«Penso a un’arte per tutti»
Il patrimonio di UBI Banca

La missione dell’istituto di credito

Più di seimila opere e una quindicina di palazzi storici da valorizzare
«Vogliamo rendere popolari i capolavori del passato rimasti nascosti»

di Alfredo Quarta
ANCONA

Ragionare come un privato e comportarsi come un’istituzione aperta al pubblico. Perché l’arte sia patrimonio comune e strumento di progresso e inclusione sociale. Ma i conti, alla fine della fiera, devono sempre tornare, come si usa nelle banche. Un obiettivo ambizioso per Antonella Crippa, responsabile del patrimonio artistico di UBI Banca, una dei più importanti istituti di credito italiani. Più di seimila opere d’arte e una quindicina di palazzi storici da valorizzare, dal Piemonte alla Calabria, eredità delle collezioni artistiche delle tante banche locali che nel tempo si sono unite e oggi formano UBI Banca.
Crippa, perché mai una banca si dovrebbe occupare d’arte?
«Le banche italiane hanno una lunga, a volte plurisecolare, relazione con l’arte. L’acquisto di dipinti o sculture, oltre a dare prestigio e lustro alle sedi in cui operavano, rappresentava anche un modo per sostenere gli artisti dei territori o riportare capolavori del passato nei luoghi da dove provenivano, dimostrando ai propri concittadini di partecipare alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale. Poi, con il processo di integrazione a cui abbiamo assistito negli ultimi 30 anni, le varie collezioni sono confluite in grandi gruppi fino ad arrivare al giorno d’oggi, un’epoca di progressiva concentrazione di banche con patrimoni artistici molto vasti e molto ricchi».
Come si gestiscono seimila opere d’arte?
«Da quando ricopro questo incarico non dormo mai più di tre notti di fila nella stessa città. Sempre in treno, mi sposto in continuazione per organizzare l’apertura straordinaria di un palazzo o mettere ordine in un deposito, parlare con i direttori dei musei delle città o con le case editrici. Il bello del mio lavoro è che ho a che fare con la nostra Italia, con l’arte e con persone che hanno esperienze diversissime dalla mia. L’obiettivo del mio lavoro è riattivare le opere nascoste nei palazzi della banca, mettendole in contatto con i cittadini e i turisti ».
Modelli di riferimento?
«Negli anni ’90 i musei americani erano avanti rispetto a quelli europei, erano educativi ma popolari allo stesso tempo. In quel periodo, dopo la laurea in conservazione dei beni culturali, sono stata in internship a New York, al Metropolitan Museum e al Guggenheim. Lì ho imparato a pensare al museo come luogo sociale, vivo e positivo. Adesso il modello è molto diffuso anche in Europa, dove abbiamo una tradizione lunga e sofisticata. Penso al Moderna Museet di Stoccolma, al Palays de Tokyo a Parigi, alla Tate Modern di Londra, da cui non uscirei mai. In Italia mi piace tantissimo l’Hangar Bicocca di Milano. L’altra domenica ero lì con i miei nipoti. Era pieno di famiglie, studenti, bambini, coppie di ogni età, una meraviglia. È un po’ questo che ho in mente per la nostra collezione, anche se siamo una banca, non un museo e, inoltre, ogni collezione ha bisogno di un progetto specifico».
E come si adatta questo modello?
«Partecipiamo a tante iniziative, in particolare ad ’Invito a palazzo’ e al ’Festival della cultura creativa’, eventi Abi cui abbiamo aggiunto un elemento: a fare da ciceroni sono i nostri colleghi che partecipano a workshop e poi accolgono e fanno da mediatori tra le opere e i visitatori. Ma anche le giornate di primavera e d’autunno del Fai, di cui quest’anno siamo stati sponsor. Cerchiamo poi di favorire il più possibile il prestito delle nostre opere per mostre ad hoc. Mettiamo in circolo la bellezza della nostra arte. Ci proviamo».
Quale caratteristica ha la collezione d’arte che gestisce?
«È una miscellanea di opere di epoche diverse, che riflette i gusti, le passioni e gli interessi di banchieri molto distanti fra loro, per epoche e spazio geografico. La sfida è dare una voce unica a questa diversità. Con una accortezza, che la valorizzazione del patrimonio artistico abbia uno sguardo e una visione contemporanea, non nazionale, ma europea ».