Bernini, l’imprenditore visionario
L’Arno valley culla di innovazione
«Il futuro? Sarà a misura di robot»

Sergio Rossi

TERRANUOVA (AREZZO)

È ALLA GUIDA di un’azienda emergente, nata nel 1985 e che è diventata nel tempo leader nel campo dell’innovazione. Fabrizio Bernini, 60 anni, cavaliere del lavoro da giugno dello scorso anno, è il titolare della Zucchetti Centro Sistemi di Terranuova e da poche settimane vicepresidente di Confindustria Toscana sud, comprendente le province di Arezzo, Siena e Grosseto.

Bernini, siete famosi per i robot…

«Con Ambrogio, il robot tagliaerba, abbiamo conquistato i mercati. Poi abbiamo il robot che pulisce le piscine e, proprio mentre stiamo parlando, ce n’è un altro in via sperimentale che sta scorrazzando tra i filari a ripulire una vigna».

Fa tutto da solo?

«Assolutamente sì. E mi avverte quando la batteria è scarica. I robot sono sempre connessi, ragionano con il cloud, con la tecnologia smart. Signori, questo è il futuro».

Sarà tutto automatizzato?

«È l’industria 4.0 e non possiamo non tenerne conto. È il concetto di smart che va applicato a ogni produzione. Avremo perfino le scarpe connesse: ci diranno quanti metri percorriamo e a che livello è il consumo delle suole».

È questa la spinta del mercato?

«Prendiamo il giardino: in Europa la crescita della robotica da giardinaggio è del 35%, gli strumenti termici tradizionali vanno giù del 20%. Cambia la cultura dei giovani e l’imprenditore deve agganciarla».

La sua azienda è cresciuta del 25% nel 2017 e ha avuto una media del più 10 negli ultimi 15 anni. Qual è il suo segreto?

«In parte è appunto l’innovazione continua. L’altra strategia è stata quella di diversificare il prodotto immettendolo su canali commerciali separati, pur partendo dalla stessa meccatronica di base».

Un esempio…

«I pannelli solari. La fine delle agevolazioni fiscali ha depresso il settore, quasi azzerandolo. Noi abbiamo risolto con l’accumulo, consentendo di immagazzinare l’energia per poi utilizzarla anche quando il sole non c’è, bypassando la vendita all’Enel».

Le danno del visionario…

«Definizione che mi piace».

L’ultima sua visione è quella dell’Arno Valley…

«Progetto che vorrei abbinare a un modo di pensare, appunto da visionari. Oggi qualsiasi azienda nasce da un visionario, anche se poi bisogna necessariamente razionalizzare. L’Arno Valley è una cultura: io vengo da sotto zero e dico ai giovani che, se hanno volontà e idee folli, possono e devono diventare imprenditori, fondatori dell’innovazione».

Su questa idea ci costruisce pure un palazzo…

«È l’allargamento dell’azienda, altri 3.000 metri quadri per concentrare in uno spazio moderno e sostenibile tutta la sezione robotica. È la base industriale su cui edificare la nostra Silicon valley».

Un’espansione continua. Quanti siete adesso?

«Abbiamo 240 dipendenti più altre 150 persone che lavorano nell’indotto».

E assumete…

«Trentadue giovani ingegneri solo nel 2017. In parte sono di qui, altri vengono da fuori. A questo proposito vorrei che una mano arrivasse dall’università, finalizzando all’industria corsi che si fanno ad Arezzo. Con Prada i corsi di design hanno fatto cappotto: tutti assunti».

Da dirigente di Confindustria, che aria si respira?

«La ripresa c’è e si vede anche nei consumi. Ma tanti nostri imprenditori sono come anestetizzati dagli anni della crisi, invece è indispensabile tornare ad investire».


Corsa allo spazio La sfida di Leonardo: Brexit apre nuove rotte

BRUXELLES

LA BREXIT potrebbe aprire ulteriori spazi di crescita per l’industria aerospaziale italiana ed europea in generale. Anche se pesano i rischi di un taglio delle risorse nel prossimo bilancio Ue con l’uscita della Gran Bretagna, resta ottimismo per il settore spaziale che, insieme con la difesa, è uno dei due pilastri dell’indipendenza strategica europea. È l’analisi della situazione del coordinatore per le attività spaziali di Leonardo e ad di Telespazio, Luigi Pasquali, in occasione della decima Conferenza sulla politica spaziale europea a Bruxelles. «È chiaro che l’industria spaziale britannica avrà meno accesso ai programmi spaziali europei» come Galileo e Copernico, anche se Londra vuole restare membro dell’Esa. L’esclusione dai programmi della Commissione Ue, tuttavia, «sicuramente può aprire maggiori chance per l’industria spaziale italiana, ma anche francese e tedesca e degli altri partner che contribuiscono». Allo stesso tempo, avverte il responsabile di Leonardo, nella partita in corso per definire le risorse che andranno allo spazio nel prossimo bilancio Ue pluriennale post 2020 «non ci dobbiamo dimenticare» che questa «avviene in un momento in cui c’è una forte tensione collegata» a Brexit, con «un grande contributore che non ci sarà più». Negli ultimi dieci anni, Bruxelles ha messo in atto una strategia spaziale vera e propria, rendendo operativi i programmi Galileo e Copernico e cambiando il modello di governance, come dimostra anche l’assegnazione lo scorso anno della gestione operativa del Gps europeo a Telespazio con un contratto da 1,5 miliardi.

IL 2017 in particolare sarà ricordato come un anno d’oro per lo spazio made in Italy: l’Agenzia spaziale italiana calcola il fatturato del giro d’affari legato allo spazio in pari a 1,4 miliardi solo nel nostro Paese e 6mila i lavoratori del settore, con un ritorno di 4 euro per ogni euro investito. Gli ultimi due governi hanno aumentato il budget dai 350 milioni di euro ai 900 previsti per il 2019. E, in coda all’anno, è stato approvato il ddl spazio che mette in capo alla presidenza del Consiglio il coordinamento delle politiche spaziali.