L’ECONOMIA RESPONSABILE

I rendimenti non bastano più
Nell’era dell’impact investing
contano le persone e il pianeta

Elena Comelli
MILANO

LA NUOVA frontiera della rivoluzione verde si è spostata dalle scorribande di Greenpeace alle scrivanie degli investitori professionali. Come ampiamente illustrato nel dibattito finale a Davos, siamo entrati nell’era dell’‘impact investing’, cioè di una filosofia d’investimento che non si preoccupa solo dei rendimenti, ma anche di generare risultati positivi misurabili per le persone e il pianeta. Da quando l’Onu ha lanciato tre anni fa i Sustainable Development Goals, per spingere i leader mondiali a confrontarsi con i problemi dello sviluppo sostenibile, dai cambiamenti climatici alla fame nel mondo, la Banca Mondiale ha stimato che ci vorranno circa 4mila miliardi di dollari di investimenti annuali per creare l’infrastruttura necessaria per raggiungere questi obiettivi. I contributi statali a questo sforzo collettivo non vanno oltre i 150 miliardi di dollari all’anno e aggiungendo i finanziamenti multilaterali da organismi come la stessa Banca Mondiale, il totale arriva a circa mille miliardi. Come colmare il gap? A Davos, i leader della finanza mondiale hanno sostenuto l’idea di utilizzare i miliardi di dollari raccolti dai fondi pensione, dai gruppi assicurativi e dai family office per sostenere progetti di supporto agli obiettivi di sviluppo sostenibile.

IN TESTA alla carica degli ‘investitori d’impatto’ c’è Axel Weber, presidente del colosso svizzero Ubs. Weber, nel suo discorso, non è partito da un’affermazione di principio, ma da un’osservazione sul campo: dai gestori di Ubs arriva il messaggio dei clienti, che chiedono a gran voce prodotti d’investimento d’impatto. Da qui, la decisione, annunciata a Davos, di consentire alla clientela una scelta personalizzata dei propri investimenti in quest’area, che secondo Weber dovrebbe indurre i risparmiatori ad aumentare le loro puntate a favore dell’ambiente. Anche BlackRock supporta questo settore. Il suo numero uno Larry Fink prevede che il volume dei fondi scambiati in Borsa con una missione sociale e ambientale esploderà dai 25 miliardi di dollari attuali a 400 miliardi in pochi anni. Altre società finanziarie, come Aviva, stanno facendo lo stesso, insieme alle società di consulenza. Mark Weinberger, il capo di Ernst & Young, descrive questo cambiamento di rotta come una rivoluzione.

IN REALTÀ, la svolta etica della finanza è già avvenuta da tempo. I primi segnali erano partiti nei primi anni Duemila, con la nascita del Carbon Disclosure Project, l’associazione formata dalle società che decidono di disinvestire dai combustibili fossili per investire nelle fonti pulite di energia. Allora si trattava di un club ristretto, creato da 35 investitori istituzionali. Oggi il club si è allargato a 6.300 società, che gestiscono quasi 8mila miliardi di dollari di investimenti. La lista delle istituzioni che hanno tagliato i ponti con l’industria del carbone e del petrolio comprende colossi come la famiglia Rockefeller o il fondo sovrano norvegese (il più grande del mondo con mille miliardi di dollari di capitale) e piccole realtà come la diocesi di Assisi, compagnie di assicurazioni come Axa, Allianz e Generali, istituzioni universitarie come gli atenei di Edimburgo, Sydney, Honolulu e Brandeis. E lo slancio continua ad accelerare: nel 2018 si è unita al movimento anche la città di New York, che ha deciso di ‘ripulire’ dai fossili i suoi fondi pensione da 189 miliardi di dollari. Al collega Bill De Blasio si è subito unito il sindaco di Londra, Sadiq Khan, e a metà estate l’Irlanda è diventata la prima nazione a eliminare i fossili dai propri fondi pubblici.

Di |2019-02-04T11:09:57+00:0004/02/2019|Dossier Sostenibilità|