«Basta con i dollari, accettiamo solo euro»
Mosca mette lo scudo alle sanzioni di Trump

La decisione del colosso petrolifero di Igor Sechin

Rosneft sceglie la valuta europea per tutti i nuovi contratti di esportazione
E la banca centrale russa ha liquidato Treasuries per quasi 90 miliardi

di Elena Comelli
MILANO

Si accettano solo euro. La Russia ha compiuto un altro importante passo sul fronte della dedollarizzazione, prendendo le distanze dal biglietto verde per mettersi al riparo dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, presenti e future. Rosneft, una delle principali compagnie petrolifere al mondo e primo esportatore russo, ha scelto l’euro come valuta di riferimento in tutti i nuovi contratti di esportazione. L’ha annunciato Igor Sechin (foto), numero uno del colosso russo, al Forum Eurasiatico. La rivoluzione, che riguarda greggio e derivati, prodotti petrolchimici, gas liquefatto, è già operativa: nei nuovi contratti di esportazione pubblicati sul sito della compagnia si chiede ai clienti di far riferimento al tasso di cambio euro/dollaro del giorno precedente al pagamento, dal momento che i prezzi del petrolio sono fissati in dollari. La ha un impatto forte. Rosneft copre più del 40% del petrolio estratto in Russia e ne esporta ogni anno circa 120 milioni di tonnellate, pari a 2,4 milioni di barili al giorno. L’anno scorso ha esportato petrolio e prodotti raffinati per un valore di 5.700 miliardi di rubli, pari a 89 miliardi di dollari o 80,2 miliardi di euro.
Finora la de-dollarizzazione della Russia era stata spinta soprattutto dalla banca centrale, che nel 2018 ha ridotto le proprie riserve in dollari da circa la metà del totale al 22%, convertendole in yuan, euro o yen (oltre che in oro). E quest’anno ha addirittura accelerato il processo. Secondo il dipartimento del Tesoro Usa, nel giro di soli quattro mesi – tra marzo e luglio di quest’anno – Mosca ha liquidato Treasuries per quasi 90 miliardi di dollari, riducendone il possesso di oltre il 90% ad appena 8,5 miliardi di dollari. Le riserve auree russe hanno invece raggiunto 2.230,4 tonnellate, per un un valore di 109,5 miliardi di dollari a settembre (oltre un quinto del valore totale delle riserve della banca centrale) e sono oggi le quarte al mondo. Ora il passaggio ad altre valute sta lentamente progredendo anche negli scambi commerciali. Il processo di de-dollarizzazione dell’economia procede man mano che la Russia, a partire dal 2014, entra sempre più nel mirino delle sanzioni decise dal Tesoro americano: quelle che potrebbero colpire ora Rosneft riguardano le attività della compagnia in Venezuela, mentre le nuove restrizioni decise in agosto in seguite al caso Skripal hanno toccato per la prima volta le emissioni di debito sovrano russo, a cui le banche americane non possono partecipare. In parallelo, le banche russe si spostano su sistemi di pagamenti alternativi, e il governo incoraggia le aziende ad accettare pagamenti in altre valute.
L’ultimo annuncio riguarda l’Iran: il 17 settembre scorso il governatore della Banca centrale iraniana ha dichiarato che per le transazioni interbancarie Mosca e Teheran inizieranno a utilizzare un sistema alternativo a Swift. Come già avviene tra diverse banche russe e cinesi.
Il prossimo passo sarà riconvertire in euro le esportazioni di gas di Gazprom, che l’anno scorso ha esportato in Europa gas per 51 miliardi di dollari. Il ministro dell’Economia russo Maxim Oreshkin ha anticipato le intenzioni del Cremlino di completare il processo in un’intervista al Financial Times. Oreshkin ha anche affermato che la Russia intende intensificare gli scambi bilaterali con l’Ue. Negli ultimi mesi il presidente francese Macron ha chiesto un riavvicinamento politico e il ripristino dei legami commerciali con Mosca dopo 5 anni di sanzioni, imposte per l’annessione della Crimea nel 2014.
«Quando Macron era ministro dell’economia, dirigeva la commissione per lo sviluppo dei rapporti tra Russia e Francia. Sa bene come riprendere i contatti e sviluppare progetti comuni», ha detto Oreshkin. Bruxelles, da parte sua, vuole garantire che aziende come Nokia ed Ericsson possano competere con la cinese Huawei nel fiorente mercato russo per le comunicazioni mobili 5G e i big europei dell’alimentare sperano di tornare sui mercati russi, al momento sbarrati da misure protezionistiche in risposta alle sanzioni europee.
Ma è improbabile che la Russia riammetta le esportazioni alimentari dell’Ue a meno che Bruxelles non faciliti in cambio l’accesso di Mosca al mercato europeo, ha spiegato Oreshkin, che se l’è anche presa con i sussidi agricoli europei e con i regolamenti tecnici, che limitano l’accesso dei prodotti russi al mercato europeo. Tra i due vicini-antagonisti c’è ancora molta diffidenza da superare, anche se il Cremlino ora corteggia l’euro per sbarazzarsi del dollaro.