Televisori da rottamare
Istruzioni per la transizione

Nella legge di bilancio 2019 il bonus per sostituire tv e decoder

Il passaggio sarà graduale: la transizione durerà fino a fine giugno 2022
Solo allora sarà spento definitivamente il vecchio segnale

di Achille Perego
MILANO

Vi ricordate il passaggio dall’analogico al digitale, un cambiamento durato ben sei anni e che si era concluso definitivamente nel 2012? In pratica adesso succederà un po’ la stessa cosa, ma più in fretta, solo in due anni e mezzo. E quella che è già stata definita la nuova «rottamazione » dei televisori rischia, come avverte Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori (Unc), di «farci rivivere l’incubo dello switch-off del digitale terrestre». Informazioni confuse sulla compatibilità dei decoder e dei televisori, panico tra i consumatori (soprattutto quelli più anziani e in difficoltà nell’utilizzo delle nuove tecnologie) e soprattutto, come aveva già denunciato per la precedente rivoluzione dei televisori sempre l’Unc, gli immancabili raggiri con la vendita di prodotti inadatti o malfunzionanti. La rottamazione dei vecchi tv. La campagna di rottamazione è cominciata nelle scorse settimane con il via libera, dal 1° gennaio di quest’anno (e dal 18 dicembre del 2019 al bonus rottamazione previsto dalla Legge di bilancio per acquistare o un nuovo televisore o un decoder) alla transizione alla nuova tecnologia per la trasmissione dei canali digitali televisivi. Una transizione che durerà fino alla fine di giugno 2022, quando sarà definitivamente spento il vecchio segnale, e durante la quale cambierà la modalità tecnica con la quale vengono inviati e ricevuti tutti i programmi televisivi. Un cambiamento dovuto al fatto che, in base alle direttive europee recepite anche dal nostro Paese, alcune sequenze – quelle intorno ai 700Mhz – sono, come si dice in gergo, «migrate» per fare spazio al segnale 5G, quello sempre più veloce utilizzato dagli smartphone di nuova generazione per le comunicazioni mobili e la cui concessione, attraverso una maxi asta, ha fruttato allo Stato circa 6 miliardi. L’abc della transizione. Il passaggio, come detto, sarà graduale dato che se avvenisse oggi si è calcolato che quasi otto famiglie su dieci avrebbero problemi nella ricezione dei canali con il nuovo standard DVB T2 che prenderà il posto dell’attuale DVBT1. Il vecchio segnale digitale verrà spento definitivamente dal 1° settembre al 31 dicembre 2021 in Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna e le province di Trento e Bolzano. Dal 1° gennaio al 31 marzo 2022 in Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania e Sardegna e quindi dal 1° aprile al 30 giugno 2022 nelle restanti Regioni. Nella prima fase del passaggio i canali del digitale terrestre abbandoneranno il formato video MPEG-2 per usare l’MPEG-4 (quello impiegato oggi solo dai canali HD, quelli che si trovano dal 500 in su). La transazione definitiva invece comporterà l’introduzione del nuovo formato video HEVC abbinato allo standard DVBT2. Almeno dieci milioni di televisori si stima che non saranno in grado di ricevere il nuovo segnale e andrebbero cambiati oppure dotati di un decoder con tutte le complessità che questo ha già comportato per il passaggio dall’analogico al digitale: utilizzo di due telecomandi, complessità della selezione dell’ingresso esterno, cavi in vista e lo spazio da destinare alla scatoletta. Ma soprattutto bisognerà mettere mano al portafogli per quella che sempre Dona definisce «l’ennesima stangata» a carico delle famiglie, di nuovo costrette a dover sborsare soldi. Con una spesa media di circa 300 euro, secondo i calcoli dell’Unione nazionale consumatori. E il contributo stanziato dal governo per sostenere le famiglie economicamente più deboli (un fondo di 151 milioni ad esaurimento pari a un bonus fino a 50 euro per chi i nuclei familiari con un reddito Isee fino a 20mila euro all’anno) per l’acquisto o di un nuovo apparecchio televisivo o di un decoder (già in commercio con prezzi a partire da 30-35 euro) non sembra proprio in grado di coprire tutte le spese. Ma la nuova rivoluzione digitale apre anche scenari nuovi per il settore televisivo dove gli operatori generalisti (a partire da Rai e Mediaset) dovranno fare i conti non solo con le storiche pay tv (come Sky) ma anche con le trasmissioni online di concorrenti temibili come Netflix e Amazon che potrebbero sfruttare a loro vantaggio la possibilità di utilizzare comunque i vecchi televisori per la visione di film e entertainment sulle proprie piattaforme in connessione con Internet.

Il denaro non dorme mai

Lasciateci la libertà di creare e di cambiare

di Giuseppe Turani

Forse è ora di cominciare a preoccuparsi un po’. A novembre c’è stato un forte arretramento delle esportazioni e il risultato è stato il peggiore dal 2011. La crescita complessiva viaggia sul filo dello zero. Dalla congiuntura internazionale non verrà alcun aiuto extra perché anch’essa è fiacca. E tutte le previsioni relative all’Italia vedono una lunga stagione di aumento del Pil sotto l’1 per cento. Per i nostri vari problemi interni (bilancio pubblico, disoccupazione, ecc.) avremmo bisogno di una crescita almeno del 2-3 per cento. Ma, alla luce di quanto oggi è disponibile, questi sono solo sogni. La sensazione è che il peso delle cose non fatte, delle riforme annunciate e mai realizzate, cominci a farsi sentire davvero. L’Italia, che dopo la guerra in pochi anni da paese agricolo e semi-distrutto seppe diventare la sesta potenza economica del mondo, sembra essersi fermata, accartocciata su se stessa. Capire come questo sia successo non è difficile. Bastano pochissimi dati. Se prendiamo le statistiche mondiali, siamo all’80esimo posto per libertà economica e al 51esimo per libertà di fare impresa. E questo mentre siamo entrati in una fase della storia in cui tutto evolve e cambia con grande velocità. Qualche anno fa la Nokia, ad esempio, era la regina dei telefonini, oggi non ne parla più nessuno: è stata letteralmente distrutta dalla Apple, che ha saputo rinnovare e dare nuova vita ai cellulari. Nell’economia moderna, cioè, la velocità di cambiamento (il poterlo fare) diventa essenziale, la carta vincente. Il microchip, che ha cambiato le nostre vite, è stato inventato da Federico Faggin, di Isola Vicentina, ma ormai naturalizzato cittadino americano. In America Faggin si è mosso in modo molto semplice: è andato alla Intel, dove stavano cercando di mettere a punto il microchip, e ha detto: datemi una stanza e una scrivania e ve lo faccio io. Libertà assoluta. Vale, insomma, la vecchia battuta: se Steve Job o Bill Gates, fondatori del nuovo mondo e di aziende miliardarie nate in un garage, avessero operato a Napoli o a Milano probabilmente li avrebbero arrestati subito. Le regole sono indispensabili, ma è indispensabile lasciare la libertà di creare, di sperimentare, di cambiare. Una volta lo sapevamo fare, oggi meno.