LE REGOLE D’INGAGGIO

Bruxelles non cede sui titoli tossici
Banche e società rischiano di più
dopo la direttiva sugli investimenti

Camilla Cresci, MILANO

IN QUESTO inizio anno nelle filiali bancarie di tutte Europa non si parla d’altro. L’entrata in vigore delle nuova direttiva sui mercati finanziari e sui servizi d’investimento, meglio nota come Mifid 2, è una rivoluzione destinata a cambiare in profondità il volto del settore. Basti pensare che, nel solo 2017, gli intermediari finanziari internazionali (banche, sgr e sim) hanno investito oltre due miliardi di euro per prepararsi al cambiamento. C’è però da scommettere che il conto possa salire, non solo perché molte istituzioni non sono ancora del tutto pronte ma anche perché nei prossimi anni la direttiva potrebbe ridisegnare l’ecosistema complessivo dei mercati finanziari. Ma vediamo più nel dettaglio cosa prevede Mifid 2.

IL PROVVEDIMENTO si inserisce nel percorso che l’Ue ha iniziato nel 2007 con l’emanazione di Mifid 1, la prima regolamentazione comunitaria ad ampio spettro dei servizi finanziari. Già Mifid 1 poneva all’attenzione di operatori e clienti principi base poi sviluppati dalle misure appena entrate in vigore. In primo luogo la trasparenza. La crisi finanziaria e i crac che hanno coinvolto aziende quotate europee sono lì a dimostrare che il tema è oggi di vitale importanza. Il regolatore, ad esempio, costringe gli intermediari a fare uno screening attento dei clienti, per capirne in anticipo il profilo di rischio. È questo l’obiettivo della product governance, un insieme di processi che indirizza ogni prodotto verso specifiche tipologie di investitori. In alcuni casi saranno le stesse autorità di vigilanza come la Consob che potranno interdire la commercializzazione di certi titoli, esercitando la cosiddetta product intervention. Non si dovrebbero insomma ripetere le vendite indiscriminate di bond subordinati ai risparmiatori, come avvenuto in tempi recenti per molte banche italiane. Un’altra forma di trasparenza imposta da Mifid 2 è quella sui costi: gli intermediari dovranno fornire alla clientela una descrizione puntuale degli oneri legati a uno specifico investimento prima ancora che questo venga effettuato. Il costo dovrà essere esplicitato sia in termini percentuali sia assoluti. Niente più commissioni civetta insomma o voci poco chiare nel prospetto. È inoltre previsto che i costi per la ricerca siano nettamente separati dagli altri oneri dell’investimento, circostanza che in passato non avveniva. L’interdizione sta già producendo effetti, se è vero che molte sgr sono diventate più selettive che in passato, portando a un calo generale dei costi di ricerca. Secondo dati che circolano in questi giorni, nel corso del 2017 i budget avrebbero subito un taglio del 30% in Europa e del 17% nel Regno Unito.

TERZA FORMA di trasparenza imposta dalla direttiva entrata in vigore il primo gennaio scorso riguarda le piattaforme di trading. Mifid 2 infatti vuole tracciare tutti gli scambi in tempo reale e quindi punta a eliminare il ricorso alle cosiddette dark pool, cioè le piattaforme alternative a quelle regolamentate. Il lavoro per l’industria del risparmio è insomma titanico. Lo dimostra la scelta dell’Europa di posticipare di un anno l’entrata in vigore della nuova direttiva per consentire a banche e intermediari di prepararsi. La sensazione però è che in molte realtà i nuovi meccanismi non siano stati ancora implementati e stiano anzi creando profondi problemi organizzativi. Questo perché Mifid2 investe molti aspetti dell’attività commerciale e richiede un profondo sforzo di formazione sui dipendenti. Sullo sfondo resta poi l’interrogativo sull’effettiva efficacia delle nuove regole. Mifid 1 ad esempio non è stata in grado di prevenire le truffe degli ultimi anni, dalle quattro banche alla Popolare di Vicenza. Se inoltre una maggiore trasparenza su costi e servizi non può che essere accolta con favore dai risparmiatori, la sensazione diffusa tra gli intermediari è che l’ulteriore aggravio di costi appesantirà bilanci ancora fragili e complicherà la ripartenza del settore.


Unicredit Venduti altri quattro miliardi di sofferenze

MILANO

SE IL 2017 è stato l’anno in cui la strategia di Jean Pierre Mustier si è pienamente dispiegata, è probabile che anche il 2018 riservi grosse sorprese a Unicredit. A differenza di Intesa Sanpaolo, che a breve presenterà il nuovo piano industriale, la banca di piazza Gae Aulenti è al lavoro sulle strategie annunciate nel dicembre 2016. Anche nei prossimi mesi il tema più sensibile potrebbe restare la qualità dell’attivo. Dopo la maxi-cessione di sofferenze del 2017 (il progetto Fino da 17,7 miliardi), Mustier ha annunciato ulteriori vendite per 4 miliardi. Il capitale raccolto sul mercato con l’aumento da 13 miliardi è del resto più che sufficiente per assorbire le svalutazioni e consentirà alla banca di puntare a obiettivi particolarmente aggressivi. In aggiunta il nuovo principio contabile entrato in vigore quest’anno faciliterà le cessioni consentendo di spalmare l’impatto patrimoniale su cinque anni. Una ragione in più per continuare sulla strada imboccata nel 2017. Unicredit potrebbe vendere direttamente a investitori istituzionali (come nel caso di Fino) oppure scegliere la strada di una cartolarizzazione, approfittando della garanzia pubblica che il governo ha messo a disposizione fino a luglio. L’attenzione del top management resterà alta anche sul fronte dei costi, a partire da quelli per il personale. Dopo gli esuberi annunciati lo scorso anno, sono previste altre 900 uscite: si tratta di quelle risorse che matureranno i requisiti per andare in pensione entro il 1° dicembre 2023. Gli stessi che, sebbene in possesso dei requisiti per aderire all’ultimo piano di esodi, non lo hanno fatto. Il perimetro del gruppo Unicredit non dovrebbe cambiare dopo le cessioni fatte nel corso del 2016: se le dismissioni di Pekao e Pioneer nascevano dalla necessità di rafforzare il patrimonio, oggi i coefficienti di capitale sono ai massimi in Europa. Semmai nei prossimi mesi Mustier potrebbe dare un contributo decisivo alla ristrutturazione della ‘galassia del nord’, incardinata sull’asse Mediobanca-Generali. Entro il 30 settembre infatti i pattisti potranno disdettare in anticipo lo storico sindacato che oggi blinda poco meno del 30% di piazzetta Cuccia. In vista di quella scadenza, gli occhi del mercato sono puntati su Unicredit che di Mediobanca è il primo azionista all’8% e che, con corsi di borsa favorevoli, potrebbe avere buon gioco a sciogliere lo storico connubio con gli eredi di Enrico Cuccia

Di | 2018-05-14T13:14:15+00:00 22/01/2018|Finanza|