Le ricchezze delle star

Ferrari, l’avvocato dei campioni
«Non è più l’era dei ricchi scemi
Tutelo i patrimoni dei calciatori»

Giuseppe Catapano

MILANO

DA OLTRE vent’anni, Luca Ferrari ha scelto lo sport. I suoi interlocutori sono gli atleti, gli allenatori, le società, le leghe, le federazioni e anche gli sponsor. Ferrari è un avvocato, capo della divisione sportiva di Withers, law firm internazionale con diciotto uffici di cui due in Italia (Milano e Padova). Una premessa: «Forniamo assistenza legale – spiega Ferrari – in tema di contratti di sponsorizzazione o d’ingaggio di giocatori, allenatori e dirigenti, ci occupiamo di trasferimenti internazionali di calciatori, contratti di agenzia, contratti di licenza di diritti di proprietà intellettuale e contratti di licenza di diritti audiovisivi». Di recente, l’avvocato è stato impegnato al fianco del calciatore Manolo Gabbiadini e del suo procuratore Silvio Pagliari per gli aspetti contrattuali e fiscali del trasferimento dal Napoli al Southampton. Oggi è, tra l’altro, consulente legale di Novak Djokovic, stella del tennis. Tra i clienti passati spiccano calciatori e allenatori del calibro di Pavel Nedved, Zlatan Ibrahimovic, Pato, Fabio Borini, Mario Gomez, Alberto Zaccheroni, Andrea Mandorlini e Roy Hodgson. «Ma non sono un procuratore – precisa l’avvocato Ferrari –: semmai, collaboro con loro…».

IL SUO LAVORO è diverso. Un compito su tutti, tutelare il patrimonio di uno sportivo tendenzialmente molto ricco. Come si fa? «Una star dello sport si ritrova a gestire un’enorme ricchezza accumulata in un periodo relativamente breve: allora è fondamentale creare le condizioni perché possa mantenere il suo tenore di vita non per dieci anni, ma per sessanta. Occorrono pianificazione e una gestione della ricchezza lungimirante e professionale con strategie d’investimento». E allora «bisogna proteggere la ricchezza da utilizzi prematuri: uno sportivo deve considerare parte del proprio guadagno funzionale a un ‘rendimento’ a lungo termine. Per questo è fondamentale che si affidi a professionisti indipendenti». QUELLO che fa l’avvocato Ferrari. Che, in pratica, ‘allunga’ la vita a uno sportivo. «Un giovane che guadagna tanto – osserva – è posto davanti a una serie di pericoli: se stesso, con un uso non oculato della ricchezza, ma anche la famiglia e gli amici, che pensano di poter consigliare gli sportivi anche negli investimenti. Oltre all’agente manager per lo sviluppo della carriera, un avvocato indipendente che supporta lo sportivo stesso per l’aspetto economico-finanziario può essere fondamentale». Già, ma c’è una sufficiente consapevolezza? «No – chiosa Ferrari –, tanto che anche in paesi dove lo sport professionistico è più sviluppato, come gli Stati Uniti, la percentuale di sportivi che vanno in bancarotta a fine carriera è spaventosa. Finiscono in povertà atleti che hanno guadagnato cifre enormi e nel giro di cinque-dieci anni». Una differenza tra Italia e altri paesi c’è eccome. «Negli anni Novanta l’Italia, nel calcio, era il centro del mondo. Adesso Premier League inglese, Liga spagnola e Bundesliga, in Germania, generano giri d’affari superiori. I diritti tv della Premier League valgono dieci volte quelli della Serie A. In generale, nell’approccio al business, c’è una grande differenza tra Europa continentale e modello anglo-americano: nel primo caso, è più basso il grado di attenzione per gli aspetti non finanziari del deal, perché ancora oggi accade che vengano stipulati contratti plurimilionari senza l’assistenza di un legale e di un fiscalista. Altrove l’approccio è più attento alla copertura del rischio legale». Due le svolte che hanno caratterizzato il calcio moderno: l’aumento del valore dei diritti televisivi e la sentenza Bosman che ha concesso all’atleta «più libertà contrattuale e di conseguenza anche un aumento del volume d’affari». C’è più bisogno di tutela contrattuale.  NELLA sua lunga carriera, l’avvocato Ferrari ha vissuto (e gestito) decine di trasferimenti. «Il passaggio di Emerson dalla Roma alla Juventus o quello Nedved dalla Lazio alla Juventus – ricorda – furono psicologicamente ed emotivamente complessi da gestire non solo per le difficoltà legali, ma per la grande pressione psicologica. Quando grandi giocatori si muovono tra grandi squadre è sempre complicato…».


Medici Consulcesi, i legali per i camici bianchi

ROMA

TUTELARE dal punto di vista legale i medici, pubblici e privati. È questa, da sempre, la missione del Gruppo Consulcesi, guidata dall’avvocato Massimo Tortorella, realtà diventata negli anni punto di riferimento a livello nazionale e internazionale nei servizi di consulenza e assistenza legale per i professionisti sanitari. Sono 100mila i camici bianchi in tutta Europa che vengono seguiti dagli avvocati e dagli oltre mille consulenti che fanno parte del gruppo. L’attività è cominciata poco più di 20 anni fa, quando ancora era al centro dell’attenzione la questione dei medici ex specializzandi che tra il 1978 e il 1993 non avevano ricevuto la borsa di studio prevista dalle direttive europee per il lavoro svolto. A questi professionisti si sono aggiunti successivamente quelli che hanno preso parte ad un corso di specializzazione tra il 1994 e il 2006, ricevendo in questo caso una borsa di studio incompleta.

ENTRAMBI questi filoni, sulla spinta delle azioni collettive organizzate proprio da Consulcesi, hanno portato i tribunali italiani a sviluppare una giurisprudenza sul tema che ha permesso ai medici ricorrenti di ottenere rimborsi per oltre 500 milioni di euro. Si tratta di una cifra che riguarda la sola Consulcesi e che è destinata ad aumentare fino a 5 miliardi di euro, in assenza di interventi a livello legislativo. Il know how sviluppato negli anni con gli ex specializzandi ha permesso a Consulcesi di assistere i camici bianchi anche nei casi di presunta malpractice e su un altro problema molto sentito dalla categoria: quello dei turni massacranti di lavoro. Consulcesi raccoglie segnalazioni di violazioni della direttiva Ue 2003/88, applicata in Italia soltanto nel 2015 attraverso la legge 161. Con la Finanziaria del 2008 l’Italia aveva escluso il personale sanitario dal diritto, riconosciuto ad ogni lavoratore, di non superare un tetto settimanale di 48 ore e godere di 11 ore di riposo tra un turno e l’altro. Il problema sembra però, ad oggi, tutt’altro che risolto e i medici continuano a fare ricorso per ottenere un risarcimento per la violazione della direttiva.

Di |2018-10-02T09:25:22+00:0015/03/2017|Focus Mondo Nuovo|