Il futuro è la gestione del risparmio
Intesa Sanpaolo studia la strategia
Eurizon-Fideuram, fusione in vista

Camilla Cresci

MILANO

UN ANNO FA Intesa Sanpaolo scopriva le carte su quella che avrebbe potuto essere la maggiore operazione finanziaria della sua storia, cioè la fusione con le Generali. Un’operazione che, se chiusa con successo, avrebbe ridisegnato in profondità non solo la mappa dei poteri economici italiani, ma anche l’offerta nei prodotti di risparmio. Dopo settimane di fibrillazione, però, l’ad Carlo Messina ha messo da parte il dossier, forse per sempre. Nei mesi successivi, Intesa non è rimasta con le mani in mano ed è intervenuta nel salvataggio di Bpvi e Veneto Banca, rilevando gli attivi in bonis dietro garanzia dello Stato. Un’operazione di sistema che, oltre a garantire alla banca un ampio bacino di raccolta a costo zero, ha aperto un credito politico verso Roma. Per un istituto abituato a misurare ogni passo, il 2017 è stato un anno decisamente fuori dall’ordinario. Un anno che tuttavia, mettendo moltissima carne sul fuoco, non ha chiarito ai mercati quale sarà la strategia futura di Intesa. La risposta spetterà al piano d’impresa atteso per febbraio, un documento a cui i vertici lavorano ormai da mesi con rigidissima discrezione. Gli analisti sono convinti che Ca’ de Sass confermerà il trend di progressiva sostituzione dei ricavi da intermediazione con quelli da commissioni e servizi. In questo modo la banca potrà compensare la generale debolezza del margine da interessi, dovuta soprattutto alla politica monetaria di Francoforte. Non a caso Messina ha spesso parlato di wealth management company, cioè un istituto sempre più spostato verso la gestione del risparmio con fabbriche prodotto di eccellenza e un’ampia rete distributiva.

UNA STRATEGIA che, come si ipotizza nelle sale operative, potrebbe portare a un’integrazione tra Eurizon Capital e Fideuram sgr, per sviluppare importanti sinergie di costo e di ricavo. Senza dimenticare il contributo che arriverà dalla presenza di compagnie assicurative di proprietà che consentono alla banca di presidiare molto bene il mercato delle polizze. Più interessante sarà capire se la scommessa sul wealth management sarà giocata unicamente per linee interne o se ci sarà spazio per qualche acquisizione, magari sui mercati esteri. Sfumata nel 2011 la fusione tra Eurizon Capital e Pioneer, Intesa si è sempre mossa con cautela centellinando le operazioni straordinarie. La più recente ad esempio ha riguardato la Banque Morval di Lugano, una boutique finanziaria costata tra 150 e 200 milioni di euro. Se lo scorso anno il blitz su Generali ha scompaginato le carte, al momento nulla lascia intendere che Intesa possa cambiare linea. Soprattutto appare improbabile un’incursione oltre confine, perché uno sbilanciamento sull’estero potrebbe compromettere quel ruolo di banca di sistema che Intesa vuole continuare a giocare in Italia. Se, insomma, il piano è in fase di definizione, Messina ha già disegnato la squadra che sarà chiamata a realizzarlo. Negli ultimi giorni del 2017 la banca ha infatti rivisitato la prima linea manageriale con alcuni passaggi di testimone nelle caselle chiave.

ROSARIO Strano (oggi responsabile delle risorse umane) ricoprirà il ruolo di nuovo direttore operativo, mentre Alfonso Guido (responsabile delceo project office) sarà chief cost management officer. Marco Rottigni occuperà la poltrona di chief lending officer, Stefano Lucchini, oggi capo della direzione centrale international and regulatory affairs, diventerà capo delle relazioni esterne e degli affari istituzionali, Paolo Bonassi (attuale numero uno del controllo gestione) sovrintenderà la direzione centrale strategic support, mentre Silvio Fraternali (attuale capo dell’area strategie operative integrate di Intesa Sanpaolo Group Services) andrà alla guida della controllata Banca 5, la ex Banca dei Tabaccai.


Carige La Bce accende un faro sui poteri di Malacalza

GENOVA

ANCORA UNA VOLTA il futuro di Banca Carige è legato a doppio filo alla famiglia Malacalza. Dopo la conclusione dell’aumento di capitale da 560 milioni, la dinastia di imprenditori piacentini dell’acciaio è salita nel capitale dell’istituto di credito portandosi al 20,6%, mentre Gabriele Volpi è arrivato al 9,087% attraverso la Compania Financiera Lonestar. Un nome, quello dei Malacalza, che spicca in un azionariato profondamente mutato rispetto a qualche mese fa visto che, tra gli altri, sono spuntati Intesa Vita, Generali, Unipol, Sga (la società per la gestione delle attività controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che detiene il 5,397%) e Fonspa. Se però questi soci hanno per ora partecipazioni limitate, è chiaro che la Malacalza Holding ricopre una posizione chiave. Tanto più che, in una comunicazione alla Consob dello scorso 4 gennaio, la famiglia ha fatto sapere di essere disposta a salire ulteriormente nell’azionariato della banca dove già esercita di fatto una funzione dominante. La mossa, però, andrà misurata con grande attenzione.

GIÀ DA QUALCHE TEMPO, infatti, la governance di Carige è nel mirino della Bce che sta studiando da vicino le mosse dei giocatori in campo, a partire dai Malacalza. Sebbene non ci sia stati finora pronunciamenti formali, la sensazione è che la Banca centrale non gradisca un eccessivo rafforzamento della famiglia piacentina e una sua crescente interferenza sulle scelte gestionali dell’istituto. Al punto che avrebbe sollecitato una correzione dello statuto della Malacalza per escludere le funzioni di controllo. Per uscire dall’impasse, Malacalza dovrebbe portarsi al di sopra del 30% e lanciare un’opa, facendo valere così le sue ragioni in rispetto del fair play. Una mossa che farebbe vertiginosamente lievitare le risorse parcheggiate in Carige e che, al momento, non garantirebbe un ritorno certo dell’investimento.

Camilla Cresci