Siamo un popolo di formichine
La casa è il primo investimento
Dote di 2mila miliardi da gestire

Achille Perego

MILANO

SIAMO un Paese di formichine, innamorati del risparmio. Che non era sceso nei lunghi anni della crisi cominciata nel 2008 e adesso che si vedono i primi segnali di ripresa, sta aumentando. Tanto che per il presidente di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros-Pietro «stiamo tornando a essere un popolo di risparmiatori». Parole pronunciate una decina di giorni fa durante la presentazione a Torino dell’Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2017 realizzata dal Centro Einaudi e da Intesa Sanpaolo. Dall’inchiesta innanzitutto è emerso che per il secondo anno consecutivo le risposte degli italiani alle domande sulla loro condizione economica sono migliorate tanto che la crisi si può dire alle spalle. A differenza dell’indagine relativa al 2016, quella del 2017 mostra infatti come la ripresa tocchi tutte le classi intervistate: quelle più basse, il ceto medio e le famiglie con un reddito superiore. E in particolare spicca il salto di 10 punti, dall’82 al 92%, della quota di italiani che quest’anno si dichiara finanziariamente indipendente. Una percentuale ai massimi dopo la crisi. Il salto di qualità è rappresentato anche dalla tipologia dei redditi con una risalita al 58% di quelli da lavoro che negli anni scorsi erano scesi sotto la soglia del 50%. Che l’Italia stia senza dubbio meglio lo confermano le stime sulla crescita. Tanto che il chief economist di Intesa Sanpaolo, Gregorio De Felice, ha ricordato come l’Ufficio studi della prima banca italiana abbia rivisto al rialzo le previsioni sull’aumento del nostro Pil quest’anno portandolo a un più 1,4%. Una ripresa confermata, come ha sottolineato Gros-Pietro, dai dati sull’incremento della produzione industriale (+4,4%) e dell’export (+8%) mentre l’occupazione sta registrando il miglior andamento degli ultimi sei anni. Un’economia in ripresa grazie anche alle iniezioni di liquidità da parte del sistema bancario a famiglie e imprese con Intesa Sanpaolo in prima linea tanto da avere, secondo il suo presidente, erogato 25 miliardi al sistema nel primo semestre dell’anno con un aumento del 6,5% sullo stesso periodo del 2016.

NON poteva non tornare a crescere anche la quota di risparmio degli italiani con le famiglie in grado di mettere da parte qualcosa cresciute dal 40 al 43,4%, con l’11,8% del reddito accantonato e con lo stock di risparmio gestito che ha raggiunto i 2mila miliardi, una cifra molto vicina a quella del debito pubblico del Paese. Senza contare tutte le altre forme di risparmio e il fatto, ha ricordato sempre Gros-Pietro (citando la crescita nei primis sette mesi dell’anno di 14 miliardi del risparmio gestito da Intesa Sanpaolo) i circa 6mila miliardi di immobili posseduti dagli italiani che vantano una quota di proprietari della prima casa vicina al 78%. In particolare si risparmia per far fronte alle incertezze, per comprare la casa (16%) e per i figli. Sale, benché lentamente, anche l’intenzione di risparmiare per la vecchiaia (dal 14,1 al 20,7%) investendo nella previdenza integrativa. Ma risparmiare significa innanzitutto cercare strumenti che non riservino sgradite sorprese. La sicurezza del capitale infatti viene messa al primo posto dal 61,9% degli italiani seguita (con il 36,8%) dalla disponibilità di somme liquide e utilizzabili subito. Cresce anche la propensione (al 37%) ad attendere, almeno tre anni, rendimenti migliori sul fronte delle somme investite. Quanto alla scelta degli strumenti nei quali investire, sono aumentate dall’8al 13% le famiglie che optano per il risparmio gestito, è sceso dal 27 al 25% l’impiego in titoli di Stato e obbligazioni (anche per i bassi tassi d’interesse) e si è risvegliato l’interesse per la Borsa con le azioni tornate interessanti peril 5,5% del campione. Siamo e restiamo un popolo di amanti del mattone. Perché nonostante la crisi che ha colpito negli ultimi anni il settore immobiliare, per gli italiani la casa rimane il primo grande rifugio sicuro degli investimenti. Così, l’indagine del Centro Einaudi 2017 rileva come il 77,6% delle famiglie intervistate viva in un’abitazione di proprietà. Tanto che il valore medio per famiglia del patrimonio immobiliare, auto-stimato al netto dei mutui in corso, assomma a circa 217mila euro e corrisponde a una ricchezza complessiva immobiliare pari a circa 3 volte e mezzo il Pil, il doppio di quella mobiliare. La casa è percepita anche come un investimento che fa risparmiare l’affitto e come un mezzo per trasferire un’eredità e quindi lasciare qualcosa di importante ai figli. Di qui le resistenze a liquidarlo. Così da gennaio 2016 circa il 5% degli intervistati ha comprato un’abitazione.


Contro corrente
PER SALVARE L’UNIONE
BISOGNA CAMBIARLA

di ERNESTO
PREATONI

SONO UN europeista convinto. Proprio per questo sostengo che bisogna cambiare l’attuale architettura se si vuole preservare l’Unione. A questo va aggiunto quello che sta accadendo in Catalogna che certo non agevola la strada dell’integrazione. Il problema si proporrà in Italia il 22 ottobre con il referendum sull’autonomia finanziaria di Lombardia e Veneto. Fino a ieri era considerato una specie di sondaggio di opinione. Oggi diventa un fatto politico di primo piano. Ad alimentare la protesta il fatto che, nonostante l’ottimismo del governo la ripresa è veramente fragile. Appena l’1,5%nel 2017 che è ben lontano dal resto d’Europa (2,2%). Siamo indietro dello 0,7% che non si discosta molto dal ritardo dell’1% annuo che l’Italia ha accumulato da quando c’è l’euro. Non a caso il Pil è ancora di sei punti inferiore quello del 2007. E se il Pil pro capite era di 28.700 euro dieci anni fa, nel 2016 è stato di 25.900 euro. Ogni italiano deve insomma recuperare ancora 2.800 euro per tornare ai livelli pre crisi.

LA RIPRESA ha fatto guadagnare appena 25 euro al mese. Nel frattempo, come spiega l’ufficio studi di Confcommercio, i poveri assoluti sono raddoppiati, da 2,4 milioni nel 2007 a 4,7 milioni nel 2016. E così il tasso di disoccupazione passato dal 5,7% del 2007 all’ 11,3% : da 1,5 milioni a 3 milioni di individui. L’Inps aggiunge che un nuovo assunto su quattro nel 2017 è precario. Le retribuzioni lorde nel secondo trimestre sono scese dello 0,3% rispetto ad un anno prima. Le cifre dimostrano che l’ottimismo del governo è ingiustificato. Ma soprattutto confermano che l’Italia è sempre sull’orlo del baratro. Abbiamo ottenuto risultati assai poco lusinghieri in un momento irripetibile della congiuntura mondiale. Che cosa accadrà ora che l’euro torna a salire e il petrolio sta rialzando la testa?. Restano i tassi bassi determinati dalla politica della Bce. Ma neanche questi dureranno a lungo. Poi tornerà lo spettro della crisi.