Saudi Aramco conta trilioni
È partita l’Ipo della sfida

Il colosso petrolifero del regno saudita bussa alla Borsa locale

Riad mette in vendita solo l’1,5% e punta a un valore di 1.700 miliardi di dollari
L’offerta potrebbe non superare il successo della regina delle debuttanti Alibaba

di Elena Comelli
MILANO

L’Ipo, che forse non sarà del secolo come si preannunciava, è partita ieri, con l’offerta di Saudi Aramco, la compagnia petrolifera della dinastia saudita, che punta a una valutazione di almeno 1.700 miliardi di dollari. L’offerta pubblica della compagnia più redditizia del mondo, arrivata dopo una serie di rinvii, è la pietra miliare dell’ambizioso piano Saudi Vision 2030 del principe ereditario Mohammed bin Salman per riformare l’economia del regno, oggi completamente dipendente dal petrolio. L’Ipo segna la principale svolta dell’economia saudita dagli anni ’70. Aramco, oggi capace di incidere sul 10% della produzione petrolifera globale, è la spina dorsale della stabilità socio- economica dell’Arabia Saudita. Fino ad ora, la più grande Ipo del mondo è stata quella della società di e-commerce cinese Alibaba nel 2014, che ha raccolto 25 miliardi di dollari. Riad punta a superarla con la vendita dell’1,5% della compagnia, quota decisamente ridimensionata rispetto ai rumors iniziali che accreditavano un 3% destinato al mercato. Il colosso dell’energia statale inizia a prendere offerte dagli investitori in una fascia di prezzo di 30-32 riyal sauditi per azione (8-8,5 dollari), forchetta che porta a un valore dell’Ipo compreso tra 24 e 25,6 miliardi di dollari. Quindi, il sorpasso di Alibaba non è ancora detto. Il principe vorrebbe usare questi fondi per diversificare l’economia del Paese, investendo anche nelle fonti rinnovabili per ridurre la dipendenza dal petrolio, da cui il regno nel 2018 ha ricavato 111 miliardi di dollari di entrate nette, praticamente l’unica fonte di reddito del Paese. L’ipotesi di un debutto era emersa per la prima volta nel 2016, salvo una serie di rinvii a causa dei dubbi degli investitori sulla maxivalutazione di 2mila miliardi di dollari inizialmente pretesa da bin Salman. Gli ambiziosi target del principe non erano e non sono gli unici ostacoli sulla via della Borsa. Saudi Aramco dovrà anche fronteggiare il rafforzamento delle azioni dei governi del mondo contro l’emergenza climatica e i rischi di una minore redditività del suo core business. L’anno scorso, dopo l’acquisizione da parte di Saudi Arampo di una partecipazione del 70% in Sabic, la più grande compagnia petrolchimica del regno, l’idea della quotazione si era rimessa in moto e quest’anno è arrivata a maturità, nonostante gli attacchi terroristici del 14 settembre contro gli impianti di Abqaiq e Khurais. Il progetto di arrivare fino al 5% di flottante, però è tramontato. La quotazione avverrà esclusivamente sul mercato locale Tadawul e negli ultimi documenti – che Riad ha significativamente diffuso solo in lingua araba – si specifica che le informazioni non sono destinate ai mercati di Londra, New York e Tokyo. Il prezzo del petrolio è un’altra delle tante incognite e la recentissima trasparenza sui bilanci di Saudi Aramco ha già dimostrato come la compagnia sia molto vulnerabile all’andamento del mercato. Gli ultimi risultati sembrano confermarlo: nei primi nove mesi di quest’anno l’utile netto della compagnia è stato di 68 miliardi, in calo del 17,9% rispetto allo stesso periodo del 2018. Il fatturato è sceso a 233 miliardi (-6,9%). Dal prospetto, uscito la settimana scorsa, si scopre che lo 0,5% delle azioni di Aramco saranno riservate al pubblico retail in Arabia Saudita, dov’è cominciata un’intensa campagna pubblicitaria per promuovere l’Ipo e le banche offrono prestiti ai risparmiatori per consentire l’adesione. Le ricche famiglie mercantili, molte delle quali sono rimaste coinvolte nella repressione della corruzione avviata dal principe Mohammed nel 2017, sono state costrette a investire. Il periodo di sottoscrizione per il pubblico si chiuderà il 28 novembre e l’obiettivo è sbarcare in Borsa l’11 dicembre. Gli investitori stranieri restano scettici, anche a causa dei problemi di governance, delle interferenze statali nella strategia aziendale e dell’incapacità del regno di proteggere le proprie strutture energetiche, ma Riad ha reagito contattando fondi sovrani in Medio Oriente e in Cina. Pechino starebbe valutando di investire fino a 10 miliardi di dollari, una disponibilità che metterebbe al sicuro da un possibile flop la quotazione in Borsa del gigante del petrolio saudita. Bloomberg riferisce di trattative con diverse entità statali cinesi, tra cui il Silk Road Fund, il fondo sovrano China Investment Corp e Sinopec, società petrolchimica quotata a Shanghai, Hong Kong e New York, già partner dei sauditi in impianti di raffinazione. Bussare alla porta di Pechino è un passo inevitabile.

Il denaro non dorme mai

Niente minacce e più rispetto
per chi investe nel Belpaese

di Giuseppe Turani

Italia in ripresa? Lo affermano fonti internazionali e il ministro Gualtieri conferma: l’anno prossimo dovremmo passare da una crescita zero a una dello 0,6 per cento. In realtà. si tratta di niente. Di lievi spostamenti sul fondo della congiuntura. Questa microscopica crescita non procurerà nemmeno un posto di lavoro in più e lascerà i nostri problemi finanziari esattamente come sono oggi. Per avere un senso, e incidere sulla realtà, una crescita deve essere almeno del 2-3 per cento. Con valori dello 0,6 per cento non cambia niente. Qualunque azienda gestita appena decentemente davanti a una crescita così modesta fa fronte in un modo molto semplice: usa il personale che ha già, semmai chiederà qualche ora di straordinaro in più, che sarà lieta di pagare. Purtroppo, sono anni che qui non si vede una crescita del 2-3 per cento. E non dipende dalla congiuntura internazionale, ma dalle nostre scelte e dai nostri comportamenti. Pasticci come quello di Arcelor Mittal trasmettono un messaggio chiarissimo ai mercati internazionali: potete anche portare qui le vostre aziende, ma poi fate quello che vogliamo noi. Anzi, quello che vuole la signora Lezzi. Ma, non contenti, si aggiungono anche le minacce. Forse nessuno ha infornato i politici pugliesi che il signor Mittal è l’uomo più ricco del Regno Unito: non credo proprio che tremi di fronte alle sfuriate di Emiliano. Manca lo stile. Anni fa, durante un ricevimento, noto un signore attivissimo nel distribuire biglietti da visita. Mi avvicino e scopro di che cosa si tratta: era l’inviato di uno Stato americano del Sud (credo Alabama) che cercava potenziale investitori. Quando la Mercedes aprì il suo stabilimento in Alabama, preoccupata per la possibile integrazione fra i suoi ingegneri (tedeschi purissimi, tutti biondi) e gli abitanti (tutti neri) organizzò una grande festa popolare, con balli e canti. Operazione riuscita. Noi, invece, affidiamo il trattamento degli investitori stranieri e gente che li prende a pesci in faccia. E che ogni cinque minuti minaccia di trascinare tutti in tribunale, lasciando intendere che subito dopo c’è la galera. A Bari le autorità locali dovrebbero invece organizzare un ricevimento per gli uomini della Mittal e cercare il dialogo. Nel mondo civile si usa così, ovunque.