L’EX CAPO ECONOMISTA FMI

Blanchard promuove l’Italia
«Comprerei i vostri titoli di Stato
Salvini non preoccupa i mercati
»

Andrea Brugora

TRENTO

OLIVIER Blanchard è un economista francese, docente di Economia al MIT, capo economista del Fondo Monetario Internazionale dal 2008 al 2015. Lo scorso autunno, mentre veniva discussa la Legge di Stabilità italiana, ha messo in guardia il governo sul rischio di un incremento di spesa pubblica che portasse a una contrazione invece di un incremento della crescita.

Dopo i primi sei mesi crede che questo si sia realizzato?

«I numeri non sono molto buoni: l’obiettivo di crescita era oltre l’1% e oggi è evidente che l’Italia crescerà meno quest’anno, e che quindi l’espansione fiscale realizzata con l’ultima Legge di Stabilità non ha incrementato la crescita. Non ho fatto analisi specifiche, ma la mia impressione è che da un lato l’incremento della spesa pubblica abbia avuto effetti positivi, dall’altro l’aumento dello spread ne ha avuto uno negativo. Credo che quando si realizza una espansione fiscale in una direzione non gradita, mercati ti presentano il conto facendo salire i tassi di interesse del debito. Quindi il suggerimento ai governi è di tenere conto delle possibili reazioni degli investitori alle loro scelte».

In alcune condizioni sociali potrebbe valere la pena di pagare questo sovrapprezzo sul debito?

«Il governo potrebbe costruire il messaggio ai mercati di modo che il conto non sia troppo elevato: se i mercati vedono che l’aumento del deficit è per motivi validi o per iniziative che ritengono utili alla crescita possono non penalizzare l’Italia non facendo aumentare lo spread. Mi pare che l’anno scorso parte del problema fosse che la Legge di Stabilità era la prima di un nuovo governo che univa estrema sinistra ed estrema destra, e c’erano voci di una uscita dell’Italia dall’euro che i mercati non amavano. Credo che se Salvini quest’anno spingerà per un deficit che supera i limiti delle regole europee ma che rimane ragionevole, proteggendo le fasce più deboli della popolazione e aiutando la crescita dell’economia, i mercati potrebbero non reagire male. Questa è la sfida per Tria, quella di mostrare che sono persone ragionevoli. È un po’ più semplice ora che dopo il voto delle europee.»

Perché?

«Di Maio ha meno peso, i mercati non amano molto di Maio. Un chiaro esempio di come questo possa funzionare è il Giappone, dove il rapporto debito/Pil è molto più elevato, ma con un saldo primario intorno al 3% gli investitori non sono preoccupati e i tassi sono addirittura negativi. In economia la percezione conta».

Lei ha affermato che un maggiore coordinamento fiscale all’interno dell’UE sia necessario. Come si può assicurare? Con un Ministro dell’economia europeo?

«Se dimentichiamo i vincoli politici, la soluzione migliore sarebbe un superministro dell’Eurozona che potrebbe dialogare alla pari con Draghi e coordinare con lui le politiche economiche. Sarebbe ancora meglio se questa persona incaricata di coordinare le politiche fiscali avesse del budget a disposizione per interventi anticiclici, che spingano la crescita quando rallenta e la controllino quando accelera eccessivamente. La posizione tedesca è contro ogni tipo di condivisione del rischio tra i Paesi, ma quello di cui parlo non implica necessariamente la condivisione dei rischi e contribuirebbe all’interesse di tutti nell’UE».

Cosa farebbe se fosse un giovane italiano consapevole di dover fronteggiare costi così elevati per il debito pubblico? Resterebbe in Italia o andrebbe altrove?

«Non credo che il debito sia così determinante, almeno in un mondo in cui i tassi di interesse rimangono bassi il peso del debito è sostenibile. I giovani non dovrebbero ovviamente prenderele loro decisioni in base al debito. Nondimeno, sono convinto che la disoccupazione giovanile sia un problema cruciale e che richieda misure molto forti per assicurare che i giovani siano ben formati e che le imprese abbiano i giusti incentivi per assumerli. La riforma del mercato del lavoro, la riforma del sistema formative e la formazione professionale sono essenziali. Il deficit non è solo un tema di quantità, ma anche di qualità della spesa pubblica, che é buona quando i risultati che produce sono maggiori dei costi e si può quindi definire investimento».

Quali investimenti suggerirebbe a un Paese come l’Italia per stimolare la crescita?

«Non credo ci siano ricette magiche, ma metterei più risorse sull’istruzione e in particolare sulla formazione professionale e sulla riqualificazione professionale. Quello che possiamo fare è la riqualificazione dei lavoratori, che oggi è fatta molto male. È molto costosa da mettere in atto ma poi nel tempo paga. Un altro tema è che in Italia la produttività del settore pubblico è molto bassa, e c’è bisogno di ridurre il numero dei dipendenti pubblici, ma sappiamo che è politicamente complesso. Una soluzione può venire da incentivi che rendono più conveniente per i dipendenti pubblici la partenza. Aumentare la produttività della pubblica amministrazione può essere visto come un altro investimento sul futuro».

Se fosse un investitore comprerebbe i titoli di stato italiani?

«Credo che il debito italiano sia sostenibile in questo momento. 130% può sembrare un numero molto grande ma casi come il Giappone, a 250%, mostrano che si può andare molto oltre, e l’Italia ha un saldo primario positivo. Il punto è che molti dei titoli italiani sono posseduti da banche italiane e fondi di investimento e se alla fine del giorno l’interesse è aumentato c’è una perdita di capitale che li spinge a vendere, che rende le cose peggiori. Se fossi un investitore comprerei i titoli di Stato italiani e li terrei fino a scadenza senza curarmi dei movimenti nei tassi di interesse ogni giorno, l’unica cosa di cui mi preoccuperei è se i miei soldi torneranno indietro alla fine». Quello che mi spaventerebbe non sarebbe un default, ma piuttosto l’uscita dell’Italia dall’euro. Ricevere indietro lire per dei titoli comprati in euro non mi renderebbe molto felice. Credo che il rischio di questo sia ridotto, ma non zero, e questo spiega una buona fetta dello spread sui titoli di Stato italiani».


Il gesuita e l’etica capitalista
«Io, sacerdote-banchiere vi dico:
la proprietà privata ha fallito
»

Nicoletta Magnoni

PARIGI

PADRE gesuita e economista, volontario in Ciad e banchiere, profeta di un ripensamento dell’economia e capo economista dell’Agenzia francese dello sviluppo. Gaël Giraud è tutto questo, le sue due anime lo fanno vivere dentro il mondo, ma lo tengono a distanza dal mondo per osservarlo. E ciò che vede è il suicidio dell’umanità che lega le proprie sorti al Pil, senza pensare alla distruzione in atto delle risorse naturali e immateriali. La finanza deve ripensarsi per mettersi al servizio di un new deal verde dell’economia: è la tesi del suo saggio La transizione ecologica, che gli è valso diversi premi.

Padre Giraud, perché un banchiere si fa prete?

«Dopo la laurea e il dottorato in matematica sono partito volontario per il Ciad, lì ho frequentato dei corsi in un collegio di gesuiti, poi ho lavorato prima in un carcere e dopo con i bambini di strada. Questi mi hanno insegnato la gioia di vivere, mi hanno fatto capire che cos’è la beatitudine. Così, al rientro in Francia ho voluto continuare a vivere questa esperienza e il modo migliore era diventare gesuita. Nel frattempo ho lavorato per diverse banche”.

Oggi teorizza una transizione ecologica in cui ciascuno deve diventare guardiano delle risorse naturali. Occorre prima una transizione culturale?

«Sì, noi europei dobbiamo disintossicarci dall’ideologia della proprietà privata, il vero nodo della crisi ecologica. Pensi al petrolio, la proprietà privata per eccellenza. Dobbiamo spostarci verso un’idea di bene comune, de-assolutizzare la proprietà”.

Il suo progetto collettivo di sviluppo in che cosa si differenzia dal comunismo?

«Lo Stato comunista è proprietario di tutti i mezzi di produzione, mentre io penso che la società civile debba riorganizzarsi in comunità che hanno dimostrato di sapersi prendere cura con efficacia delle risorse. Ci sono comunità internazionali che gestiscono beni comuni come i farmaci contro certe malattie: in Dndi lavorano assieme case farmaceutiche, ong e Stati che trattano la salute come un bene di tutti, né privato, cioè mercantile, né solo pubblico. Così fanno pagare i farmaci a un prezzo giusto”.

Nel suo libro usa l’immagine della sobrietà felice. Ha qualcosa da spartire con il movimento della decrescita felice?

«Sobrietà felice non significa rinunciare all’industria, anzi credo fortemente nella reindustrializzazione in chiave ecologica dell’Europa. Chi sostiene la decrescita felice, invece, non considera per esempio la disoccupazione che ne conseguirebbe. In realtà il Pil è un pessimo indicatore, dobbiamo dimenticarcene e sostituirlo con indicatori più intelligenti quali lavoro, salute, educazione”.

Dall’homo oeconomicus all’homo sapiens, dunque: la recessione nasce da una crisi morale?

«Da tre secoli ci fanno credere che i mercati lavorano per il bene comune, mentre sono solo al servizio delle élite e creano disuguaglianze. In questo senso la crisi è morale”.

Il capitalismo ha fallito?

«Diciamo che ha fallito la proprietà privata. Oggi dobbiamo dare la precedenza ai beni comuni e in quest’ottica regolare i mercati perché il prossimo crac sarà terribile, ben più di quello del 2008. E non abbiamo protezioni”.

Ha definito l’Europa dell’austerità come un consesso di apprendisti stregoni. Ribellione?

«La Commissione europea non ha capito che il debito privato è molto più drammaticamente importante del debito pubblico perché è quello che uccide l’economia. La priorità delle priorità è finanziare il settore privato. Per uscire dalla deflazione occorrono massicci investimenti pubblici che invece l’Europa blocca. Bisogna resistere, come fa Salvini, anche se condivido solo questo aspetto della sua politica. Macron fa tutto ciò che vogliono Ue e Germania, ma è un suicidio”.

Come resistere?

«Maastricht ci autorizza a fare uscire le spese per investimenti dal perimetro del deficit. Dobbiamo discutere con la Commissione, ma nessuno lo fa. Eppure non c’è più scelta, né tempo. Confido che qualche cambiamento di rotta riescano a ottenere la Spagna e l’Italia”.

Quale sarebbe il ruolo dell’Ue nella transizione ecologica?

«Potrebbe, per esempio, imporre norme più strette sul rinnovamento termico degli edifici, sulla mobilità urbana e le fonti rinnovabili. E la Bce, che ha speso migliaia di miliardi per le banche, potrebbe finanziare questi investimenti. Nel 2014 ne parlai con il consiegliere del board, Benoît Coeuré, lui mi rispose che la Bce fa una politica monetaria generale e non può occuparsi di settori. Ma la salute del pianeta non è un settore e ora anche la Banca centrale comincia a capirlo”.

Le sue idee come sono accolte da Macron e nella comunità finanziaria. La ritengono un visionario o un eretico?

«Macron finge di essere d’accordo, ma poi pensa solo a privatizzare e a tagliare le tasse. I finanzieri sono ancora molti cinici, ma una buona parte ha capito che è in gioco la sopravvivenza del loro stesso sistema. Hanno solo paura. Le banche hanno investito moltissimo su petrolio e gas”.

Se non fosse un gesuita, la sua visione dell’economia sarebbe differente?

«Sì, l’essere gesuita mi rende libero, non inseguo la carriera”.

Si sente più prete o più economista?

«Sono l’uno e l’altro. Lavoro con competenze economiche, ma ho fede nell’uomo. Nulla a che vedere, però, con le teorie cattoliche dell’economia».

 

Finanza e sostenibilità al festival Fin.estate

BOLOGNA

NON ESISTE una cura definitiva per il nostro pianeta se non si è in grado di dargli una forma economica sostenibile. La finanza sostenibile è un mercato da 12 trilioni di dollari, con un tasso di crescita del 12% annuo, e l’Europa ne è il traino principale. Se ne parlerà mercoledì 12 giugno a Bologna (dalle 18.30, Villa Benni, via Saragozza 210) nel corso di Fin.estate, il festival giunto alla quarta edizione. Anche quest’anno l’evento punterà i riflettori sul tema dell’ambiente e della sostenibilità: un panel di autorevoli voci a livello internazionale lo affronterà di fronte a una platea di imprenditori-innovatori. Gli ospiti del festival, diretto da Francesco Cenerini e Mirko Cocconcelli, saranno il giornalista e scrittore Alan Friedman (nella foto); Marco Astorri, fondatore di Bio-On, e Massimo Monti, amministratore delegato di Alce Nero.

Di |2019-06-11T08:40:31+00:0011/06/2019|Dossier Economia & Finanza|