LE IMPRESE DI UN SETTORE IN SALUTE

Il business che non fa mai acqua
Minerale, 3 miliardi nel bicchiere
«Il mercato è in continua crescita»

Andrea Bonzi

ALLA FONTE del business. Le acque minerali naturali sono un affare da 2,8 miliardi di euro in Italia. La crescita è continua e la produzione nazionale è di 14 miliardi di litri, di cui 1,3 vengono esportati con un saldo attivo di 470 milioni di euro. Il consumo medio pro-capite è di 211 litri, più di due bottiglie su tre (il 70%) sono lisce, mentre quella restante è divisa tra frizzanti (17%) ed effervescenti naturali (14%). In Italia ci sono circa 140 imprese imbottigliatrici che confezionano 253 differenti marche. Il prezzo medio è di 22 cent al litro, il più basso in ambito comunitario. «Un recente studio che sarà presentato nel febbraio del prossimo anno evidenzia come il consumatore riconosca all’acqua minerale le seguenti caratteristiche: ‘È buona, è sicura, mi fa bene alla salute e costa poco’ – anticipa Ettore Fortuna, vice presidente di Mineracqua, l’associazione confindustriale che riunisce le principali aziende –, anche per questo non siamo stupiti dell’incremento del mercato che, a fine 2017, ci aspettiamo aumenti ancora del 6% circa». Con margini di crescita ampi.

«LE NOSTRE imprese sono sane, investono e si evolvono tecnologicamente, sono pronte a modulare la produzione a seconda delle richieste del mercato, hanno una distribuzione capillare ed efficiente», continua Fortuna. Nel nostro Paese il mercato è abbastanza polarizzato: il 71,5% della torta è spartito tra gli otto player principali, Sanpellegrino, San Benedetto, Sant’Anna, Norda, Lete, Rocchetta-Uliveto, Ferrarelle e Spumador. Questo però non significa che non sia un sistema aperto. «Se lei confronta non i gruppi ma le singole marche, vedrà che quella che va per la maggiore arriva all’11% – ragiona Fortuna –, quindi gli spazi ci sono. Del resto, c’è un forte fattore di localismo, molti consumatori vogliono bere l’acqua che sorga dalle sorgenti del proprio territorio. Comprare l’acqua minerale è un po’ come andare in edicola ad acquistare un giornale: ci sono quelli nazionali ma anche i dorsi locali…». Dal locale al globale: esportiamo in tutta Europa, Canada, Usa, Cina, Giappone, Emirati Arabi, il che iscrive l’acqua minerale a pieno titolo nel Made in Italy. Poi c’è il tema della sicurezza. Per definizione, l’acqua minerale naturale ha un’origine profonda, protetta e incontaminata. L’iter che porta all’imbottigliamento è complesso. In Italia ci sono 700 sorgenti censite di acqua minerale, ognuna diversa dall’altra, ma solo 300 sono state riconosciute dal ministero. Attingere a una fonte è un po’ come estrarre il petrolio: l’azienda deve avere i permessi dalla Regione di competenza per fare le ricerche in una zona e in tempi ben definiti. Una volta stabilito che la fonte è adatta all’imbottigliamento, spiega il numero due di Mineracqua, bisogna far riconoscere l’acqua dal ministero come ‘minerale naturale’: viene preparato un dossier dove c’è tutta la valutazione batteriologica (quattro, una per ogni stagione perché la carica di batteri può cambiare con la temperatura), chimico-fisica, idrogeologica e farmaco-chimica, se si vogliono vantare effetti sulla salute. Nel caso si ottenga il decreto di riconoscimento del ministero, si torna dalla regione e si chiede la concessione.

«A LIVELLO di approvvigionamento, la situazione dell’Inghilterra, ad esempio, è molto diversa: le spring water sono acque trattate prima dell’imbottigliamento. La Germania, invece, ha più di 300 acque minerali, ma, per la presenza di rocce basaltiche, tutte molto mineralizzate e ricche di anidride carbonica – osserva Fortuna –, infatti lì esportiamo acqua liscia». Sì, ma come vengono determinate le impurità? «I contaminanti e gli inquinanti, come l’arsenico, sono misurati in microgrammi, altre sostante in nanogrammi, addirittura oggi possiamo leggere i picogrammi. Poi è chiaro che l’assenza, in queste analisi, di fatto non esiste, ma si parla di presenze non significative». Le acque minerali, dunque, sono sicure? «Non solo sono sicure, abbiamo la legislazione più severa in ambito europeo. Bruxelles sta lavorando alle linee guida sui contaminanti, noi diciamo: fate pure, abbiamo dei limiti ancora più bassi e li rispettiamo scrupolosamente, le nostre sono le acque più sicure d’Europa».


Una terra di acque minerali
Il cuore verde ha sete di ripresa
Rocchetta resta in attesa del Tar

PERUGIA

NONOSTANTE gli alti e i bassi degli ultimi quattro anni, quello delle acque minerali in Umbria è un mercato che ‘tira’, che produce risorse per la Regione e per i Comuni dove si trovano le fonti. Certo, il momento attuale non è dei più rosei: nonostante il mercato nazionale e internazionale continui a registrare segni positivi, nel cuore verde qualche contraccolpo c’è stato. E riguardala chiusura di due stabilimenti e l’inevitabile calo della produzione. Eppure proprio nel 2015 c’era stata una ripresa dopo due anni di sofferenza. Nel 2013 infatti i consumi in metri cubi erano stati di 1.299.196, poi scesi l’anno dopo a 1.214.819. Come detto il 2015 aveva fatto registrare una ripresa, con una crescita di oltre 90mila metri cubi di minerale (1.305.655). Poi invece alla fine del 2016 un nuovo calo, con i consumi a 1.255.900 metri cubi.

L’UMBRIA è comunque terra di acque minerali e lo dimostrano i tanti marchi presenti: alcuni molto conosciuti a cominciare dalla Rocchetta spa, che opera nel Comune di Gualdo Tadino con una concessione; poi la San Gemini Acque Spa (Acquasparta, Montecastrilli, San Gemini e Terni) con quattro concessioni; la Nocera Umbra Fonti Storiche spa ha due concessioni proprio a Nocera. La Siami spa opera nei Comuni di Cerreto di Spoleto e Gubbio con tre concessioni; a Foligno c’è la ditta Massenzi e Velino, mentre a Sellano (poco distante) una concessione è della Tullia Acqua Minerale. Infine Motette srl nel comune di Scheggia e Pascelupo opera con due concessioni. Le acque umbre attualmente in commercio sono 17 e complessivamente le concessioni rilasciate interessano una superficie di circa 2.300 ettari. Due sono le aziende che negli ultimi due anni sono entrati in crisi: la Tione srl che è fallita e l’Idrologica Umbra srl (marchio San Faustino) attualmente in liquidazione. Purtroppo anche l’occupazione del settore ne ha risentito: tra il 2013 e il 2014 il personale occupato è diminuito infatti di 51 unità. POCHE settimane fa il Consiglio regionale dell’Umbria ha approvato una proposta di legge sulla redistribuzione ai Comuni dei canoni concessori relativi allo sfruttamento delle acque minerali. Dal prossimo anno infatti aumenterà la quota di una parte dei canoni che introita la Regione e che poi versa nelle casse delle amministrazioni comunali; quota che servirà «per la salvaguardia e la tutela delle risorse idriche, nonché per la valorizzazione e la riqualificazione ambientale dei territori interessati». La forbice andrà da un minimo del 30 ad un massimo del 40 per cento, mentre finora era del 20 per cento.

CON QUESTA modifica ai Comuni interessati saranno distribuite risorse sino a 600mila euro, con un aumento che, in termini numerici, andrà da un minimo di 150 mila euro ad un massimo di 300mila mila euro in base alla maggiore percentuale applicata. Nelle casse della Regione arrivano comunque ogni anno dalle multinazionali e dalle società che hanno in concessione le fonti cifre che variano tra 1,3 e 1,4 milioni. Nel 2014 in particolare il canone introitato è stato di 1.341.780, euro, salito nel 2015 a 1.430.000 e di nuovo sceso a 1.360.000 euro lo scorso anno. In tutto ciò non mancano le diatribe legali, come quella in atto a Gualdo Tadino, nel cuore dell’Appennino umbro, in cui il Tar dovrà decidere a giorni il rinnovo e l’ampliamento della concessione alla Rocchetta (investimento da 30 milioni), dopo la richiesta effettuata da Regione e Comune a cui ha opposto ricorso la Comunanza agraria gualdese.

Di | 2018-05-14T13:14:19+00:00 12/12/2017|Focus Agroalimentare|