L’INTERVISTA

Federmeccanica, la strada per crescere
«Sgravi fiscali e incentivi per chi investe
Il governo non cancelli la flessibilità»

Achille Perego
MILANO

VOGLIAMO affermare un principio semplice. Solo se si punta di più sulle imprese ci può essere più lavoro. Senza imprese infatti non c’è, e non ci può essere, lavoro, benessere e sviluppo. Per questo lanciamo un messaggio forte, chiaro e semplice: Più Impresa! A partire dalla metalmeccanica, vero motore del Paese». Alla vigilia del varo del decreto ‘urgenze’ col quale il governo dovrebbe reintrodurre la cig per cessata attività e nel pieno del confronto (e scontro) sulle politiche economiche dell’esecutivo gialloverde pronto, con la legge di Bilancio, ad aumentare il deficit, il torinese Alberto Dal Poz, ad di Comec e da giugno 2017 presidente di Federmeccanica ricorda così, in primis allo stesso governo, quali sono davvero gli interventi utili per la crescita. A partire dall’industria metalmeccanica.

Il settore si è ripreso in questi anni?

«La ripresa c’è stata. Più robusta l’anno scorso, con un aumento della produzione attorno al 4-5%. Il 2018 andrà meglio del 2017 per volumi complessivi, ma stiamo assistendo a una decelerazione della crescita che dovrebbe ridursi attorno all’1%. Meglio di niente, si può dire. Ma ricordo che i dati aggregati fino al primo trimestre 2017 confrontati all’analogo periodo del 2008 ci dicono che, in questi 9 anni, il comparto metalmeccanico si è ridotto del 22%, con la perdita quindi di oltre un quinto della forza lavoro».

Dunque ci sono ancora aziende in difficoltà per cui, come sostengono i sindacati, sarebbe urgente prorogare gli ammortizzatori sociali scaduti per il limite di 3 anni inserito dal Jobs Act?

«Secondo la nostra indagine, nel primo semestre di quest’anno, il ricorso alla cig da parte delle aziende metalmeccaniche si è ridotto del 48% sull’anno precedente. Un dato estremamente positivo. Ma, alla luce di una congiuntura che denuncia segnali di rallentamento, bisogna fare attenzione alle aziende, soprattutto quelle con meno di 50 dipendenti, che hanno retto meno alla crisi e mostrato una minore capacità di essere competitive sui mercati».

Il rischio che queste aziende, finiti gli ammortizzatori, possano licenziare quindi esiste?

«In questa fase ci sono ancora molti lavoratori coinvolti in processi di ristrutturazione che rischiano il posto di lavoro. Al di là del contingente, che deve essere affrontato caso per caso, è necessario che si creino le condizioni per risolvere il problema a monte, prevenendo cioè situazioni di crisi e rendendo le persone occupabili nel tempo. Per questo sono necessarie politiche industriali per far crescere le imprese e politiche educative per far crescere le persone. Gli ammortizzatori sono una misura temporanea e devono viaggiare in parallelo con altri strumenti per favorire la crescita strutturale».

Quali?

«Il programma Industria 4.0 ha messo in moto forti investimenti che richiedono un grande cambiamento del modo di fare impresa. Per questo servono politiche attive del lavoro basate sulla formazione. Quasi il 48% delle nostre aziende indica difficoltà a trovare manodopera qualificata. Il cambiamento, inoltre, richiede anche flessibilità. Ci dispiace sentire un ministro come Di Maio che parla di ‘assassino politico’ riferendosi a chi ha fatto il Jobs Act».

Una legge da promuovere?

«Con un 8 pieno, anche un 9. È la legge che ha portato per la prima volta l’attenzione sulla flessibilità. Da sempre siamo stati contrari a un suo utilizzo improprio e gli abusi vanno combattuti, ma non si può confondere flessibilità con precarietà. Oltre il 95% dei dipendenti delle aziende metalmeccaniche sono a tempo indeterminato e il 40% degli assunti a tempo indeterminato sono trasformazione di contratti flessibili».

I sindacati non sono disposti a sostituire gli ammortizzatori col reddito di cittadinanza. E le aziende?

«La priorità è creare le condizioni perché si generi più lavoro. Lo si può fare soltanto puntando di più sulle imprese. Solo una crescita stabile delle aziende può generare occupazione stabile. Nessuno è contrario ad aiuti economici per sostenere i più deboli, ma pensare a uno strumento omnibus che valga per tutte le stagioni non mi trova d’accordo. Quelle risorse potrebbero essere spese meglio».

Come?

«Rafforzando il sostegno agli investimenti in nuove tecnologie, in nuovi modelli di business e nella formazione di personale con competenze funzionali a Industry 4.0. Riducendo il cuneo fiscale e favorendo, a partire dalle aziende capofila, il rafforzamento dei nostri distretti industriali che, dall’automotive all’oil&gas, dall’aerospaziale al packaging all’agroalimentare, attirano investimenti dall’estero. E penso a forme di defiscalizzazione per il temporary management permettendo la crescita tecnologica, culturale e finanziaria delle pmi».

Di |2018-10-02T09:24:16+00:0001/10/2018|Imprese|