Disastri da clima impazzito
L’ambiente presenta il conto

Stimato in 520 miliardi di dollari l’anno il costo delle catastrofi naturali

Il cambiamento è ai primi posti in tutte le classifiche dei rischi globali
L’Onu avverte che resta poco tempo per avvicinarsi agli obiettivi di Parigi

MILANO

È il rischio più percepito nel mondo, Italia compresa. Quello che, grazie anche all’allarme lanciato con forza dai giovani movimentati da Greta, ha superato le paure economiche e quelle digitali. Stiamo parlando del cambiamento climatico e dei suoi devastanti effetti sul Pianeta ma anche sulla salute della stessa economia, sulla vita delle persone e delle imprese. Secondo il Gobal risk report 2019 (pubblicazione promossa dal World economic forum in collaborazione con Zurich e Marsh che offre una mappa dei rischi globali) tra i 5 rischi ritenuti più probabili a livello globale ai primi tre posti ci sono quelli legati al clima. E tra i primi cinque a maggiore impatto, che vedono in testa le armi di distruzione di massa, quattro sono legati al clima.
Oltre alle conseguenze degli eventi meteorologici estremi e delle catastrofi naturali, preoccupa l’impatto del fallimento delle misure di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. E al sesto posto di questa classifica c’è un altro tema ambientale: la perdita di biodiversità. L’ambiente occupa poi, come detto, i primi tre posti della classifica dei rischi più rilevanti, in termini di probabilità, con gli eventi meteorologici estremi e il fallimento delle misure che possono mitigarne le conseguenze. E anche in questa classifica al sesto posto assoluto c’è l’ambiente con i disastri ambientali causati dall’uomo.
Non solo. I rischi climatici sono, sempre per il Rapporto, interconnessi con altre emergenze globali e disuguaglianze sociali e possono scatenare o aggravare i rischi geopolitici e sociali come le migrazioni involontarie o le crisi alimentari. La catastrofe climatica potrebbe verificarsi senza un’adeguata risposta dei Paesi di tutto il mondo per ridurre velocemente e drasticamente le emissioni inquinanti. E secondo l’Ipcc, l’organismo dell’Onu che studia i cambiamenti climatici, restano appena 12 anni per evitare un aumento delle temperature medie terrestri entro la fine del secolo sopra la soglia fissata dagli accordi di Parigi (1,5-2 gradi rispetto all’età preindustriale).
Il rischio clima sta avendo pesanti effetti sull’economia. Il colosso delle assicurazioni Munich RE ha stimato in circa 160 miliardi di dollari le perdite economiche complessive del 2018, dovute a catastrofi naturali come i vasti incendi in California, gli uragani negli Stati Uniti, lo tsunami in Indonesia e la siccità prolungata in Europa, con relativi danni alle colture agricole e maggiore frequenza degli incendi. Ma più in generale il costo globale dei disastri naturali è stato stimato, negli ultimi vent’anni, in 520 miliardi di dollari l’anno.
E l’Italia, purtroppo, rientra nei primi dieci Paesi al mondo che ha subito in questo periodo i danni maggiori. La così forte esposizione ai cambiamenti climatici, e storicamente al rischio sismico e a quello idrogeologico (che interessa addirittura il 90% dei Comuni italiani e il 78% delle abitazioni), non sta ricevendo un’adeguata risposta in termini di prevenzione e protezione.
Oltre l’80% degli italiani è proprietario di almeno una casa, ma solo il 30% è assicurato, con grandi differenze a livello geografico (dal 62% del Trentino all’1,9% della Sicilia). Il 50% degli italiani è convinto che lo Stato debba risarcire i cittadini vittime delle catastrofi (che secondo l’Ania in vent’anni hanno provocato mille vittime e solo l’anno scorso 60 miliardi di dollari di danni) mentre in realtà non vi è alcun obbligo. In America invece eventi come le catastrofi naturali sono una costante, eppure l’economia (il Pil) non ne risente. Perché considerano questi rischi come possibili e li mitigano grazie alla prevenzione. In Italia l’83% delle famiglie pensa di non essere a rischio di catatofi naturali.
Così, confidando nello «stellone nazionale» esiste una strutturale sottoassicurazione. Il rapporto premi danni/Pil infatti è tra i più bassi d’Europa: solo l’1,9% rispetto al 3,3% di Germania e Francia e il 4,3% degli Usa. Per questo, avverte il presidente Ania Maria Bianca Farina, «il mondo assicurativo può e deve svolgere, sia a livello di sistema, attraverso una maggiore collaborazione pubblico- privato, sia a livello di offerta verso i clienti e con sempre maggiore centralità, un ruolo importate a sostegno dei cittadini e del Paese».

Achille Perego

Il denaro non dorme mai

Il debito sale in gran silenzio
Ultima chiamata per tagli sensati

di Giuseppe Turani

La manovra di fine anno, quella che serve per dare un senso all’anno successivo, è sempre stata un problema. Per legge va approvata entro il 31 dicembre. Qualche volta non ci si è riusciti e allora si è trovata la furbata di fermare le lancette dell’orologio di Montecitorio. Questa volta, però, la faccenda sembra ancora più complicata. Ci sono tasse e imposte che appaiono e durano solo una mattina, negate o sostituite da altre. E la fantasia non manca: tasse sulla plastica, sulle merendine, e altre amenità. Qualcuno si sarebbe persino accorto che, sommando tutte queste mini- tasse, si arriva a un totale importante. Ma come mai il governo non riesce a mettere insieme una coerente manovra finanziaria? Non si tratta solo di incapacità (Gualtieri è bravissimo). C’è di più. C’è che stiamo arrivando al limite. Entro il giugno 2020 il totale del debito pubblico italiano sfonderà una cifra-simbolo: 2.500 miliardi. Se si fanno i conti sul Pil si comincia a andare oltre il 135% e, nelle proiezioni, il 140% non è così lontano.
Tutto questo che cosa significa? Che stiamo per superare i limiti, larghi, che ci sono stati concessi. Ogni giorno si parla di nuovi interventi (Alitalia, Ilva, ecc…), ma mai dell’unica cosa che avrebbe un senso oggi: e cioè il taglio delle spese. Lo Stato viene visto come qualcosa di eterno, immutabile, che non è possibile far diventare più efficiente. Qualunque azienda un po’ in difficoltà fa una ricognizione delle proprie procedure e delle proprie spese e cerca di rientrare nei limiti del buon senso. Lo Stato italiano non fa niente di tutto ciò. Continua a funzionare come se non esistesse un domani. Ci sono regioni (la Sicilia, ad esempio) che spendono come se fossero a una serata di gala al casinò, ma nessuno dice niente. Poi, quando si lancia qualche allarme, arrivano quelli che allora propongono di tagliare il nostro welfare che, è vero, costa molto. Ma è anche la cosa più civile e meritevole che oggi ci sia in Europa: a parte le pensioni, chiunque abbia problemi di salute viene assistito, senza spese. Prima di toccarlo, cerchiamo di sfoltire un po’ di uffici e di ricondurre alla ragione qualche regione. La lotta agli sprechi serve anche a questo: a difendere un welfare che non esiste in alcun altro posto nel mondo e che è un nostro vanto.