Carmignac dà fiducia all’Europa
«La ripresa è solo agli inizi
Titoli bancari, stagione di rialzi»

Giuseppe Catapano
BOLOGNA
Sandra Crowl, membro del Comitato investimenti di Carmignac – società francese di gestione di asset finanziari, con capitale posseduto interamente da dirigenti e dipendenti –, quale scenario dobbiamo aspettarci dai mercati finanziari nel secondo semestre 2017?
«Mentre assistiamo a una ripresa economica globale sincronizzata, l’economia statunitense dimostra che la propria ripresa ha raggiunto l’apice. Procedendo verso la seconda metà del 2017 potremmo assistere al progressivo rallentamento di indicatori fondamentali come gli ordini di beni durevoli e la crescita dei margini delle imprese».
E l’Europa?
«La maggior parte dell’Europa e dei paesi emergenti si trova nelle fasi iniziali della ripresa economica, in cui la maggiore crescita dei ricavi non si riflette ancora nelle valutazioni azionarie. Nel 2017, prevediamo che le aziende europee possano incrementare i profitti del 15%, il Giappone del 13% e gli Stati Uniti del 10%. Continuiamo a vedere opportunità in queste aree nella seconda metà di quest’anno».
L’instabilità politica – vedi Brexit – ha generato conseguenze che sono ancora tangibili?
«Da quando il Regno Unito ha scelto di lasciare l’Ue la sterlina ha perso il 26% rispetto a un paniere di 10 valute dei suoi partner commerciali. Vista la dipendenza dei Paesi membri dalle importazioni, l’inflazione è aumentata e è ora prossima al 3%. Questo ha acuito l’impossibilità per i consumatori di accedere ai loro risparmi per compensare la perdita del proprio potere d’acquisto. Nel Regno Unito evitiamo rischi legati alla sterlina, così come investimenti azionari a livello domestico».
Su quali prodotti state puntando?
«Siamo significativamente esposti alle azioni. In Europa, Giappone e nei mercati emergenti possiamo beneficiare in pieno della ripresa economica, attraverso posizioni in titoli bancari e in aziende più sensibili al ciclo economico nel settore del consumo discrezionale. Visti gli attuali livelli di valutazioni dell’azionario statunitense restiamo più scettici e, laddove la crescita può diminuire, favoriamo aziende con profitti visibili nel lungo periodo, come quelle del settore tecnologico».
La diversificazione resta la strategia migliore per un investitore?
«È sempre l’approccio migliore nel lungo termine. In passato abbiamo visto che quando i mercati aumentano la leva finanziaria, diventano sovraffollati e sopravvalutati, a soffrire sono anche i mercati più redditizi, perché queste posizioni sono vendute per compensare le perdite di altre posizioni in portafoglio».
Quali gli effetti delle misure della Bce?
«Le misure della Bce sul quantitative easing e sul programma di acquisto di obbligazioni corporate hanno creato un’ampia distorsione dei prezzi e una evidente sovra-valutazione delle asset class, in particolare di obbligazioni corporate investment grade e di obbligazioni sovrane. Abbiamo assistito anche a una riduzione dei premi di rischio. La pietra miliare del percorso di questa prima metà del 2017 è la misura in cui le banche centrali stanno modificando il proprio orientamento verso una posizione di politica monetaria più restrittiva. Poiché ci stiamo muovendo verso una riduzione inesorabile, seppur lenta, del bilancio della Fed, ma anche verso una strategia di uscita dal Qe e la normalizzazione dei tassi negativi, dobbiamo essere cauti, siccome questi cambiamenti potrebbero dare ai mercati azionari una ragione per respirare».
Come valuta la situazione politica ed economica italiana?
«Lo scenario sta migliorando costantemente. Riconosciamo che la ripresa degli investimenti e del settore manifatturiero non sia stata percepita pienamente dai consumatori. Il passo verso la ristrutturazione di alcune porzioni di crediti deteriorati darà più fiducia agli investitori stranieri nei mercati obbligazionari sia sovrani che corporate».


Contro corrente

di ERNESTO PREATONI

ABOLIRE MAASTRICHT E USCIRE DALL’EURO

LEGGO CHE Matteo Renzi ha messo nel mirino il Fiscal Compact chiedendone di fatto l’abolizione. Propone il ritorno ai parametri di Maastricht. L’idea del segretario del Pd è questa. Per cinque anni l’Italia dovrebbe abbandonare le politiche di progressivo rientro del deficit riportando il rapporto tra deficit e Pil dall’attuale 2,1% (con previsione di calare ancora) al 3%. In questa maniera verrebbero trovati trenta miliardi da destinare agli investimenti. Gli eurofanatici sono insorti subito lamentando il consueto tradimento dell’Italia che non rispetta mai i patti sottoscritti. Nemmeno quando, come nel caso del Fiscal Compact, mette gli impegni in Costituzione. Baruffe che trascurano i due problemi veri: uno politico e l’altro economico.
DAL PUNTO di vista politico la proposta del segretario del Pd è vecchia non solo perché già proposta da altri partiti, ma soprattutto perché indifendibile. Il Fiscal Compact è stato voluto da Monti e rifinito da Letta. In entrambi i governi il contributo del Pd alla maggioranza era centrale. Adesso è troppo tardi per fare marcia indietro. Ancora peggio il ragionamento dal punto di vista economico. Se si “tornasse” a Maastricht, come auspicato da Renzi, il primo effetto sarebbe un forte aumento del debito. Portare il deficit dall’attuale 2,1% al 3% imporrebbe l’emissione di nuovi Btp. Un’operazione che si può fare solo in un sistema di totale sovranità monetaria. In un regime di cambi fissi l’Italia rischia di fare la fine dell’Argentina quando aveva legato la sua moneta al dollaro. Nel 2002 ci fu la dichiarazione di fallimento. Non si tratta pertanto di ritornare a Maastricht, ma di abolire Maastricht e avviare un negoziato per il superamento concordato dall’euro. Solo con il ritorno alla moneta nazionale potremmo permetterci politiche economiche espansive per far ripartire gli investimenti e ottenere la piena occupazione. Se non si ha ora il coraggio di ammetterlo, è inutile prodigarsi in proclami solenni.