La cura Mustier trasforma Unicredit
Addio ai salotti, si guarda oltreconfine
Pista tedesca con Commerzbank

MILANO

È PASSATO un anno da quanto Jean Pierre Mustier presentò il piano industriale che avrebbe cambiato il volto di Unicredit. Un piano incardinato su due ambiziosi obiettivi: la cessione di 17,7 miliardi di non performing loan (altri 715 milioni sono stati aggiudicati di recente a Cerberus e Mediobanca) e un aumento di capitale da 13 miliardi, il maggiore mai realizzato in Italia. La scommessa del banchiere francese sfiorava l’azzardo visto che in quei giorni Mps falliva il tentativo di salvataggio privato e si vedeva costretto a chiedere un aiuto di stato da oltre cinque miliardi. Eppure Unicredit ce l’ha fatta. In pochi mesi la banca di piazza Gae Aulenti è stata ripulita e ricapitalizzata e, malgrado qualche strascico con Bce legato alla contabilizzazione degli npl, il piano è andato a buon fine. Oggi la banca ha uno dei migliori coefficienti patrimoniali d’Europa e una governance completamente rinnovata che sarà varata dall’assemblea di oggi.

L’AUMENTO di capitale ha infatti fortemente diluito le fondazioni che, a partire da Crt e Cariverona, hanno allentato la presa sull’istituto. Una trasformazione che ha il sapore di una nemesi. Solo sette anni fa infatti furono proprio le fondazioni, appoggiate dalla Lega e dai soci tedeschi e sotto l’occhio vigile di Cesare Geronzi, a ordire la defenestrazione dell’amministratore delegato Alessandro Profumo, dopo il blitz dei libici. Con la riforma della governance gli enti avranno un peso piuma nel consiglio di amministrazione e dovranno dunque cedere il passo ai nuovi proprietari, cioè i fondi di investimento. Valenza assai più che simbolica avrà ad esempio l’uscita di scena di Fabrizio Palenzona. L’ex vice presidente della banca, espressione della potente fondazione torinese Crt e legato alla sinistra democristiana e ai suoi epigoni, Palenzona è stato per quasi vent’anni il power broker di Unicredit specie dopo il siluramento di Profumo e durante il lungo interregno di Federico Ghizzoni. Stiamo insomma assistendo a una svolta storica: Unicredit è diventata una public company come poche se ne sono viste in Italia. A BEN VEDERE insomma Mustier ha in mano un potere del tutto impensabile per i suoi predecessori. Come lo userà? Un’aggregazione all’estero è una strategia probabile. Non solo per le solide relazioni internazionali del capo azienda, che era ai vertici di Socgen proprio negli anni in cui Profumo meditava un’alleanza con la banca francese. Ma anche perché il mercato italiano è già ben presidiato dai competitor, a partire da Intesa Sanpaolo che si fregia del titolo di banca del Paese. Nei mesi scorsi è spuntata l’ipotesi di un’aggregazione con la tedesca Commerzbank che il mercato ha ritenuto credibile. Unicredit è già presente in Germania con Hvb, ma un rafforzamento in questo Paese è ancora possibile. Se così fosse però il baricentro del gruppo si sposterebbe definitivamente nel Centro Europa, riducendo l’Italia a una provincia dell’impero con prevedibili conseguenze in termini di politiche commerciali. Resta poi tutta da definire la strategia verso i salotti. Unicredit è azionista forte di Mediobanca con oltrel’8% del capitale, una quota che a cascata rappresenta un’ipoteca sul futuro delle Generali di cui Piazzetta Cuccia detiene ancora il 13%.

L’ATTEGGIAMENTO di Mustier verso la galassia del nord è stato finora elusivo, ma la disdetta del patto di Mediobanca spingerà probabilmente allo scoperto il banchiere. L’idea di una fusione tra la merchant e Unicredit, suggerita fino a qualche anno fa da Palenzona, sembra abbandonata e non è nemmeno escluso un divorzio definitivo tra i due istituti se le condizioni di mercato lo permettessero. Di certo si è capito che il mondo dei salotti non esercita una grande attrazione su Mustier. Per lui le grandi partite si giocheranno su altri terreni.


ChiantiBanca Più vicini a Iccrea, dopo il ribaltone

FIRENZE

LA RIFORMA del credito cooperativo non è stata finora avara di sorprese. Tra le ultime i ripensamenti di ChiantiBanca, l’istituto toscano nato negli anni scorsi dall’aggregazione di alcune Bcc locali (tra cui il Credito Fiorentino di Denis Verdini). Nella scelta del gruppo il consiglio di amministrazione ha recentemente cambiato schieramento, passando dalla trentina Cassa Centrale alla romana Iccrea. La scelta sarà sottoposto al voto dei soci nell’assemblea che si svolgerà il 10 dicembre a Firenze, un appuntamento che si preannuncia cruciale per il futuro dell’istituto. Decifrare la situazione non è agevolissimo. Anche perché il cambio di direzione è figlio di un rinnovamento al vertice di ChiantiBanca. Fino a maggio alla presidenza sedeva un calibro da novanta del mondo finanziario, Lorenzo Bini Smaghi, numero uno della Societe Generale ed ex membro del board Bce.

UN LEGAME forte quello tra il banchiere fiorentino e ChiantiBanca, anche se più di natura familiare che professionale. Durante il suo mandato Bini Smaghi ha risanato i conti della banca, avviandola verso l’adesione al gruppo di Cassa Centrale. Nel maggio scorso però un ribaltone ha scompaginato le carte, consegnando la presidenza a Cristiano Iacopozzi, figura che qualcuno ritiene legata alle precedenti gestioni e in buoni rapporti con Iccrea. Dal cambio al vertice è seguito rapidamente il mutamento sul fronte delle alleanze e l’annuncio dell’adesione alla compagine romana. Ufficialmente vengono addotte ragioni di carattere economico: «Iccrea possiede già oggi tutti i requisiti operativi e di capitale richiesti dalla normativa per assumere con efficacia il ruolo di capogruppo», ha spiegato Iacopozzi. Di altro avviso restano però sostenitori del progetto Cassa Centrale e di Bini Smaghi (rimasto socio, ma con un bassissimo profilo ormai nella vicenda). Il dissenso si è coagulato attorno all’associazione Per una banca Toscana, che sostiene ancora una volta le ragioni dell’alleanza trentina. «Iacopozzi è riuscito a infilare una serie di errori e di omissioni che creano seri dubbi e preoccupazioni per il futuro di ChiantiBanca», attacca l’associazione. In assemblea si profila uno scontro acceso e, anche se per il momento i numeri sembrano favorevoli ai nuovi vertici, si sa che nel credito cooperativo le sorprese non mancano.

Camilla Cresci