La scure sui bancari
Mps e istituti veneti
a quota 7.200 esuberi

Claudia Cervini

MILANO

SI STA PER APRIRE il cantiere più delicato del rilancio delle tre banche italiane in difficoltà (Mps, Popolare di Vicenza e Veneto Banca): quello degli esuberi. Un passaggio umanamente e politicamente spinoso, ma considerato necessario per contenere i costi e permettere l’intervento statale tramite ricapitalizzazione precauzionale. Le cifre che circolano sul mercato, ancora prive di ufficialità, sono decisamente importanti: si parla di 2.200 uscite complessive per i due istituti guidati dall’ad Fabrizio Viola e di circa 5mila tagli per Siena. Come detto i numeri precisi si avranno soltanto quando le banche e il Tesoro avranno raggiunto un accordo con Ue e Bce sui piani industriali: a quel punto partirà la trattativa con le organizzazioni sindacali che non faranno sconti. «Le trattative saranno affrontate con la massima serietà e profondità possibile, ciò significa che le banche venete e Mps dovranno prima dimostrare di aver abbattuto i costi a 360 gradi a partire dalle consulenze milionarie, dagli stipendi dei top manager e di aver fatto cassa con gli immobili inutili», tuona il segretario della Fabi Lando Sileoni. L’unico istituto dove è partito un primo confronto sulle giornate di solidarietà è la Banca Popolare di Vicenza,ma perl’apertura dei tavoli serve prima il vialibera delle autorità europee ai piani e agli esuberi.

FINO AD ALLORA è strategia e tattica. La vicenda è di estrema importanza anche per misurare la tenuta degli ammortizzatori sociali di categoria. I contorni del contributo statale messo a disposizione nell’ultimalegge di bilancio non sono ancora cristallini e già ci si interroga se per le ristrutturazioni in arrivo sarà possibile ricorrervi e in quali modalità. Nel dettaglio lo Stato si è impegnato a concorrere agli oneri sostenuti dal fondo di solidarietà del settore tra 2017 il 2019. Per le banche l’intervento potrà determinare benefici fino a 174milioni per il 2017, 224 milioni per il 2018, 139milioni per il 2019, 87milioni per il 2020 e 24 milioni per il 2021. In totale 648 milioni. Il tesoretto messo a disposizione potrebbe dare un contributo decisivo alla gestione delle crisi, anche se non sarà utilizzabile nell’arco di un solo anno. Chi potrà beneficiarne? All’articolo 35 la legge di bilancio fa riferimento a «settori che siano interessati da provvedimenti legislativi relativi a processi di adeguamento o di riforma per aumentarne la stabilità e rafforzarne la patrimonializzazione, limitatamente alle imprese o gruppi di imprese coinvolti in processi di ristrutturazione o fusione e fino al 31 dicembre 2019».

IL TESTO DI LEGGE è a dir poco vago. Per Sileoni ci sarà la corsa a chiudere gli accordi perché i fondi verranno utilizzati dalle banche che si metteranno in fila per prime. Occorre però avere i requisiti. A rigor di logica la precedenza potrebbe essere data a chi sta subendo processi di ristrutturazione con l’estrema ratio dell’intervento statale (le due venete e Mps) e a chi si è accollato operazioni di sistema come Ubi Banca, che ha di recente acquisito Banca Etruria, BancaMarche e Carichieti. Lo sforzo a 360 gradi sarà quello di evitare soluzioni del tutto inedite per il settore quale l’applicazione della legge 223, che disciplina i licenziamenti collettivi.