LE MOSSE DEL CREDITO

Le Popolari in mezzo al guado
I dilemmi di Sondrio, Creval e Bari
congelano le trasformazioni in spa

Camilla Cresci

MILANO

SONO PASSATI tre anni da quando il governo Renzi ordinò alle banche popolari di trasformarsi in spa. Se i big del settore come Banco Bpm o Ubi Banca hanno ormai ampiamente metabolizzato il passaggio, gli istituti più piccoli vivono ancora una fase di incertezza. L’area di maggiore instabilità in questa fase sembra essere la Valtellina. Da un lato la Popolare di Sondrio ha rinviato sine die il cambio di governance, facendo leva sui buoni risultati di bilancio e sulla forte fidelizzazione della propria base sociale. La cooperativa che fu guidata dallo storico Piero Melazzini è uno dei pesi medi del listino bancario con una capitalizzazione di 1,4 miliardi di euro, che proietta un multiplo prezzo/patrimonio netto di 0,5, in linea con le altre banche commerciali. Gli indicatori di bilancio certificano un’attenzione all’efficienza operativa (cost/income al 52%), un livello di sofferenze sotto controllo (npl ratio netto al 3,02%) e un costo del credito allo 0,68%.

COOPERATIVA O SPA insomma, la Sondrio appare una banca solida. Il rifiuto a trasformarsi in spa però non è piaciuto ad alcuni soci di capitale, a partire dal fondo attivista Amber Capital, che è anche primo azionista al 5%. Dopo il congelamento della riforma, l’investitore ha presentato due atti di intervento presso la corte costituzionale e il consiglio di stato, a dimostrazione del proprio disappunto. E se al momento il management della Sondrio sembra sordo alle proteste dei fondi, non si escludono cambi di rotta nei prossimi mesi.

BEN DIVERSA è la situazione del Credito Valtellinese che oltre un paio di anni fa ha accettato di buon grado la trasformazione in spa. Oggi però l’istituto presieduto da Miro Fiordi è alle prese con una delicata manovra di rafforzamento patrimonio il cui importo (700 milioni) fa tremare le vene dei polsi. Proprio la delicatezza della situazione del Creval ha fatto rispolverare il vecchio progetto di una fusione tra le due banche valtellinesi con l’obiettivo di creare un campione nazionale. L’idea (sponsorizzata anche da Mediobanca, advisor di Creval) però non piace a tutti. In particolare non piace ai vertici della Popolare di Sondrio che farebbero a meno di una fusione. Anche perché, mettere insieme le due banche cugine, avrebbe pesanti effetti in termini di chiusure di sportelli ed esuberi di personale, un prezzo che la Valtellina non vuole pagare.

ALTRA AREA di instabilità tra le medie banche popolari è Bari. Pur restando una cooperativa, l’istituto saldamente governato dalla famiglia Jacobini ha fatto qualche apertura alle ragioni del mercato. Ad esempio ammettendo le azioni a un borsino chiamato HI-Mtf, dove sono negoziati i titoli di altre piccole banche non quotate. La mossa, stimolata da Consob, non è stata esente da polemiche visto che quel mercato ha bassa liquidità e vendere è difficile. Va da sé che l’attenzione del regolatore è alta, specie dopo i precedenti delle due banche venete dove gli azionisti hanno bruciato quasi la totalità dei propri investimenti. A Bari del resto le orecchie sono dritte anche per una seconda ragione: ad agosto si è avuta notizia di un’inchiesta che la procura locale starebbe conducendo per le ipotesi di reato di associazione per delinquere, ostacolo all’attività di vigilanza, falso nel prospetto informativo, maltrattamenti ed estorsione. Difficile prevedere gli esiti ma certo, se ci sarà un’apertura al mercato, gli investitori chiederanno certezze e trasparenza.


Carige Malacalza contro le banche, la resa dei conti

GENOVA

A POCO PIÙ di un mese dal salvataggio torna la bufera in Banca Carige. A dare fuoco alle polveri ancora una volta è stato il vice presidente e primo azionista dell’istituto Vittorio Malacalza che in una lettera dai toni molto accesi ha messo sotto accusa le banche dell’aumento di capitale e il top management. La tesi di Malacalza è che nei mesi scorsi sia stato messo in atto un tentativo di esproprio della banca ai danni dei vecchi azionisti, a partire proprio da lui. Le banche del consorzio infatti avrebbero caldeggiato l’eliminazione del diritto d’opzione, spingendo per l’ingresso nel capitale di nuovi investitori che avrebbero fisiologicamente diluito i vecchi. Anche se il nome dell’ad Paolo Fiorentino non sarebbe stato fatto formalmente, è difficile non vedere nell’attacco di Malacalza una sconfessione implicita dell’operato del banchiere. Fiorentino infatti, oltre a essere stato l’autore del piano industriale presentato ai mercati, è stato anche il regista dell’aumento di capitale. È stato lui a coinvolgere i nuovi investitori nell’operazione, persuadendo abilmente le banche del consorzio a dare la garanzia.

APPARENTEMENTE l’uscita di Malacalza può apparire intempestiva in un periodo in cui Carige, archiviata la fase di incertezza, sta cercando di costruirsi un futuro industriale. Vero è però che il primo azionista della banca si trova oggi in una situazione complessa: se infatti da un lato il suo peso nel capitale è cresciuto attraverso la sottoscrizione dell’inoptato, dall’altro lato la Vigilanza sta cercando di arginarlo per dare spazio agli altri soci. Il punto di equilibrio non è ancora stato raggiunto e anzi ai vertici della banca si colgono continui segnali di frizione. La resa dei conti all’interno del consiglio di amministrazione è attesa per martedì e il timore dei mercati è che, dopo l’uscita di Piero Montani e Guido Bastianini, si potrebbe arrivare a un nuovo ribaltone al vertice. Al momento questo scenario viene escluso da fonti vicine alla banca, ma si sa che Carige non è stata avara di sorprese. Spesso negative.

Camilla Cresci

Di | 2018-04-09T10:25:55+00:00 31/01/2018|Finanza|