L’ultimo scoglio per salvare Carige
Aumento di capitale da 560 milioni
L’ipotesi di un polo con Unipol e Bper

Camilla Cresci

È ORMAI tutto pronto per l’ultima prova di Banca Carige. Mercoledì 15 il consiglio di amministrazione della cassa genovese dovrebbe fissare il prezzo dell’aumento di capitale da 560 milioni che completerà il percorso di rafforzamento patrimoniale da un miliardo di euro. Nelle scorse settimane gli altri tasselli sono stati disposti con la conclusione positiva del liability management (una plusvalenza di circa 200 milioni) e le cessioni degli immobili a partire dalla storica sede di corso Vittorio Emanuele a Milano. Potrebbero invece andare ai supplementari gli analoghi processi di vendita a Londra e Roma, mentre sarebbe in fase di finalizzazione la vendita del pacchetto di crediti deteriorati da 1,4 miliardi che completerà il percorso di pulizia dell’attivo concordato con la Bce. È indubbio però che la tappa più impegnativa e incerta del percorso sarà l’offerta in opzione ai soci. L’operazione dovrebbe iniziare la prossima settimana per concludersi il 7 o l’8 dicembre. Subito dopo la fissazione del prezzo, Credit Suisse, Deutsche Bank e Barclays (non si prevedono altri ingressi nel sindacato) decideranno se siglare l’accordo di garanzia che, come di consueto, metterà in sicurezza l’eventuale inoptato. Inoptato che, secondo quanto risulta, avrebbe già diversi pretendenti: dal primo socio Vittorio Malacalza, disponibile ad arrotondare la propria quota dall’attuale 17,7% fino al 20%, al secondo azionista, il petroliere Gabriele Volpi, che potrebbe avvicinarsi al 10%. Senza contare l’interesse dell’Unipol di Carlo Cimbri, che a ottobre ha convertito i bond subordinati e punterebbe a entrare nel capitale della cassa risanata.

QUESTA SITUAZIONE, dopo l’incertezza dei mesi scorsi, dovrebbe rassicurare le banche del consorzio e spingerle ad aprire la rete di sicurezza. Anche le condizioni di mercato sembrano favorevoli all’aumento, con una volatilità contenuta anche sui titoli bancari. L’operazione del resto è stata resa appetibile dagli advisor finanziari della banca, visto che l’importo proietta un multiplo sul patrimonio netto in linea con il comparto e non impone quindi al mercato una rischiosa ipervalutazione. Ciò non toglie che l’ultimo tassello del risanamento di Carige presenti degli elementi di incertezza, a partire dai ritorni previsti. La cassa guidata da Paolo Fiorentino è da anni una sorvegliata speciale della vigilanza. La pesante eredità della gestione Berneschi e la crisi strutturale del settore hanno deteriorato la qualità dell’attivo e indebolito parecchio la posizione patrimoniale. Il piano che Fiorentino ha concordato con la Bce dovrebbe tamponare l’emergenza, ma è tutto da dimostrare che i problemi saranno finiti. Se le sofferenze usciranno dai libri contabili della banca, resta il problema degli incagli che oggi Francoforte chiede di svalutare a ritmi serrati con un consistente impatto sul capitale. C’è poi il tema della redditività: riuscirà una piccola banca commerciale a stare sul mercato nel medio-lungo termine? Ecco perché qualcuno ritiene che nel futuro più o meno prossimo di Carige debba esserci un’aggregazione. E, dovendo giocare al risiko, il candidato più probabile sembra il polo finanziario che sta prendendo forma sull’asse Unipol-Bper, un soggetto ancora in fase embrionale ma destinato a giocare un ruolo centrale nei futuri equilibri bancario-assicurativi. Quella di Carige è una vicenda tutta da scrivere, ma gli sviluppi dipenderanno dall’esito dell’aumento di capitale.