L’era del greggio ha ancora una lunga vita
«Gli sceicchi resteranno signori dell’oro nero»

L’analisi di Davide Tabarelli, presidente Nomisma Energia

L’investimento in Saudi Aramco è sicuro
«Ma, da quotata, la società non potrà più modulare facilmente i prezzi di mercato»

di Elena Comelli
MILANO

L’era del petrolio non finirà per mancanza di petrolio, come l’età della pietra non è finita per mancanza di pietre, disse lo sceicco Ahmed Zaki Yamani, voce dell’Opec al tempo dei due shock petroliferi degli anni Settanta. E in effetti all’era del petrolio non si vede una fine, malgrado tutti gli sforzi delle economie occidentali di emanciparsi dal giogo degli sceicchi e di tagliare le emissioni di CO2. «Le tecnologie rinnovabili si sviluppano velocemente, ma è difficile trovare in tempi brevi una sostituzione altrettanto efficace», spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. Di conseguenza, aggiunge, chi investe in Saudi Aramco è in una botte di ferro, almeno per i prossimi trent’anni.
Perché?
«La densità energetica della benzina e del gasolio per ora sono imbattibili: i combustibili fossili sono capaci di contenere, a parità di volume, 35 volte l’energia immagazzinata in una batteria convenzionale e di rilasciarla istantaneamente con la combustione. Per questo, malgrado gli sforzi di decarbonizzazione mondiali i consumi di greggio crescono di 1,3 milioni di barili all’anno. L’anno scorso abbiamo battuto i fatidici 100 milioni di barili al giorno ed è prevedibile che nel 2030 arriveremo a 112 milioni di barili e a 120 milioni nel 2050. Poi probabilmente la domanda calerà, non per le nuove tecnologie, quanto per lo stallo e il lento declino della popolazione mondiale».
E l’Arabia Saudita sarà sempre la regina del greggio?
«L’Arabia Saudita è una dittatura, quindi non c’è trasparenza. Non si sa quante siano le loro riserve di petrolio: quelle ufficiali arrivano a 290 miliardi di barili. Il vantaggio dei petrolieri sauditi sta nei costi bassissimi di estrazione. Produrre il petrolio lì non costa più di 3 dollari al barile. Confrontati con i 60 dollari delle quotazioni attuali, è un bel vendere. Per questa ragione Saudi Aramco è regina dei profitti, la compagnia più redditizia del mondo».
Ci sono però altre incognite, come il prezzo del barile…
«Certo, ci sono stati momenti, come nel ‘98, in cui il barile costava 12 dollari e mai avremmo potuto prevedere che arrivasse a 140 come nel luglio del 2008 e neanche oltre i 60 come oggi. Ma con un costo di produzione di 3 dollari al barile anche a prezzi più bassi Saudi Aramco farà comunque utili facili. E non bisogna dimentichare che Riad ha uno strumento facile da usare per modulare il prezzo del petrolio sul mercato mondiale: dei 3 milioni di barili al giorno di capacità inutilizzata globale, 2 sono sauditi. Basta tagliarli e il gioco è fatto».
Ma potrà farlo anche quando sarà una società quotata?
«Ecco, la quotazione potrebbe rendere il giochino più complicato, perché è difficile dire ai tuoi azionisti, magari fondi globali, che non stai sfruttando a fondo tutta la tua capacità di produzione. Questo è da vedere».
Poi c’è l’incognita sicurezza…
«L’attacco iraniano al cuore del petrolio saudita, avvenuto in settembre, ha costretto Riad a fermare oltre metà della produzione quotidiana, 5 milioni di barili al giorno, spingendo in alto i prezzi. Ma il panico sui mercati è durato lo spazio d’un mattino e in meno di una settimana le quotazioni sono scese in picchiata. Certo si è dimostrata la vulnerabilità dei sauditi ad attacchi come mai era successo prima in Medio Oriente e nel Golfo Persico. Non è chiarissimo da dove siano partiti questi droni. Non è escluso che ci sia una crepa all’interno del sistema saudita. E questo sarebbe pericoloso, anche perché si tratta del sistema più stabile in Medio Oriente da 80 anni».
Il mercato ha tenuto botta.
«Decisamente. Oggi è molto facile accusare la speculazione, ma non dimentichiamo che se l’attacco fosse accaduto negli anni ‘70, la reazione sarebbe stata sicuramente peggiore. Quando non esisteva la finanza, con i futures, e il mercato del petrolio si basava su contratti di lungo termine, quando l’Opec faceva le sue riunioni in solitaria, avremmo avuto prezzi molto più irrequieti».
E poi c’è la rivoluzione del nuovo greggio non convenzionale americano.
«Gli americani sono tranquilli perché di petrolio in giro per il mondo ce n’è tantissimo, grazie al raddoppio della produzione americana che è arrivata a 12,5 milioni di barili al giorno e l’anno prossimo aumenterà di un altro milione di barili al giorno. Di questa tranquillità stanno beneficiando anche Italia, Europa e Cina, perché se i prezzi di fronte a questa situazione sono aumentati solo del 10% , questo è dovuto all’eccesso di offerta garantito dalla rivoluzione del fracking Usa».

Le stime dell’Aie per il prossimo anno

Nessuno strappo sul petrolio
«Stock elevati»

Il mercato del petrolio è atteso ‘calmo’ l’anno prossimo a dispetto delle tensioni geopolitiche e grazie all’offerta elevata di Paesi come Usa e Brasile. Lo prevede l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie): «La calma è sostenuta da un mercato abbondante e da stock elevati. Situazione che si protrarrà nel 2020 perché i Paesi non-Opec aumenteranno la produzione di 2,3 milioni di barili al giorno ». E la stima di domanda mondiale è di 1,2 milioni.