L’INIZIO DELLA TEMPESTA PERFETTA

Lehman Brothers dieci anni dopo
I lupi di Wall Street non perdono il vizio
di scommettere sulle nostre vite

di LUCA BOLOGNINI

DICK FULD non ha paura di prendere un altro cazzotto in faccia. L’uomo che il 15 settembre di dieci anni fa ha guidato la Lehman Brothers al più grande fallimento della storia ha da qualche mese fatto il suo ritorno, sebbene un po’ in sordina, a Wall Street. L’ex presidente – che nel 2008, subito dopo aver annunciato la bancarotta, rimediò nella palestra aziendale un destro sul mento da un dipendente infuriato – la scorsa estate ha unito le forze con alcuni dei suoi vecchi fedelissimi per fondare a New York la Matrix Wealth Partners (poi ribattezzata Matrix Private Capital Group). L’azienda si occupa di gestire gli affari di 18 ricchissime famiglie americane, che – strano, ma vero – sembrano dormire sonni tranquillissimi dopo aver affidato circa 100 milioni di dollari al manager che ha lasciato una delle più grandi banche di investimento di sempre con un risibile debituccio da 619 miliardi di dollari. MA A DIECI anni di distanza dal crac che ha accelerato la più pesante crisi globale dal 1929 a oggi, cosa è cambiato? Lo Stoxx Europe 600 Banks, l’indice che riunisce i principali istituti di credito europei, il primo gennaio del 2007 (l’anno in cui i mutui subprime cominciarono a implodere, scatenando l’apocalisse finanziaria mondiale) faceva segnare 520 punti. Dal 2011 a oggi veleggia malinconicamente attorno ai 186 punti. Il suo fratellone, lo Stoxx Europe 600, in cui sono inserite le 600 capitalizzazioni europee più rappresentative, negli ultimi mesi ha raggiunto il suo massimo storico, toccando il 22 gennaio scorso i 194 punti (nel 2007 era fermo a 121). Questo significa che i mercati sembrano credere alla ripresa, ma non si fidano ancora delle banche europee. Se la passano un po’ meglio gli istituti americani: lo S&P 500 Banks, pur essendo ancora distante dagli splendori del 2007 (il primo gennaio era a 402 punti), sta lentamente tornando sui suoi livelli (nei giorni scorsi viaggiava attorno a quota 371). Ma anche negli Stati Uniti c’è chi ha fatto letteralmente carte false, pur di mostrarsi al mercato in piena salute. Nel settembre del 2017 Wells Fargo ha candidamente ammesso che per cinque anni a partire dal 2012 ha aperto più di due milioni di conti fantasma e ha assegnato carte di credito all’insaputa dei propri clienti. I guadagni per l’istituto di credito sono stati modesti, così come la multa di 185 milioni di dollari che è stato costretto a pagare.

MA IL COLLASSO di Lehman Brothers, considerata all’epoca «too big to fail», ovvero troppo grande per fallire, secondo gli analisti ha avuto una serie di conseguenze che hanno cambiato per sempre il mondo della finanza. La più importante è stato un giro di vite sulle regole da rispettare. I tanto temuti stress test, che prima venivano organizzati internamente, a partire dal 2007, ad esempio, finiscono sotto la lente dei governi nazionali. Ma la vera rivoluzione è il Dodd-Frank act. Quando nel 2010 diventa legge, pone fine all’era della finanza creativa made in Usa. Due agenzie (il Consiglio di revisione sulla stabilità finanziaria e l’Agenzia sulla ricerca finanziaria) vengono incaricate di monitorare il rischio sistemico e lo stato dell’economia. La presidenza Obama, inoltre, stabilisce una serie di nuove regole sul controllo delle banche da parte della Federal Reserve.

DONALD Trump ha più volte promesso ai suoi sostenitori (tra cui buona parte di Wall Street) che farà di tutto per fare a brandelli il Dodd-Frank act. «Cancellare la riforma finanziaria del 2010 – spiega Michael Barr, sottosegretario al Tesoro durante l’amministrazione Obama – sarebbe un errore dalle conseguenze devastanti. Tra le agenzie che vogliono tagliare c’è quella della Liquidazione controllata. Al di là dei tecnicismi, questo ufficio è il modo in cui il governo ha pensato di rispondere a eventuali nuove Lehman Brothers senza avviare altre bancherotte, in grado di scatenare nuove crisi globali, o evitando di salvare le banche in difficoltà coi soldi dei contribuenti».

MA UN NUOVO crac come quello del 2008 è davvero possibile? «Con l’arrivo di Trump, quasi tutte le istituzioni incaricate di monitorare il sistema finanziario sono ora gestite da qualcuno che in passato ha almeno una volta sfruttato, se non aggirato, le leggi a suo favore. Storicamente – fa notare Nomi Prins, ex manger di Lehman Brothers e autrice di ‘Collusione: come le banche centrali hanno truccato il mondo’ – gravi crisi finanziarie tendono a scoppiare dopo periodi in cui i controlli vengono esercitati in modo superficiale e i regolamenti bancari vengono allentati». Per l’economista non ci sono dubbi: non è una questione di se, ma di quando. «La prossima crisi farà sembrare l’ultimo crollo come una cosa da ragazzi, perché il sistema finanziario americano, nella sua essenza, non è stato riformato: non c’è supervisione. Le banche non solo rimangono troppo grandi per fallire, ma si stanno addirittura ingrandendo ulteriormente. Tutto questo mentre il governo promuove politiche che mettono in pericolo i contribuenti». E allora, ieri come oggi, il rischio – come insegna il buon Dick Fuld – è che volino cazzotti.

 

Di |2018-10-02T09:24:49+00:0012/02/2018|Finanza|