LE PROSPETTIVE

UnoAerre cerca nuovi mercati
Usa in flessione, sale Hong Kong
«L’export continua a tirare»

Salvatore Mannino

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ORMAI lo hanno capito persino gli esportatori clandestini, quelli che nel distretto orafo più importante d’Italia, fanno affari al nero per milioni. Gli ultimi presi dalla Finanza, poco prima di Pasqua, reggevano le fila di una complessa organizzazione, dall’oro grezzo al gioiello rigorosamente senza marchio, con mercato di sbocco in Algeria, dove in un anno sono stati spediti, via Marsiglia, almeno 20milioni di manufatti. E anche se la destinazione finale era almeno in parte Dubai, è chiaro per chiunque che l’Emirato non è più la Mecca dell’oro aretino, come era successo fino alla grande crisi del Medio Oriente. No, alla vigilia dell’apertura di Oro Arezzo, la più importante fiera dell’anno, la parola d’ordine è diversificare, trovare territori per i gioielli che non siano soltanto quelli degli sceicchi. È grazie a questa ritrovata grinta che nella seconda parte del 2016 (ultimi dati disponibili) l’export dell’oro è uscito dalla grande bonaccia (che per qualche mese è stata proprio bufera) ed è tornato a crescere del 5,8 per cento.

LO DICE anche Sergio Squarcialupi, che della capitale dei preziosi è un po’ il re, dall’alto della sua posizione di amministratore delegato di UnoAerre (la principale produttrice di gioielli, un tempo al mondo, ora solo in Europa) e patron di Chimet (gigante da 2miliardi di fatturato, prima azienda del globo nel campo del recupero dell’oro dal materiale di scarto): «Il nostro riferimento viene sia da oriente che da occidente. I buyers americani si sono un po’ calmati, ma ancora comprano, l’effetto Trump per ora non si sente». In effetti, il fenomeno dell’anno, quello che ha consentito di tamponanare gli effetti della crisi di Dubai, sono stati proprio gli Stati Uniti: più 31% di export nel solo 2016, anche se il mercato Usa continua a valere nel suo complesso un quinto degli Emirati. Basti dire che tutto l’oro venduto negli States nel terzo trimestre del 2016 (33,2 milioni) è poco più di quanto è stato perso nello stesso periodo sul mercato di Dubai (21 milioni). Insomma, bene o male bisogna fare i conti col fatto che gli arabi continuano a essere grandi clienti, anche se non saranno più quell’Eldorado che sembrava non dovesse finire mai.

QUEL POPOLO di formiche che sono gli orafi aretini ha ripresole valigie con i campionari e ha ricominciato a girare per il mondo, Usa in primis, nonostante la vittoria di Trump alle elezioni di novembre abbia suscitato i timori generali. Per entrare negli Usa i gioielli pagano un dazio doganale che da anni le imprese cercano di abbattere, con la collaborazione del governo. Ma l’avvento di The Donald ha frenato le speranze e anzi instillato la paura di una guerra doganale (i primi effetti si sono già visti in altri campi) che stronchi sul nascere la ripresa del mercato americano.

Il secondo posto tra i mercati di sbocco se lo è ormai saldamente aggiudicato Hong Kong, porto franco dal quale l’oro aretino entra non solo in Cina, ma anche in Giappone e persino in Australia. I numeri sono incoraggianti: quasi 200 milioni di export e un aumento del 13 per cento nel 2016. Periclitanti, invece, le sorti della Turchia, sulla quale ha puntato forte un altro gigante dell’imprenditoria made in Arezzo come Graziella. Le esportazioni vanno bene, con uno squillante più 8 per cento. I problemi sono tutti politici, legati all’instabilità generata dal colpo di stato fallito del luglio scorso, dalla svolta autoritaria di Erdogan, dal risultato contrastato del referendum di pochi giorni fa. È per questo, per le perenni oscillazioni dei mercati internazionali e per l’incertezza politica, che Oro Arezzo si apre nel segno della speranza, ma non dell’euforia. Squarcialupi non si lascia scoraggiare: «Bisogna vendere dove si consuma l’oro, quindi anche nei mercati difficili».

Di | 2018-05-14T13:14:42+00:00 04/05/2017|Focus Fiera dell'oro|