LE STRATEGIE DI UN GRANDE GRUPPO

Generali vara la svolta sostenibile
Basta carbone, largo all’energia pulita
«Puntare sul verde fa vincere tutti»

MILANO

PHILIPPE DONNET, ceo del gruppo Generali, ha commentato l’adozione delle strategie sul cambiamento climatico con una dichiarazione di orgoglio. «La tutela dell’ambiente e l’adozione di azioni efficaci per fronteggiare il cambiamento climatico – ha detto, facendo da controcanto ai troppi negazionisti sugli effetti disastrosi del climate change – rappresentano temi centrali per Assicurazioni Generali. Con questa strategia d’azione, che dà seguito a una serie di iniziative avviate da tempo, la Compagnia rafforza il proprio ruolo di leader come impresa responsabile, per contribuire a una società sana, resiliente e sostenibile». La parola chiave è sostenibile, appunto. E Lucia Silva, responsabile della sostenibilità di Generali, trova la formula linguistica più efficace per riassumerla. «Sono tre i fattori cruciali della sostenibilità, anche conosciuti come ‘3 P’: people, planet e profit. Applicata al livello più alto, fa vincere tutti gli attori: la comunità, la compagnia e il pianeta. Magari richiede più tempo per trovare le strategie giuste, ma nel lungo periodo premia e crea un valore condiviso che si trasforma in valore anche per il business».

CI GUADAGNANO TUTTI, se le azioni messe in campo sono quelle giuste. E le strategie approvate dal consiglio d’amministrazione di Assicurazioni Generali, presieduto da Gabriele Galateri di Genola, si riassume in due numeri fondamentali: 3,5 miliardi di investimenti in green bond e infrastrutture sostenibili, 2 miliardi di euro di investimenti complessivi nel settore del carbone, da ridurre progressivamente o da dismettere subito. «Con Human Safety Net – ricorda Lucia Silva – abbiamo individuato delle cause dove, grazie alla nostra azione, possiamo fare la differenza perla comunità. Per quanto riguarda il nuovo piano, sono azioni più strettamente legate al core business di Assicurazioni Generali. I nostri impegni sono legati a investimenti, a prodotti finanziari, a strumenti che siano la prova tangibile di quanto la compagnia abbia preso sul seriola sua missione di sostenibilità». Il mantra si traduce in passaggi molto concreti. Ad esempio, i 3,5 miliardi da investire entro il 2020 ruotano soprattutto sui green bond, le obbligazioni verdi. «Il nuovo report dell’Unione Europea ha posto il tema della necessità di una migliore definizione di cosa sia ‘green’ – spiega la responsabile della sostenibilità di Generali – e al momento l’ambito su cui ci sono strumenti più definiti sono i green bond. Compreremo i titoli verdi e finanzieremo progetti di infrastrutture ecologiche e sulle energie rinnovabili, coscienti che serva una fase di transizione, che può essere accelerata incentivando finanziamenti su un futuro più pulito».

I GREEN BOND sono lo strumento più solido, anche se a macchia di leopardo, perché le emissioni variano da Paese a Paese. Il gruppo Generali si è preso l’impegno di aiutare anche gli Stati dove il passaggio all’economia verde è più complicato. Lasciandosi la libertà di scegliere le opportunità migliori di investimento, sempre nella logica che il terzo fattore è quello del profitto. Molto più ostico progettare strategie nella dismissione di partecipazioni e investimenti nel settore del carbone. «Tutte le società che generano ricavi superiori alla soglia del 30% dall’economia del carbone – è sempre Lucia Silva che parla – entrano in una lista di attenzione. Esiste un elenco, più o meno pubblico, di circa 2mila compagnie legate al settore. Si va dalle miniere alle centrali elettriche alimentate a carbone, toccando anche le società di logistica e di trasporto dedicate essenzialmente al carbone. I due miliardi di euro da disinvestire sono una parte in equity, in partecipazioni che potremmo dismettere subito, rispettando però le esigenze degli stakeholder. Un’altra parte è in obbligazioni e linee di credito che dovrebbero andare a scadenza, ma che potremmo anche anticipare, valutando costi e benefici. Faremo crescere anche le assicurazioni green». Non sono impegni di carta, sono azioni concrete. Generali verificherà periodicamente se le strategie seguono la rotta definita. Se il Leone punta sul verde, non sembra disposto a ricevere carbone in dono.

G Data e Reale Mutua. Polizza e software contro i rischi informatici

MILANO

UNA SOLUZIONE all inclusive, che unisce un scudo digitale per la protezione del patrimonio di dati e un’assicurazione in caso di incidente informatico. La proposta «unica in Italia» arriva dalla multinazionale G Data che, insieme alla compagnia torinese Reale Mutua e al broker Margas, hanno messo a punto soluzione all’avanguardia su misura per professionisti e piccole e medie imprese. Il nuovo prodotto si chiama «Privacy & Cyber Risk» e combina appunto due aspetti di un problema ancora troppo sottovalutato: il rischio informatico. «È insieme una polizza assicurativa e un software di difesa per le infrastrutture tecnologiche del cliente – spiega Giulio Vada, country manager G Data Italia e coordinatore Assintel Emilia-Romagna –, una soluzione olistica per la sicurezza dell’azienda. Che diventa ancora più importante con l’entrata in vigore del nuovo Regolamento per la protezione dei dati personali (Gdpr)».

IL MERCATO della cosiddetta cyber insurance, ovvero l’assicurazione del rischio contro attacchi o infortuni ai data center delle aziende, non potrà che crescere in futuro: alcuni studi stimano che, solo nel 2017, questi siano già costati 100mila euro alle piccole imprese e poco meno di un milione di euro alle società più grandi. Ma è una stima che non tiene conto di diversi fattori. «I danni diretti, ovvero il fermo macchine o le ore di lavoro perse, sono facilmente misurabili – ragiona Vada –, ma quelli indiretti, derivanti dalla perdita dei dati sensibili dei clienti di un notaio o di un avvocato, e quindi il riflesso negativo sulla reputazione, sono difficili da quantificare. In un mondo così digitalizzato, l’insicurezza è la normalità, anche se questo è ancora poco percepito». L’OBIETTIVO di G Data, Reale Mutua e Magas è di proporre uno strumento assicurativo integrato, «che si attiva semplicemente con le licenze software» e che può raggiungere un mondo di professionisti e piccole e medie imprese che hanno visto il proprio business digitalizzarsi progressivamente e che, per restare al passo con i tempi, devono continuare ad aggiornarsi.

La carica dei certificati
«Premi con pochi rischi
Giusto compromesso»

Pino Di Blasio

MILANO

SONO LA NUOVA moda per gli investitori che vogliono coniugare una potenziale propensione al rischio, puntando sui mercati azionari, senza pagare nel portafoglio le conseguenze di quotazioni sull’ottovolante. Sono i certificati «cash collect», che possono essere «fixed» o «double», a seconda dei titoli sottostanti e delle barriere di protezione. BNP Paribas scommette molto sui «certificati» e ha annunciato l’emissione di una nuova serie di Double Cash Collect su indici e azioni della durata di 2 e 3 anni. Nevia Gregorini, responsabile Exchange Traded Solutions di BNP Paribas Corporate & Institutional Banking, spiega perché questi nuovi prodotti cominciano a fare breccia sul mercato finanziario. «In questo periodo i rendimenti obbligazionari sono ancora ai minimi, nonostante ci sia un’attesa di ripresa e di rialzo dei tassi. Dall’altro lato, il mondo dell’equity è cresciuto e ha ancora spazio per crescere. Ma potrebbero addensarsi delle nubi all’orizzonte e creare turbolenze sui listini. I cash collect sono una valida alternativa per avvicinarsi al mercato azionario garantendosi una protezione del 30-40% a scadenza».

DETTA COSÌ, sembra la quadratura del cerchio. Rendimenti interessanti, come quelli garantiti dall’emissione di BNP Paribas con premi potenziali a cadenza semestrale tra 1,1% e 4,5% (forchetta tra il 2,2 e il 9% in caso di scadenza anticipata), oltre a rendimenti aggiuntivi quando il prodotto giunge a scadenza naturale. «L’aspetto più interessante dei certificati – aggiunge la Gregorini – è la loro flessibilità. Si possono disegnare profili di rischio/rendimento differenti adatti a diversi clienti. Con protezioni più alte e rendimenti nella parte bassa della forchetta, o strutture più rischiose ma con rendimenti maggiori. Si possono modulare scadenza, barriere e azioni sottostanti, con relativi premi e cedole da incassare». Un certificato su misura, un bouquet di prodotti (BNP Paribas ha lanciato 21 double cash collect sulle blue chip in Piazza Affari), con livelli di protezione diversi al 70 o all’80%.

«PRENDIAMO ad esempio i certificati su Intesa Sanpaolo – spiega la responsabile di BNP Paribas – con due emissioni diverse. Si può scegliere se accontentarsi di un potenziale 3,30% di rendimento semestrale, se il valore del titolo non scende sotto la barriera di 2,212 (6,6% se Intesa Sanpaolo è sopra il valore iniziale 3,16), oppure puntare a un rendimento del 4,50% con la barriera a 2,528 (9% se Intesa Sanpaolo è sopra il valore iniziale 3,16). Rendimenti a parte, i certificati sono trasparenti, sono quotati e sono negoziabili anche presso il Sedex, un sistema gestito da Borsa Italiana. Il fatto di essere prodotti quotati dà la possibilità agli investitori di rivenderli anche prima della scadenza. Un altro motivo del successo è l’aspetto fiscale: chi ha avuto delle minusvalenze pregresse, può compensarle con eventuali plusvalenze dei certificati». Gli aspetti positivi finiscono qui. Ma sono più che sufficienti per spiegare una crescita del 50% in un anno di certificati emessi. Al Sedex, su 20 miliardi di scambi totali in dieci mesi, il 24% ha riguardato i certificati d’investimento.

«IL TAGLIO minimo è di 100 euro – spiega ancora Nevia Gregorini – ed è naturale che ci siano dei derivati a garantire le barriere di protezione dei certificati. I titoli base sono quelli a più alta volatilità e capaci di erogare dividendi. Per una società emittente il guadagno sta nello spread e nei volumi. L’investitore, dal canto suo, rinuncia al dividendo, riducendo però notevolmente i rischi dell’investimento. Tutto sommato, è un giusto compromesso tra il coraggio di puntare su un titolo azionario e la prudenza di garantirsi con premi e cedole legati a un valore barriera». Considerando la platea di titoli scelti da BNP Paribas per i certificati double cash collect, le garanzie e i premi per i risparmiatori sembrano superiori ai rischi. Anche rinunciando ai dividendi.

L’offerta. Sul mercato 21 prodotti, blue chip e indici come base

I DOUBLE Cash Collect consentono di ottenere premi nelle date di valutazione semestrali anche nel caso in cui l’azione o l’indice sottostante abbia perso terreno, ma la sua quotazione sia superiore o pari al livello barriera. In più, l’investitore riceverà il valore nominale più il premio raddoppiato qualora il sottostante quoti a un valore superiore o pari al valore iniziale. A scadenza, se il certificate non è scaduto in anticipo, gli scenari possibili sono tre: 1) se il sottostante quota sopra al valore iniziale, il Certificate rimborsa il valore nominale e paga il doppio del premio; 2) se il sottostante è inferiore al valore iniziale, ma quota sopra il livello barriera, il Certificate rimborsa il valore nominale e paga un premio; 3) se il sottostante quota sotto al livello barriera, il Certificate paga un importo commisurato alla performance negativa del sottostante (con conseguente perdita sul capitale investito).

IN PARTICOLARE BNP Paribas ha lanciato 21 Double Cash Collect su azioni e indici di primarie società quotate, italiane e straniere. Ecco l’elenco delle società e degli indici: Banco BPM , BPER Banca, Enel, Eni, Fiat Chrysler Automobiles, Generali, Intesa Sanpaolo, STMicroelectronics, UBI Banca, Unicredit, Azimut, Mediaset, FTSE MIB, Euro Stoxx 50, Euro Stoxx Banks. Ogni Certificato ha un premio e livello barriera, dal 70 all’80% del valore iniziale. Le scadenze sono a due e a tre anni, quindi al 2 febbraio 2020 e al 2 febbraio 2021.

 

Di |2018-10-02T09:24:48+00:0028/02/2018|Dossier Economia & Finanza|