Da Chernobyl a Fukushima
la grande fuga dal nucleare
Il mondo spegne 164 reattori
L’affare d’oro delle scorie

Alessandro Farruggia

ROMA

IL NUCLEARE sta invecchiando. Gli anni della sua tumultuosa crescita sono alle spalle e, dopo gli incidenti di Chernobyl e Fukushima, sempre più Paesi escono dal nucleare e molti costruiscono solo una frazione di quanto avevano preventivato anche solo per rimpiazzare gli impianti che chiudono e vanno in pensione. Il declino è progressivo e inarrestabile. L’età media delle 448 centrali nucleari attive nel mondo è di 30 anni, ma 87 hanno tra 40 e 48 anni e altre 72 tra 35 e 39 anni. Nonostante in molti Paesi, dopo una revisione tecnica, si estenda la vita delle centrali di 15-20 anni rispetto a questo previsto in origine, facendole durare fino a 40-60 anni, nei prossimi decenni parecchie decine di quest impianti dovranno essere dismesse: secondo il recente Nuclear fuel report saranno 142 al 2035. E queste centrali si andranno ad aggiungere ai 164 reattori già chiusi per ‘fine vita’ (115), incidenti o danni (12) o per decisione politica. Questo apre un mercato enorme. «Il decommissioning – osserva un rapporto Ocse del 2016 – è destinato a crescere in futuro, dando vita ad una considerevole mole di lavoro e creando un grande e competitivo mercato. Il Dipartimento per l’energia americano ha impegni per 35 miliardi di dollari e sta spendendo circa 6miliardi per anno nel decommissioning. La flotta attuale di 100 reattori prevede impegni di spesa per il decommissioning di altri 47 miliardi di dollari, se il costo medio dello smaltimento e del trattamento delle scorie verrà mantenuto in media attorno ai 470 milioni di dollari per ogni unità». Ma non è facile riuscirci.

LE STIME variano molto, anche per tipologia di reattore, le valutazioni vanno da un intervallo tra i 230 e i 1.200 milioni di dollari a reattore (Ocse) a un range tra 544 e 821 milioni a unità (World nuclear association). A questo va aggiunto il costo dello smantellamento delle altre installazioni nucleari, da quelle dove veniva assemblato il combustibile a quelle per il riprocessamento. Il mercato è enorme anche nella vecchia Europa. «In Francia – osserva lo studio dell’Ocse – i costi futuri sono stimati in 80 miliardi di dollari; la Gran Bretagna ha una stima di 97 miliardi». E in Germania saranno di almeno 45 miliardi di dollari. E in Italia? Si parla di circa 7,2 milioni. Il che portala cifra totale dell’Europa – Russia ed Ucraina escluse, con la prima che vale tra i 30 e i 35 miliardi di dollari – ben oltre i 230 miliardi di dollari. I numeri sono però ancora ballerini. Uno studio della Commissione Europea (criticato dagli ambientalisti perché «troppo ottimista») parla di 253 miliardi di euro (più o meno 288 miliardi di dollari) complessivi, di cui 123 miliardi solo per il decommissioning dei reattori Ue e di altri 130 milioni per la gestione del combustibile esaurito e degli altri rifiuti radioattivi provenienti dalle centrali. DA NOTARE che, dei 164 reattori già chiusi, solo 17 sono stati smantellati completamente e riportati a green field, la dicitura che indica un sito ripulito. Questo significa che il mercato potenziale del decommissioning riguarderà, da qui al 2035 – e senza scelte politiche di uscita dal nucleare che potrebbero aumentare i numeri in gioco –, circa 300 reattori. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo l’interesse nazionale. E le grandi lobby industriali. Entrare in questo mercato è ovviamente molto difficile. Da un lato ci sono barriere di competenza tecnologica molte alte, dall’altro gli Stati a vocazione nucleare – Francia, Russia, Stati Uniti, Giappone – proteggono naturalmente i ‘campioni nazionali’, assegnando la stragrande maggioranza delle commesse a grandi aziende locali. Ci sono però possibilità di ingresso in partnership con aziende locali portando know how specifici, e c’è la possibilità di entrare in Paesi più piccoli, sempre parte di alleanze industriali e politiche con la nazione che ha fornito la centrale (comunque favorita in fase di decommissioning), ma più aperti all’inserimento di partner terzi. La possibilità di accesso al mercato – 400 miliardi di dollari globalmente – sarà quindi limitata a una fetta del 5-10%, ma resta pur sempre un business notevole per chi saprà accedervi. L’istituto di ricerca Tecnavio stima in un rapporto del 2016 che il mercato salirà del 36% entro il 2020, con gli Stati Uniti che garantiranno il 66% dell’offerta di decommissioning. L’Europa crescerà nei due decenni successivi, ma già oggi la crescita del vecchio Continente è prevista attorno al 43% fino al 2018. IL BELLO è che questo mercato non può subire contraccolpi negativi dalle decisioni politiche. In altre parole, mentre la decisione di cancellare progetti di costruzione di nuove centrali è sempre in agguato, il loro smantellamento è solo questione di tempo. Può essere ritardato di uno o due decenni, ma alla fine è inevitabile. E decisioni politiche potrebbero facilmente moltiplicare la torta di business da spartire. Mettere un piede dentro il mercato – creando magari consorzi stabili con gradi operatori americani, francesi, inglesi, tedeschi, giapponesi o russi – rischia così di essere un investimento di grande prospettiva. Per il quale prima ci si muove acquisendo crediti tecnologici e alleanze, meglio è.