«Capitale solo per le aziende quotate
La sfida è allargare i vantaggi alle pmi»

MILANO

L’IMPATTO dei piani individuali di risparmio sulle piccole e medie imprese è stato «limitato» ma il bicchiere è comunque «mezzo pieno». Ne è convinto Giancarlo Giudici, professore associato di Corporate finance al Politecnico di Milano che con Intermonte Sim ha curato la ricerca ‘I Piani Individuali di Risparmio: gli effetti su domanda e offerta di capitale nel mercato borsistico italiano’.

Professore, quale è stato l’impatto dei Pir sull’economia reale?

«Se definiamo l’economia reale come l’insieme delle imprese, piccole e grandi, attive nella manifattura e nei servizi, l’impatto è stato limitato alle poche fra esse che hanno strumenti finanziari quotati in Borsa, e più che altro azioni. La nostra ricerca ha dimostrato che vi è stato un impatto positivo sui prezzi, sulla liquidità, sui volumi scambiati in Borsa; le altre migliaia di imprese, soprattutto le pmi, che rappresentano una parte importante dell’industria italiana, finora non hanno ottenuto alcun vantaggio particolare».

Che tipo di imprese ne hanno tratto vantaggio dall’introduzione di questo strumento?

«Solo quelle quotate, e in particolare sui segmenti Star, mid-cap, small-cap e sul listino Aim Italia».

I Piani individuali di risparmio si sono rivelati adeguati al finanziamento delle piccole e medie imprese o sarebbero più adatte altre forme?

«I Pir non hanno generato direttamente un flusso significativo di raccolta di capitale per le aziende interessate, ma comunque il beneficio è stato rilevante per la capitalizzazione e quindi per la patrimonializzazione; buoni multipli di valutazione danno vantaggi per l’accesso al credito, per attrarre altre imprese alla quotazione e investitori, anche dall’estero».

Dal punto di vista dei rendimenti, invece, chi ci ha investito ha fatto un buon affare?

«Nel 2017 sì, nel 2018 no, in funzione dell’andamento generale degli indici di Borsa».

Le nuove norme introdotte della Legge di Bilancio hanno messo in stand by il mercato dei Pir: quali correttivi suggerisce?

«Più che imporre vincoli e obblighi per la gestione dei Pir, guardando all’esperienza del Regno Unito, noi abbiamo proposto da tempo i ‘Pir-tech’, ovvero la possibilità per i risparmiatori di aggiungere un ulteriore plafond di investimento da dedicare alle forme di finanziamento innovativo per le imprese, come il social lending, i fondi chiusi di mini-bond e venture capital, che si affianca ai Pir».

A due anni dalla nascita i Pir hanno registrato un’ottima domanda che però si è raffreddata nella seconda da parte del 2018: con il cambiare del vento sui mercati è finita anche l’euforia verso i Pir?

«L’andamento negativo del 2018 è stato legato in parte a una dinamica sfavorevole a livello internazionale, in parte anche all’incertezza legata all’esito delle elezioni e alle politiche del nuovo Governo, che sembrano poco attente a incentivare gli investimenti produttivi, in grado di creare posti di lavoro». C’è chi sostiene che i Pir siano sati una sorta di bolla: condivide? «Non condivido. I Pir hanno contribuito a far affluire risorse sui titoli a medio-bassa capitalizzazione del mercato, riequilibrando una situazione dove l’Italia è svantaggiata rispetto ad altri mercati. Il vero problema non è l’offerta di capitale ma la domanda. Comparti importanti della media industria italiana come la manifattura meccanica, l’alimentare, il tessile, sono sotto-rappresentati in Borsa: occorre riflettere sui motivi».

Insomma, il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?

«Il bicchiere è più pieno che vuoto. La direzione era quella giusta. Purtroppo la mancanza di visione strategica della classe politica in questa fase rischia di disincentivare le imprese a investire per il futuro, con ciò sminuendo il ruolo della finanza. Vi è però un piccolo segnale positivo, e cioè la consapevolezza che occorre sostenere il finanziamento anche delle società non quotate in Borsa».

Alessia Gozzi 

IL DENARO NON DORME MAI

di GIUSEPPE TURANI

ITALIA-FRANCIA LA LEZIONE DI DE GASPERI

TEMPO di tensioni con i cugini francesi. Inevitabili? Forse no. Proviamo a fare un salto indietro nel tempo, alle ore 16 del 10 agosto 1946, conferenza di pace di Parigi. Alcide De Gasperi, primo ministro italiano, rappresenta il nostro Paese, di fronte a lui i 21 paesi vincitori del conflitto. Ecco l’inizio, memorabile, del suo discorso: «Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico che mi fa considerare come imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni. Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali? Ho il dovere, innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo, di parlare come italiano». E poi, abilmente, rivolta la frittata: ma io sono qui a rappresentare l’Italia antifascista, cristiana, l’Italia di Giuseppe Mazzini. E si spinge fino a chiedere un seggio all’Onu per l’Italia, con un filo di ironia aggiunge: anche se magari sarà necessario indossare il saio del penitente.

COME SI SA, alla fine l’Italia ottiene tutto: gli aiuti internazionali, il seggio all’Onu, e i trattati istitutivi dell’Unione europea verranno firmati a Roma. Poi, il miracolo economico che di fatto disegna l’Italia che conosceremo per decenni e che in gran parte è ancora presente. Quel discorso di De Gasperi, facilmente recuperabile sul web, letto di fronte a 21 nemici con i quali c’eravamo sparati fino a pochi mesi prima, non contiene una sola parola di rivalsa, di ripicca, di rampogna. Semplice e pulita esposizione di un Paese che aveva sbagliato, ma che voleva cambiare pagina. Tutto questo che cosa ci insegna? Che in politica estera e nei rapporti fra Stati l’esibizione dei muscoli, la rissa, il rivangare vecchie storie non serve a niente. De Gasperi, in una situazione in cui sarebbe stato logico attendersi zero concessioni all’Italia, come potenza belligerante (e sconfitta), riuscì invece a portare a casa tutto e poi a lanciare il miracolo economico. Tutto merito del ‘saio del penitente’? Forse no. Ma certo tutti hanno apprezzato in quella sala la mancanza di iattanza e il sincero desiderio di un grande paese di chiudere un capitolo fra i più amari della storia. Certo, De Gasperi era De Gasperi, uno statista vero.