaverde Bio e anche i prodotti senza glutine destinati alla Gdo e al canale farmacia attraverso il marchio Vivifree. L’allevamento allo stato brado di suini di razza mora romagnola e lo stabilimento di lavorazione delle carni a Brisighella, così come il caseificio, forniscono di materia prima i ristoranti; si confezionano ottimi prodotti che vengono anche venduti in catene di alta qualità, come Viaggiator Goloso nel Milanese. Avere tutto autoprodotto garantisce la qualità e salubrità alla filiera».

Nell’alimentazione si fanno strada nuovi cereali che non hanno nulla a che fare con le nostre produzioni, come la quinoa o l’amaranto. Come si integrano con la filiera Spadoni?

«Intendiamo offrire prodotti di qualità anche a chi deve essere molto selettivo nell’alimentazione a causa di ipersensibilità o intolleranze alimentari o semplice ricerca di nuovi gusti. Abbiamo quattro molini a pietra, e presto un quinto, destinati alla produzione di queste farine, senza glutine, così come di biscotti e panificati. E abbiamo avviato il pastificio di Villa Selva, per pasta, mais, riso, legumi, teff, quinoa. Così come svolgiamo ricerche su altri prodotti per le esigenze dell’alimentazione vegana. Produciamo internamente tofu e seitan e con questi realizziamo prodotti che rappresentano un’alternativa alle proteine animali. Sempre con un livello di appetibilità molto elevato».

A proposito di materia prima, sono continue le polemiche sull’etichettatura della pasta o di altri prodotti di largo consumo e sull’import di cereali. Lei con chi si schiera?

«Molte polemiche nascono perché c’è carenza di conoscenza dei mercati e delle loro dinamiche. Non c’è un chicco di grano prodotto in Italia che resti invenduto. Lo sa perché? Perché produciamo soltanto il 50% del fabbisogno nazionale dei cereali grazie a Molini e pastifici italiani che esportano ottimi prodotti finiti in tutto il mondo. Inoltre, va ricordato che comprare cereali all’estero significa un aumento di costi. Credo che l’Italia debba sempre più connotarsi per la riscoperta di antichi grani e su una produzione che deve essere eccellente, così come su produzioni biologiche. Il cereale mancante viene importato, ma con controlli molto attenti sulla salubrità. Infine, bisogna lavorare sulla catena logistica. Noi, ad esempio, abbiamo realizzato un impianto capace di stoccare 400 mila quintali di cereali senza aggiunta di alcun prodotto chimico di mantenimento. È tutto al naturale. Ma anche in campagna va fatto un uso consapevole di concimi e altre sostanze».

Come sono i rapporti con la grande distribuzione?

«Il problema è spesso rappresentato dagli spazi limitati a disposizione dei marchi nazionali di qualità. Si tende a favorire i marchi delle grandi multinazionali oppure i marchi propri della grande distribuzione. Non si tiene conto che andrebbero maggiormente valorizzati i prodotti italiani figli di ricerca e investimenti in qualità e tracciabilità».

Tra alcuni mesi aprirete i nuovi locali nell’ambito della ristrutturazione che Coop Alleanza 3.0 sta realizzando nell’ex mercato coperto nel centro storico di Ravenna. Quale format avete studiato?

«Sarà multiforme. Si potranno acquistare tutti i prodotti Spadoni che spaziano ormai dalle farine alla mora romagnola fino ai liquori, si potrà mangiare carne alla brace dalla grande griglia a vista, ma anche assaggiare un panino mentre si lavora al computer o si ascolta musica».

 

Investimenti Il futuro è salutista e senza glutine

RAVENNA

MOLINO SPADONI ha varato nuovi investimenti per aumentare la presenza sul mercato dei prodotti salutistici. A regime saranno tre gli stabilimenti dell’imprenditore Leonardo Spadoni destinati a prodotti gluten free e simili. L’annuncio è stato dato a margine del convegno ‘L’attuale scenario delle malattie digestive legate al cibo. Novità in gastroenterologia’ che si è tenuto a Casa Spadoni. «La nostra volontà – commenta Leonardo Spadoni – è quella di realizzare nei nostri stabilimenti, prodotti che rendano l’alimentazione senza glutine un piacere e soddisfino le esigenze di una nutrizione equilibrata, attraverso l’utilizzo di nuovi ingredienti alternativi, di nuove formulazioni e di tecnologie innovative». Un secondo investimento riguarda lo stoccaggio e la movimentazione dei prodotti. Si tratta di un progetto che riguarda l’area attigua all’azienda, a Coccolia, destinata alla logistica. «Abbiamo bisogno di più spazio – spiegano dal Molino Spadoni – per stoccare i prodotti e rendere più razionale il carico e lo scarico. Riteniamo che il traffico di mezzi pesanti, una volta che l’area logistica sarà a regime, possa diminuire e non incrementarsi».

Di |2018-10-02T09:24:50+00:0031/01/2018|Focus Agroalimentare|