L’INDUSTRIA DELL’ABBIGLIAMENTO

La teoria del Kaos ridisegna la moda
«Negozi monomarca e vendite online
Con noi il Made in Italy si rinnova»

Lorenzo Pedrini

BOLOGNA

UN NOME che richiama il disordine primordiale e una storia fatta di genuinità e semplicità, nella più nobile accezione dei termini. Figurano tutti gli ingredienti migliori della cultura d’impresa emiliana, dalla bonomia alla passione per il lavoro, nella ricetta del marchio di abbigliamento Kaos Spa, il cui specchio fedele resta la figura di un patron come Marco Calzolari, serio ma capace di sorridere.

Quattro lettere che parlano di confusione e scompiglio, perché?

«È una storia che non manco mai di raccontare. Nel 1987, quando abbiamo mosso i primi passi, aveva riscosso un certo successo l’omonimo film dei fratelli Taviani, quello tratto dalle novelle di Pirandello e interpretato da Franchi e Ingrassia, e questo fatto, unito alla mia giovanile propensione a ‘fare casino’, ha spinto mio fratello a suggerirmi questo nome, che da subito ci ha portato fortuna».

Una buona sorte che, da bolognese, è cominciata alle porte della sua città.

«Siamo partiti, come tanti altri brand di successo del comparto tessile emiliano, dal Centergross di Funo di Argelato, nella Bassa bolognese, dove abbiamo cominciato con il pronto moda. Col tempo, poi, siamo diventati una solida azienda di campionario, grazie al varo, negli anni ‘90, delle prime collezioni di maglieria maschile, seguite dalle linee femminili, dai jeans e dagli accessori».

Che cosa vi ha spinto a diversificare una produzione che già funzionava?

«Più che di diversificazione parlerei, in generale, di un’evoluzione costante del brand, che ha tentato di seguire il gusto dei clienti e di restare sempre al passo coi tempi, senza perdere mai di vista i valori che ci hanno contraddistinto ma anche senza strafare, tenendo presente in ogni momento la nostra dimensione e affidandoci unicamente alle nostre capacità».

Oggi, dopo oltre trent’anni, il Centergross ospita ormai un gruppo ben strutturato.

«Siamo una media azienda, con un numero di dipendenti che si aggira sul centinaio e un fatturato annuo che balla stabilmente intorno a quota 50 milioni di euro, e ci stiamo aprendo sempre di più ai mercati esteri, soprattutto in Germania, Spagna e nei Paesi del Benelux, anche se, per ora, l’80% del venduto resta in Italia, come italiani rimangono la produzione, la manodopera e lo spirito».

Vi affidate a sistemi di vendita tradizionali oppure anche voi siete passati all’online?

«La nostra idea è sfruttare entrambi i canali, a partire da una solida collaborazione con il colosso digitale Yoox. Dopo anni di presenza in centinaia di negozi multibrand, poi, negli ultimi tempi abbiamo investito molto nella rete distributiva monomarca, che ormai conta 8 flagship stores: a Bologna, Modena e Ferrara ma anche a Firenze, Bari, Livorno, Reggio Calabria e Como».

Kaos, dunque, cresce, ma il futuro del settore che cosa riserverà?

«Nulla di particolarmente positivo, temo, anche perché la globalizzazione se, da un lato, ha consentito di arginare la penuria di forza lavoro e tenere bassi i prezzi, dall’altro rischia, con il passaggio delle eccellenze italiane in mani straniere, di intaccare il knowhow artigianale che ci contraddistingue. Dalla politica, poi, mi aspetto poco, visto che ha spesso tradito le promesse».

 

Seco Sulla multinazionale tascabile ora investe il Fondo Italiano

Salvatore Mannino

AREZZO IN COMUNE hanno la partenza da un garage. Poi, certo, Steve Jobs e la Apple di strada ne hanno fatta un tantino in più, ma anche Daniele Conti e Luciano Secciani, imprenditori aretini dell’alta tecnologia, non possono lamentarsi. La loro Seco spa è un gioiellino che ha ormai raggiunto i 250 dipendenti, con un fatturato di 50 milioni, filiali in Germania, Usa e Taiwan, collaborazioni con atenei e centri di ricerca in tutto il mondo. Una multinazionale tascabile, balzata alla ribalta in questi giorni per l’ingresso nel capitale, con una quota di 10 milioni, del fondo di investimenti Fll Tech Growth, gestito da Fondo italiano d’investimento, specializzato appunto nell’individuare e finanziare società magari poco conosciute ma con un un elevato potenziale di crescita, soprattutto nel settore dell’alta tecnologia. Un ritratto nel quale Seco rientra in pieno, specializzata com’è nei microcomputer, quelli usati anche per i macchinari industriali, con clienti tra cui spiccano multinazionali come Cimbali, il gigante delle macchine per caffè, o Technogym. Il gioiello della corona di questa azienda con sede nella periferia industriale di Arezzo si chiama Udoo, un computer di dimensioni ridotte nato nel 2013 dalla collaborazione con l’università di Siena che può adoperare indifferentemente sistemi operativi come Android o Linux. Siamo lontani, molto lontani, dal garage in un quartiere popolare della città toscana da cui Conti e Secciani erano partiti nel 1979.

I DUE, a dire il vero, si conoscono da quando frequentavano insieme l’Itis di Bibbiena, scelto da entrambi perché era l’unico ad avere un indirizzo elettronico che mancava anche nel capoluogo. Gli anni delle superiori, trascorsi insieme a prendere il treno ogni mattina: difficile trovare modo più efficace di cementare un’amicizia. «Ci siamo poi ritrovati – racconta Conti – anche nell’anno di servizio militare e lì abbiamo deciso che potevamo tentare qualcosa insieme». All’inizio i due pensano a un negozio di musica, poi si orientano verso l’elettronica. Nel garage affittato in coppia, appunto, che fa anche da casa per un cane. Nei primi anni ‘80 il concetto di startup è di là da venire. E infatti l’avventura non la finanzia nessuno, se non i risparmi di Conti e Secciani con l’aiuto dei rispettivi genitori «che hanno sempre creduto in noi». Ad Arezzo sono gli anni d’oro dell’industria orafa: in principio anche i due si buttano nel settore, con piccoli macchinari per le aziende del comparto più importante d’Italia. Poi la vocazione si sposta verso la tecnologia. Nel 1989, Seco viene premiata allo Smau per il suo primo personal computer, quindi la strada diventa quella della miniaturizzazione elettronica, fino ad Udoo. Dal 2008 Seco continua a crescere a ritmi sempre più sostenuti, addirittura il 15% l’anno, nonostante la grande recessione. Ora il rilancio dell’ingresso di Fll Tech Growth, che amplia ancora gli orizzonti. Ma le radici restano ad Arezzo: «La nostra base qui è e qui resterà», assicura Conti.

Di |2018-10-02T09:24:34+00:0002/05/2018|Imprese|