LE FIBRILLAZIONI DEI MERCATI

Investitori sfiduciati, sale lo spread
«E ora occorre modernizzare il Paese
per scacciare lo spettro dell’Ital-exit»

Carlo Stagnaro* e Filippo Taddei**
BOLOGNA

UNO SPETTRO si aggira per l’Italia: la monetizzazione del debito pubblico. Gli investimenti languono? Stampa moneta! Manca il lavoro? Stampa moneta per dare un reddito ai disoccupati! Se solo potessimo, come ai tempi della lira! C’è spazio per molta critica di chi ha sperperato i benefici dell’euro, ma serve di più recuperare consapevolezza sulla realtà dei nostri problemi strutturali. Ne discutiamo in un libro di recente uscita, Cosa succede se usciamo dall’euro? (IBL Libri), che mette in fila costi e benefici di uno scenario, per quanto improbabile, non più considerato impossibile. La tattica ambiguità con cui ne parlano parlamentari di maggioranza come Claudio Borghi e Alberto Bagnai o il ministro Paolo Savona, le affannate rassicurazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del ministro dell’Economia Giovanni Tria e le grottesche professioni di fede europeista di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, sono solo foriere di tensione tra governo italiano e istituzioni europee.

IL PROBLEMA è che, a prescindere dalle intenzioni dei gialloverdi, vale il biblico ‘in principio era il Verbo’ anche in economia: le parole, specie quelle ambigue, determinano percezioni che creano aspettative, remote ma esistenti, che l’Italia possa chiamarsi fuori dall’eurozona. Lo vediamo nell’andamento delle aste per i titoli del debito pubblico, dove gli investitori chiedono rendimenti più alti per prestare lo stesso denaro di prima (è questo il significato dello spread). Si parte dai governi, si passa per il costo del denaro alle banche e si finisce sui tassi applicati a mutui e imprese.

QUESTA crescente sfiducia nei confronti del nostro paese è frutto della inaffidabile doppiezza di chi invoca investimenti quando propone una politica fiscale fatta di assistenzialismo, pensioni e condoni. Gli effetti di bilancio, in assenza di sostanziali correzioni di rotta, metteranno l’Italia fuori dalle regole europee – senza peraltro stimolare la crescita. Il rischio, insomma, è che ci troviamo fuori dall’euro a nostra insaputa: non perché lo abbiamo consapevolmente deciso (anche perché gli italiani non lo vogliono fare), ma in ragione di una gestione dissennata delle finanze pubbliche. Non sappiamo certo cosa succederà, ma almeno possiamo denunciare gli azzardi che il Governo sta prendendo a nome di tutti gli italiani. Una democrazia inconsapevole è indifesa. Se, nella crisi, fosse mancata la moneta unica, la Banca d’Italia sarebbe stata costretta a stampare moneta per comprare una fetta del debito pubblico italiano, evitare il rischio del default e calmierare i tassi di interesse. L’effetto sarebbe stato lo stesso di ogni analogo episodio precedente: inflazione e conseguente riduzione del valore reale di redditi e salari.

I FAUTORI dell’Ital-exit obietterebbero che l’altra faccia della svalutazione è il ricupero di competitività delle imprese esportatrici. Al contrario, la svalutazione determinerebbe per tutte le imprese – anche le esportatrici – un aumento di costo dei beni importati (pensiamo all’energia), vanificando buona parte del beneficio. L’inflazione della monetizzazione è comunque solo l’effetto più immediato. La conseguenza più profonda sarebbe infatti la perdita di fiducia verso l’investimento in titoli italiani, pubblici e privati, con conseguente aggravio del costo del credito. Una economia che si stabilizza monetizzando è poco attrattiva per chi vuole investire, rendendo il finanziamento dei propri investimenti, la componente più deficitaria del nostro Pil, ancor più difficile. Il sistema bancario si troverebbe tanto più spiazzato quanto più ampia divenisse la distanza tra i crediti ridenominati in lire e i debiti rimasti in euro: ciò prosciugherebbe i canali del credito. Siamo sicuri di voler dare questo colpo di grazia alla capacità di investire in Italia?

SE OGGI siamo costretti a prendere in considerazione questo rischio è perché la politica sembra attribuire all’euro delle responsabilità che invece sono in larga parte del nostro paese. La scommessa dell’euro era che avremmo saputo usare il crollo del costo del denaro dovuto alla moneta unica per investire nella modernizzazione del nostro paese. Se non lo abbiamo fatto abbastanza, forse è il momento di cominciare a farlo anziché inseguire miraggi pericolosi.

* Istituto Bruno Leoni
** Sais Johns Hopkins University

L’esperto di Natixis Crescita con 5 punti interrogativi

MILANO

L’EUROPA sta rimbalzando in modo modesto rispetto alla fase altalenante del primo trimestre, ma certamente non sta correndo quanto gli Stati Uniti. Una tendenza simile si sta delineando anche in Giappone. Secondo Dave Lafferty (nella foto), chief market strategist di Natixis Investment Managers, la Cina continua a gestire il suo rallentamento con una ripresa della crescita del credito per compensare la recente debolezza del settore manifatturiero. La debolezza generale dello yuan aiuterà, ma la Cina sta sostenendo il RMB perché non vuole che si ripeta un’altra svalutazione in grado di riaccendere i flussi di capitali in uscita come visto nel 2015. Le economie dei mercati emergenti rimangono solide, ma anche loro stanno lottando con il rallentamento della Cina (rallentamento della domanda di esportazione verso la Cina) e il sell off che sta riguardando la maggior parte delle materie prime diverse dal petrolio.

IN SINTESI, la crescita globale è solida. Probabilmente ha raggiunto il suo apice nel quarto trimestre del 2017, ha rallentato un po’ nel primo trimestre del secondo trimestre, ma sta gradualmente guadagnando di nuovo terreno, almeno per il momento. Secondo Lafferty, cinque sono i fattori da monitorare: il primo è la politica delle Banche Centrali, prima fra tutte quella americana; il secondo è la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, che è in grado di danneggiare le due grandi economie; il terzo è la scomparsa dello stimolo fiscale statunitense; il quarto fattore fa riferimento alla Brexit: date le complessità di fondo della politica britannica, non ci sono previsioni chiare su Brexit: tutti gli scenari sono negativi per il Regno Unito, l’Unione europea e l’economia globale, variano solo per la loro gravità. Infine, il recente stimolo fiscale americano rischia di svanire poiché i Democratici hanno il 65% di possibilità di riconquistare la Camera dei Rappresentanti statunitensi.

Di |2018-10-29T16:13:49+00:0029/10/2018|Dossier Economia & Finanza|