LE IDEE

«Le idee ci sono, ma devono rendere
Alle imprese dico: siate più globali»

MILANO

LE STARTUP ad alto contenuto tecnologico di Polihub hanno ottenuto il 10% degli investimenti raccolti nel 2017 a livello nazionale. Non solo: Polihub, l’Innovation district & startup accelerator gestito dalla Fondazione Politecnico di Milano, impatta così tanto nel rinnovamento del sistema imprenditoriale da essere considerato dall’Ubi Index il terzo incubatore universitario del mondo. «I nostri numeri si staccano nettamente dalla media italiana, sia dal punto di vista dell’attrattività degli investimenti che sul piano della creazione di posti di lavoro – spiega Claudia Pingue, general manager di Polihub –. Nel 2017 sono stati valutati 1.300 progetti: 113 sono diventati startup e hanno fatturato in maniera aggregata 30 milioni di euro creando 550 posti di lavoro. La nostra missione è creare un rinnovamento imprenditoriale italiano generando nuovi posti di lavoro grazie a startup che possano innestare un ciclo virtuoso».

Perché gli investimenti dei fondi di venture capital restano così bassi in Italia? Quali sono le alternative?

«Il punto è che la grandissima parte delle startup italiane non hanno metriche di qualità così alte da garantire un investimento. I venture capital, in poche parole, non vedono ritorno in un panorama di startup in cui i tre quarti della forza lavoro sono soci delle aziende. Dobbiamo aumentare la qualità delle nostre startup. I soldi ci sono da mettere nel sistema ci sono, l’Italia è piena di risparmi, ma le startup italiane evidentemente non sono abbastanza attrattive».

Che cosa deve avere una startup per avere successo?

«Non esiste una ricetta, ce le ripetiamo spesso. Tre ingredienti, però, non possono mancare. Le invenzioni devono essere in grado di scalare a livello internazionale con processi di trasferimento tecnologico validi. Noi possiamo contare su 43.000 studenti e su 3.000 ricercatori e docenti che studiano le nuove tecnologie. Siamo convinti, inoltre, che siano necessari luoghi dell’innovazione, come quello creato nel quartiere di Bovisa. Oltre a Polihub con le sue 118 startup ci sono più di 200 laboratori del Politecnico di Milano, il Competence Center del Mise, la sperimentazione del 5G di Vodafone e il recente investimento della cinese Tsinghua University. Infine, per terza cosa, i progetti di imprese devono avere assolutamente un’ottica globale».

Quali sono le principali difficoltà delle startup?

«La prima difficoltà è quella di industrializzare prodotti hi tech molto innovativi. In Italia si è grado di sviluppare innovazione tecnologica, il tema è come renderla replicabile a livello industriale. Si tratta di processi complessi che si stanno condensano soprattutto in Asia. La seconda difficoltà è rappresentato dalla crescita globale: spesso per una startup non è facile far scalare sui mercati tradizionali i propri prodotti».

Quali saranno i vostri principali progetti dei prossimi mesi?

«Per prima cosa gli spazi dedicati alle startup passeranno dagli attuali 4.400 metri quadrati a 6.550. Abbiamo rilanciato Switch2Product, l’iniziativa di scouting di startup deep tech all’interno del Politecnico di Milano. Stiamo lavorando per creare sinergie con il sistema milanese e l’alleanza per l’imprenditorialità con l’Università Bocconi. Infine, continueremo a lavorare in maniera decisa con i partner cinesi per trovare una via per l’industrializzazione di prodotti e servizi delle nostre startup».

Lei viene dal mondo delle telecomunicazioni, che cosa le ha insegnato avere a che fare con le startup?

«Sono un ingegnere delle telecomunicazioni, però ho sempre lavorato nei processi di trasferimento delle tecnologie tra università e impresa. Da 5 anni lavoro a fianco delle startup: un mondo che mi ha arricchito perché ha una cultura dirompente rispetto ai business tradizionali. Hanno una grande energia e sono il vero motore di sviluppo di un’economia matura».

Cosimo Firenzani

Di | 2018-07-06T10:26:03+00:00 06/07/2018|Primo piano|