Yoga, massaggi e settimana corta
Scambio tra benessere e flessibilità
Nelle grandi aziende si lavora meglio

Simone Arminio

BOLOGNA

MAL DI SCHIENA al lavoro? AllaDay, azienda bolognese del gruppo Up (quelli dei buoni pasto) basta un click sul pc aziendale per prenotare un massaggio di quindici minuti, gratis, direttamente in ufficio. Per fare la spesa ‘bio’, invece, c’è Aladin: uno spaccio aziendale che si rifornisce di frutta, verdura e prodotti della campagna bolognese per farli arrivare direttamente in azienda. E poiché non di solo pane vivel’uomo, alla TeaPak di Imola (che prepara e imbusta miscele di the), i 90 dipendenti una volta al mese hanno diritto a 3 ore e mezza di yoga in sede, che almeno una volta all’anno si trasformano in una gita in Umbria per fare yoga, sì, ma in mezzo al verde. Poi ci sono le cose più concrete: alla Gima, azienda di packaging del gruppo Ima di Alberto Vacchi, gli operai vanno a mensa, pranzano e, già che ci sono, ordinano la cena da portare a casa per tutta la famiglia. Già che le mense non sono più quelle a buonmercato di una volta: all’aeroporto Marconi per dire, i dipendenti da qualche mese possono contare su un’ampia selezione che comprende cibi biologici e vegani. E che dire di Furla, casa di moda presente con i suoi negozi in tutto il mondo? Proprio perché tutto il mondo non è paese, da qualche tempo i benefit aziendali variano a seconda degli Stati: polizze vita in Giappone, istruzione dei figli in Europa e così via, a seconda di cultura e necessità locali.

È IL WELFARE aziendale, bellezza. Con esempi che, nel Bolognese forse più che nel resto d’Italia, negli ultimi anni si sono moltiplicati (e variegati) a dismisura. Complice, chi lo sa, forse una maggiore propensione al dialogo, alla coesione sociale e al rapporto virtuoso che negli ultimi anni ha contraddistinto i rapporti (non tutti) tra gli imprenditori e i sindacati.Arrivando, grazie ad accordi di secondo livello sempre più avanzati, a coprire bisogni che da finanziari, con benefit e premi di produzione, si sono spostati sul benessere generale dei dipendenti e delle loro famiglie.

SCELTE costose, sia chiaro: Hera, la multiutility,l’anno scorso ha dedicato al nuovo piano di welfare aziendale, Hextra, 1,9 milioni di euro tra salute e conciliazione vita-lavoro. Tema che va per la maggiore, quest’ultimo. Basti l’esempio di Lamborghini, il colosso delle auto sportive di lusso di Sant’Agata Bolognese (la proprietà è di Audi-Volkswagen), che lo scorso anno in estate, in accordo con Fiom, Fim e Uilm ha sperimentato la settimana corta per 250 operai della catena di montaggio: al venerdì tutti fuori alle 13, per passare il weekend al mare, rilassarsi nei parchi o stare con i figli, sopperendo alla chiusura di nidi e asili. Il principio, spiegano i sindacati, è una flessibilità virtuosa che permette all’azienda di aumentare le ore di lavoro nei periodi in cui ci sono i picchi produttivi, e ai dipendenti di lavorare meno negli altri mesi. E riguarda le ore lavorative anche la sperimentazione partita nel 2015 alla Yoox Net-à-porter Group, società dell’e-commerce della moda e del lusso. Riguarda una banca delle ore, prevista dalla legge ma poco applicata, che che permette ai dipendenti di ‘mettere da parte’ le ore di straordinario per tirarle fuori poi al momento opportuno, magari per farsi un viaggio o per necessità familiari. Una «flessibilità positiva», così l’ha definita la Filcams-Cgil bolognese, perché in questo modo «si lavora in più quando serve all’azienda e si sta a casa quando, invece, serve al dipendente», con una richiesta le cui sole condizioni sono date dall’avere delle ore da spendere nel proprio ‘conto in banca’ e dal comunicare all’azienda di volerle spendere con almeno due giorni di anticipo.

IL RESTO degli esempi è fatto soprattutto di istruzione, servizi sanitari per dipendenti e famiglie. A farla da padrona, nelle prime, sono soprattutto le aziende della meccanica, con Ducati che per prima nel 2014 avevano introdotto la formazione continua, con un innovativo accordo con Fiom-Fim-Uilm, salutato come la rinascita del ‘modello emiliano’. E poi Ima, Coesia Group, Philip Morris Italia, che da sempre puntano sulla formazione di dipendenti e figli di dipendenti. Nel secondo caso (salute e servizi sociali) è invece il mondo cooperativo a essere più avanti, complice anche il fatto che sonole cooperative, in terra d’Emilia,le prime erogatrici di questo tipo di servizi integrativi. Un esempio tra tanti è Cadiai che qualche anno fa, insieme a Legacoop, con un progetto ha ‘unificato’ i servizi estivi per l’infanzia di decine di cooperative diverse, con gli asili che ogni estate, da qualche anno, rimangono aperti anche per il periodo estivo, per accogliere i figli dei lavoratori di cooperative e aziende private, con tariffe che variano a seconda del contributo che paga il datore di lavoro.

PROGETTI che spesso nascono d’avanguardia per poi stimolare, in qualche modo, anche la discussione pubblica. Così fu per Coop Adriatica (oggi Coop Alleanza 3.0), che per prima, nei fatti, introdusse in Italia le unioni civili, riconoscendo il congedo matrimoniale anche alle coppie omosessuali. Furono criticati, e oggi èlegge dello Stato. Le ultime frontiere? La famiglia in azienda. Come alla Granarolo, colosso dell’alimentazione, che con il progetto ‘Cucù… Stiamo lavorando per voi’, piuttosto che chiudere per Pasqua porta le famiglie in azienda. Mentre uno dei due genitori lavora, i familiari vengono intrattenuti in visite in stabilimento, merende, laboratori creativi, trucca bimbi e altre sorprese. E poi, anziché pausa-pranzo, si banchetta tutti insieme per festeggiare la Pasqua. Ma che bello. Forse troppo?