L’OUTLOOK DEI PROSSIMI TRE MESI

Cina più solida, Usa ancora sicuri
La curva della crescita non è finita
Attenzione a uscire dai mercati

MARIA PAOLA TOSCHI (*)

MILANO

NELL’ULTIMO MESE sono emersi alcuni segnali di moderazione di alcuni indicatori economici, cosa che ha contribuito al ritorno di volatilità che abbiamo visto sui mercati. Sono stati soprattutto i sondaggi, ovvero i cosiddetti soft data, che hanno segnalato questi trend di moderazione rispetto ai dati macroeconomici hard, ovvero le statistiche reali che sono rimaste più solide. I sondaggi basati sulle interviste sono molto seguiti dai mercati perché danno una stima non solo della crescita ma del momentum economico, ovvero della tendenza, dell’accelerazione o rallentamento dell’economia che è ciò che maggiormente interessa ai mercati.

I SEGNALI di moderazione si sono manifestati soprattutto in Europa. Ciò, tuttavia, è normale dopo i picchi di alcuni indicatori raggiunti a gennaio e dopo che l’Europa è stata l’area che ha maggiormente sorpreso al rialzo per tutto il 2017. Questo non significa che ci sia una interruzione del trend di crescita. Il ciclo economico resta in espansione. Per il secondo trimestre 2018, la disoccupazione nella zona Euro sta ancora calando e i salari stanno crescendo. La fiducia dei consumatori resta a livelli massimi, alimentando attese di crescita sostenuta dai consumi interni. Spostandoci negli Stati Uniti, il mercato del lavoro resta solido con un tasso di disoccupazione vicino al 4% ormai da diversi mesi. Gli stimoli fiscali varati dall’amministrazione Trump stanno portando a una revisione al rialzo della crescita e anche a un po’ di ripresa d’inflazione. L’inflazione primaria e coresi sono portate rispettivamente al 2,4% e 2,1%, alimentando attese sul fatto che la Federal Reserve agisca con determinazione nel processo di normalizzazione monetaria.

GLI INVESTITORI sono diventati particolarmente attenti ai segnali sulla tenuta della crescita economica americana, dato che il ciclo economico attuale si sta dimostrando uno dei più lunghi degli ultimi decenni. La curva dei tassi americani in passato è stata particolarmente utile per prevedere l’inizio delle fasi di recessione. La curva dei tassi americana è data dalla differenza tra i tassi sui Treasury a 10 anni e i tassi sui Treasury a 2 anni. Quando la curva scende è perché i tassi a breve salgono più velocemente di quelli a lungo termine: ciò significa che si è in un periodo di espansione del ciclo economico, dove la banca centrale sta portando avanti una fase di rialzo dei tassi. Quando la curva tende a portarsi sotto lo zero e inizia a invertirsi, quello è un momento delicato perché significa che i tassi a breve sono più elevati di quelli a lungo termine, cosa che potrebbe segnalare l’aver raggiunto il picco di un ciclo economico espansivo. In questo caso, la politica monetaria potrebbe cominciare ad allentarsi proprio per accompagnare l’inizio di una fase recessiva e ridurne gli effetti sul ciclo economico.

SIAMO PERÒ ancora lontani dalla fase di inversione della curva e quindi non c’è, a breve, un rischio di recessione negli Usa. Inoltre esiste un lag temporale significativo in termini di numero di mesi dalla inversione della curva al picco dell’indice S&P 500 e dal picco dello S&P 500 alla recessione. Questo fenomeno è stato osservato in un numero significativo di episodi in passato. I dati statistici ci dicono che ci sono voluti mediamente 13 mesi dall’inversione della curva al picco dell’indice S&P 500 e 4 mesi dal picco dell’indice S&P 500 alla recessione e quindi, in totale, 17 mesi dall’inversione della curva all’inizio della recessione.

SPOSTANDOCI alle aree emergenti, va rilevato che la Cina si sta dimostrando più solida e gli indicatori dell’attività economica mostrano ancora un trend sostenibile, caratterizzato da maggiore qualità. Nel primo trimestre del 2018 la crescita del Pil cinese è stata pari al 6,8% e tale livello è atteso rimanere nel corso dell’anno. Inoltre, sale il contributo alla crescita dato dai consumi interni e scende la percentuale di credito erogato da istituzioni non bancarie, il cosiddetto shadow banking, che tanto spaventa i mercati. Altri Paesi emergenti, come Brasile e Argentina, stanno mostrando segnali di ripresa e di uscita dalle turbolenze create dalla crisi finanziaria globale, alimentando una forte attenzione ai buoni fondamentali dei mercati emergenti che sono in effetti premiati dagli investitori.

LA CRESCITA globale quindi continua, ma è più diversificata e meno sincronizzata di quanto si era osservato nella seconda metà del 2017. Ovviamente, quando il ciclo economico diventa più maturo, i mercati diventano più sensibili ai segnali di accelerazione e rallentamento e ciò tende ad aumentare il livello di volatilità come è successo nelle ultime settimane. Tuttavia resta oneroso uscire dai mercati azionarti prematuramente. Infatti uscire dal mercato azionario (ad esempio da quello americano) può comportare il rischio di perdere una fase di crescita dell’indice ancora positivo nell’ultima fase di un ciclo economico espansivo.

(*) Market Strategist di J.P. Morgan Asset Management

Di |2018-04-23T15:29:38+00:0023/04/2018|Finanza|