L’IDEA DI STARBUCKS

L’asse Starbucks-Nestlé scuote il mercato
Parte il risiko dei colossi della tazzina

Elena Comelli

MILANO

L’ANNUNCIO dell’accordo con cui Nestlé si è assicurata per 6 miliardi di euro la vendita dei prodotti a marchio Starbucks in tutto il mondo è l’ultimo affondo della battaglia che infuria nel mondo del caffè, con reciproche invasioni di campo. Da un lato, i produttori di miscele investono nell’apertura di caffetterie a marchio proprio. Dall’altro lato, le catene di caffetterie hanno spinto sull’acceleratore dell’espansione con programmi di aperture serrate anche in Paesi tradizionalmente ostici e fanno accordi per vendere i loro prodotti nella grande distribuzione.

LO SBARCO DI STARBUCKS a Milano è un caso emblematico di questo processo. Esattamente a un anno dall’apertura della prima caffetteria della neonata catena Lavazza in piazza San Fedele e a poco più di un anno dall’inaugurazione del primo gourmet shop di Illy Caffè in via Montenapoleone, Starbucks aprirà a settembre, nella centralissima piazza Cordusio, Milan Reserve Roastery, 2.400 metri quadrati nell’ex Palazzo delle Poste, 150 dipendenti e una gamma di miscele di alta qualità prodotte da una torrefazione interna, con materia prima proveniente da piccoli coltivatori indipendenti di tutto il mondo. Milano, dove Howard Schultz ha avuto negli anni Ottanta l’epifania che lo ha portato a trasformare Starbucks in un colosso globale incentrato sul caffè, sarà così l’avamposto di un salto di qualità programmato dalla catena presente in 76 Paesi del mondo con quasi 28mila caffetterie e 300mila dipendenti. Schultz, 64 anni, era un rivenditore di caffè all’ingrosso all’inizio degli anni ‘80, quando venne nella capitale lombarda per comprarne una partita. Notò il modo di vivere degli italiani attorno ai bar e la loro importanza nella socialità quotidiana. L’idea di Starbucks, un luogo d’incontro dove le persone si fermano anche per ore a lavorare, è partita proprio da qui, ma in Italia Schultz finora non aveva mai tentato di aprire: troppo forte la concorrenza dei suoi modelli. Ora si lancia, «con grande umiltà», ha detto all’annuncio. Ma non è un caso che il lancio coincida con la proliferazione di altre catene concorrenti. La competizione è a tutto campo e oltre a Starbucks e Lavazza, Illy e Segafredo, coinvolge anche McDonald’s e Dunkin’ Donuts. In palio ci sono le quote di un mercato globale che vale circa 50 miliardi di euro ed è in continua espansione. La mossa di Nestlé, a sua volta, arriva in risposta a una serie di attacchi ricevuti dai concorrenti, a partire da quello sferrato dalla tedesca Jab Holding, che rischiava di minare la sua leadership sul mercato del caffè, soprattutto negli Usa.

CON UNA SERIE di acquisizioni che le sono costate 30 miliardi, la famiglia Reimann si è accaparrata infatti due colossi americani come Keurig Green Mountain (che a sua volta aveva acquisito Dr Pepper Snapple Group per 18,7 miliardi di dollari) e Peet’s. Lo storico accordo con Starbucks serve proprio a contrastare l’ascesa dei tedeschi negli Usa. La transazione non include il trasferimento di alcun capitale fisso, perché tutte le caffetterie resteranno fisicamente in mano a Starbucks, ma prevede che il gruppo svizzero, proprietario di Nescafé e Nespresso, possa commercializzare i prodotti Starbucks a livello globale, al di fuori della catena Usa. Così Nestlè potrà utilizzare il marchio Starbucks nei suoi sistemi di capsule Nespresso e Dolce Gusto, oltre a vendere prodotti a marchio Seattle’s Best Coffee, Starbucks Via e Torrefazione Italia. All’interno dell’accordo è previsto anche il trasferimento di 500 dipendenti Starbucks nella famiglia Nestlé per guidare l’integrazione e l’espansione globale dei marchi Starbucks. In questo modo, ha spiegato il numero uno di Nestlé Mark Schneider, i tre grandi marchi Nestlé, Starbucks e Nespresso saranno finalmente raggruppati sotto lo stesso cappello.

 

IL DENARO NON DORME MAI di GIUSEPPE TURANI

LA LINEA DELL’AGLIO SPACCA L’ITALIA

SECONDO EUROSTAT esiste una sorta di Garlic Belt, fascia dell’aglio, che delimita la disoccupazione in Italia. La disoccupazione è molto più alta (tre volte, mediamente) là dove la cucina prevede l’uso di molto aglio. Cioè nel Sud. Naturalmente non è colpa del vegetale, è solo un modo colorito per indicare un fenomeno grave. Contro una disoccupazione del 6,4% in Lombardia e nelle altre regioni del Nord abbiamo il 21,5% in Calabria e Sicilia. Se poi si vanno a vedere i dati sul reddito pro-capite, si vede che nelle regioni del Sud i soldi disponibili sono circa la metà rispetto a quelli del Nord. Bastano questi pochi dati per sostenere che siamo in presenza di due mondi diversi, lontanissimi. Dall’Emilia in su (e in parte anche la Toscana) siamo già in Germania, di fatto. Più giù, nella Garlic Belt, le cose sono meno chiare. Siamo certamente nel non-sviluppo, molto lontani dagli standard europei. Da qui un’idea che sta cominciando a circolare e che potrebbe sembrare folle, ma che forse tanto sbagliata non è. Si tratta di questo. Viste le profonde differenze, probabilmente è sbagliato voler amministrare nello stesso modo, con le stesse regole e le stesse leggi i due mondi che abbiamo appena delineato. Torna il progetto di secessione del Nord? No, semmai il suo contrario. Dare al Sud una più ampia autonomia legislativa e amministrativa affinché cerchi, da solo, la sua strada verso la crescita.

DA DECENNI funziona uno schema che ha dato zero frutti: il trasferimento di risorse dal Nord al Sud. Si è calcolato che dei 2.300 miliardi che abbiamo di debito pubblico, almeno mille siano andati da Nord a Sud. Con il modestissimo risultato che il reddito, nelle regioni meridionali è metà e la disoccupazione il triplo rispetto alle regioni settentrionali. Cioè questo schema non ha funzionato. Forse, una strada nuova potrebbe essere appunto quella di lasciare il Sud più libero di fare e disfare (con meno obblighi e meno vincoli) a suo piacimento. Fatti salvi, ovviamente alcuni vincoli non derogabili (l’istruzione obbligatoria, per esempio). Tutto questo, però, accompagnato da precisi limiti sul trasferimento di risorse dal Nord al Sud e con un piano che ne regoli la decrescita progressiva: più libertà, ma meno soldi, anno dopo anno. Forse questa è un’idea troppo libertaria, ma quella in funzione oggi ha dato risultati vicini allo zero. Provare a cambiare.

 

Di | 2018-05-15T15:17:19+00:00 15/05/2018|Primo piano|