Softbank scommette sui robot
Uber e Toshiba i nuovi jolly
Così il colosso investe sul futuro

Davide Nitrosi

MILANO

NON FATEVI ingannare dal nome. Il conglomerato giapponese Softbank non è una banca e il suo fondatore, il 60enne Masayoshi Son, non è un banchiere. Intanto perché il colosso fondato nel 1981 investe in tecnologia, comunicazione digitale e quant’altro di innovativo (e spesso rischioso) può venirvi in mente. E poi perché un banchiere non parlerebbe mai come il signor Son, il cui obiettivo è «rivoluzionare l’informazione» perché, sostiene con fiducia tutta orientale, solo così è possibile garantire «felicità a tutti». Quindi, quando leggete che Softbank è in lizza – con grandi chance di farcela – per acquisire il 22% di Uber (il prezzo è di almeno 10 miliardi di dollari) e che con il suo mega fondo da 100 miliardi, Vision Fund, vuole lanciare la nuovissima app di messaggistica Slack, non stupitevi. L’uomo è fatto così. Coreano nato in Giappone – e quindi praticamente un paria –, laurea a Berkley, nel 1981 fonda Softbank per investire in nuove tecnologie. Un boom. Oggi ha quasi 70mila dipendenti e un fatturato di oltre 80 miliardi di dollari. Ma non è sempre stato così. Nel 2000 il valore della holding crollò del 99%. Son aveva investito tutto sulle dot.com, le società di Internet stroncate dalla bolla finanziaria: «Ho perso 70 miliardi di dollari in un giorno», disse il giovane imprenditore troppo coraggioso. Roba da suicidio? Macché. Fra le tante partecipazioni, Son aveva puntato le sue fiches su un cinese allora sconosciuto, tale Jack Ma, investendo 20 milioni di dollari in Alibaba. Sapete come è andata a finire: Alibaba vale oltre 200 miliardi di dollari, e la quota di Softbak da sola vale 50 miliardi. Un buon investimento, si direbbe. SON È FATTO così. In Oriente lo definiscono il Bill Gates nipponico. E in effetti condivide con Mister Microsoft illato geniale ela generosità. Per dire: quando terremoto e tsunami colpirono ilNord delGiappone nel 2011,lui donò 120milioni di dollari per i soccorsi e promise di regalare il suo stipendio, fino alla pensione, agli orfani. Ai bambini tiene particolarmente. Chi lavora in Softbank è spinto a fare figli: un bonus di 400 dollari per il primo, che diventano 40mila in caso si arrivi al quinto bebè. D’altronde Mister Softbank sa che cosa significa la povertà. Nato nel 1957 da una famiglia coreana, era uno zainichi, termine dispregiativo in Giappone. La nonna, raccontano le agiografie, raccoglieva gli avanzi dei ristoranti per allevare maiali e far campare la famiglia. Son a 16 anni partì per gli Stati Uniti dove, grazie alle sue doti, si laureò nella prestigiosa università di Berkley. Tornato in Giappone, ha raccontato lui stesso anni fa in un’intervista alla Harvard business review, rimase senza combinare nulla per parecchio tempo. «Avevo 35 anni. Mia moglie, gli amici, i genitori, erano preoccupati. Mi chiedevano: cosa farai? Hai passato tanti anni a studiare negli Usa e ora non fai niente. Ma io stavo pensando. Passavo il mio tempo a pensare e a studiare che cosa fare. Comprai tutti i libri che riuscii e così decisi che cosa avrei fatto nei successivi 50 anni».

L’IDEA è Softbank, società che punta subito su tecnologia e investimenti anche azzardati. Digerito il terremoto delle dot.com, Son vira sul baseball (nel 2005 acquista una squadra professionistica giapponese e 10 anni dopo sponsorizzala nazionale), nel 2006 si lancia nelle tlc con Vodafone Japan e poi nelle scommesse online. Porta l’iPhone in Giappone assieme ad Apple e scommette sulla robotica, acquistando la società di ingegneria Boston Dynamics, quella che ha sviluppato il cane robot per l’esercito americano. Un crescendo. A Trump, Mister Son ha promesso investimenti negli Stati Uniti per creare 50mila posti di lavoro. Ora in ballo ci sono Uber e le spoglie di Toshiba. E il business del cloud. Un vulcano. Ma dopo di lui che sarà? Da qualche anno cerca il suo successore. Un paio di volte al mese convoca 300 collaboratori al 25esimo piano del quartier generale di Tokio per studiare personaggi come Napoleone e tenere lezioni sulla vita. Guai a paragonare i suoi impiegati a Fantozzi, però. Chi non vorrebbe essere in prima fila se in ballo c’è una poltrona del genere?


Credit Agricole La tela di Maioli lega tre Casse a CariParma

MILANO

ERA ANCORA IL 2007 quando a valle della fusione tra Banca Intesa e il Sanpaolo di Torino, il Credit Agricole fece il primo importante salto dimensionale nello scacchiere bancario italiano. I francesi, storici alleati e azionisti di Intesa (la partecipazione sarà liquidata soltanto nel 2013), aiutarono la nuova superbanca a sciogliere il delicato nodo antitrust aggiudicandosi i due ricchi istituti regionali Cariparma e Friuladria. Regista della delicata integrazione fu il paziente Giampiero Maioli, reggiano di natali e parmigiano di adozione, che tre anni dopo sarebbe arrivato alla guida di Cariparma per diventare nel 2012 plenipotenziario delle attività italiane come senior country officer. La scorsa settimana l’Agricole ha spiccato il secondo balzo con l’acquisto delle casse di Rimini, Cesena e San Miniato, l’ultima delle operazioni di sistema che dovrebbero mettere in sicurezza il sistema bancario italiano. Anche se le cifre in gioco non sono più quelle da capogiro di Mps o delle due venete, la matassa da sbrogliare è stata comunque intricata e fino all’ultimo nessuno avrebbe messo la mano sul fuoco sul successo.

NON SOLO per la complessità finanziaria del progetto, ma anche perché le operazioni di sistema condotte in porto negli ultimi due anni hanno logorato il settore con uno stillicidio di collette. Non a caso l’aspetto più delicato del salvataggio è stato l’ennesimo intervento di Atlante, il fondo entrato in quasi tutti i salvataggi con i capitali forniti dal sistema bancario. Per mettere in sicurezza le tre casse è stato necessario un ulteriore rabbocco del veicolo gestito dalla Quaestio di Alessandro Penati, circostanza che ha costretto Intesa e Unicredit a staccare un altro assegno da 80 milioni.

ORA IL CANTIERE è chiuso e tutti i soggetti coinvolti possono tirare un sospiro di sollievo. Resta da capire se bisognerà davvero prestar fede al mantra ripetuto dai banchieri in queste ultime settimane, cioè che il salvataggio delle tre casse sarà l’ultima operazione di sistema. A dire il vero è ancora tutto da dimostrare che Carige eseguirà senza intoppi il doppio salto mortale di conversione e aumento di capitale. Ma per il momento è meglio non guastarsi la festa. Tornando a Maioli poi, non è escluso che l’operazione frutti un dividendo extra al banchiere emiliano. Da tempo si mormora di una sua promozione nel mondo dell’alta finanza e, anche se oggi le poltrone disponibili non sono molte, l’occasione potrebbe essere delle più propizie.

Camilla Cresci