LOTTA AI VERTICI

Xerox, scontro sulle nozze con Fuji
Un mito kennediano oggi in declino
I giapponesi tornano a far paura

Davide Nitrosi

PRIMA della Silicon Valley c’è stata Rochester, stato di New York. Un secolo fa in questa cittadina dell’est americano all’ombra del colosso Kodak nasceva la Haloid Company, la nonna della Xerox. Era il 1906, la definizione startup non esisteva, ma quella piccola azienda conteneva nel suo dna lo spirito delle startup moderne. Mezzo secolo dopo, infatti, dalla Haloid nasce la Xerox (nome suggerito da un professore di greco, che spiegò ai pionieri della copiatura il significato di ‘scrittura a secco’). Per i successi decenni, la new technology seguì passo per passo la storia del procedimento di fotocopiatura. E la Xerox è stata per le generazioni degli anni Sessanta e Settanta quello che la Microsoft e la Apple sono stati per i Millennial. La nuova frontiera delle magnifiche sorti e progressive della tecnologia. L’industria espressione dell’american way of life. Democrazia e spirito imprenditoriale. Fra gli investitori c’era l’Università di Rochester, che deve la sua ricchezza al colosso delle fotocopie. A metà degli anni Sessanta, Xerox finanziò persino una serie tv sulle Nazioni Unite, per promuovere lo spirito del mondo unito. Altre epoche, altre sensibilità. Oggi si affaccia la possibilità che la giapponesissima Fujifilm si prenda del tutto la gloriosa azienda nata a Rochester (dove lo Xerox Tower resta l’edificio più alto, anche se la sede della compagnia è stata spostata a Norwalk, Connecticut) e la notizia pare aver scatenato una guerra senza esclusione di colpi fra alcuni azionisti di peso (capitanati da Carl Icahn, famoso per avere ispirato la figura di Gordon Gekko, il trader del film Wall Street) e il board della Xerox.

SULLO sfondo le nuove pulsioni americane, il sospetto che i giapponesi lavorino per i propri interessi e non per quelli dell’azienda a stelle strisce, storicamente paladina del politicamente corretto. La collaborazione fra Xerox e Fuji nasce più di 50 anni fa, con rapporti stretti per gestire mercati diversi: Fuji è stata la porta orientale per Xerox e viceversa. Una collaborazione via via cresciuta, nel rispetto delle rispettive identità e differenze. In fondo, anche Fuji ha una storica attenzione per il sociale, ma la differenza fra essere giapponesi ed essere americani east coast, anche in mondo globalizzato, ha il suo peso. Xerox ha sofferto tutte le difficoltà di una impresa che nata per produrre copie cartacee. Fujifilm ha affrontato la sfida del digitale in campo fotografico, vincendo una scommessa: oggi le sue macchine digitali hanno qualità superiore.

LA POTENZIALE fusione fra i due concetti di azienda è una nuova pagina della storia economica americana. IlWall Street Journal racconta che alla base del progetto (non confermato però dai diretti interessati ) ci sarebbe la necessità per Xerox di crescere. Ma la evebntuale fusione ha messo in allarme proprio Icahn, finanziere filo Trump. Nella lettera agli azionisti Xerox dello scorso dicembre, Icahn ha scritto che «Xerox ha un disperato bisogno di una nuova leadership», che i tempi per cambiare sono ormai agli sgoccioli, e che il rischio è fare la fine della Eastman Kodak (fra il 2011 e il 2013 in procedura fallimentare, il Chapter 11). Nel mirino di Icahn c’è il ceo Jeff Jacobson, che però resiste: «Siamo focalizzati a creare valore per tutti gli azionisti», è la risposta affidata a un comunicato della Xerox. Pochi giorni fa Icahn ha sparato altre cartucce, stavolta contro l’antica joint venturefra Xerox e Fuji, sostenendo che l’accordo dovrebbe essere completamente rivisto o rottamato perché bloccherebbe «altre opportunità» di crescita per l’azienda.

È EVIDENTE che il passaggio è stretto e che la relazione con Fuji diventa il tavolo su cui si gioca la sfida a poker fra il falco Icahn e gli amministratori della società. Pochi giorni fa, il terzo azionista di Xerox, Darwin Deason, ha chiesto al cda di svelare i «dettagli dell’accordo di joint venture con Fujifilm». Deason vuole conoscere «tutte le opzioni strategiche» avviate con Fuji, sospettando che sia un accordo a favore dei giapponesi e a sfavore di Xerox. «Sono molto arrabbiato per l’approccio letargico di Jacobson nei riguardi di Fuji», ha sparato rabbioso. Icahn ha rincarato, spiegando di non essere predisposto ad approvare o bocciare intese con Fuji perché considera l’attuale board incapace di trattare con i giapponesi. Come finirà è difficile dirlo. Di certo Xerox riflette la storia americana: dall’illusione della nuova frontiera kennediana ai fantasmi sovranisti dell’era Trump.

Di |2018-10-02T09:24:50+00:0022/01/2018|Imprese|