Il conto salato delle banche salvate
Tagliati 15mila dipendenti e 2.200 filiali
«Con i crac sarebbe stato peggio»

Camilla Cresci
MILANO
IN MENO DI DUE settimane i due principali focolai del credito italiano sono stati domati: al termine di una trattativa estenuante con autorità europee le due banche venete e Mps sono stati salvati grazie al massiccio impegno finanziario dello Stato. Il costo per i contribuenti è stato di 10,6 miliardi, anche se l’auspicio del governo è di recuperare ampia parte della somma con le iniziative di valorizzazione previste per prossimi anni. Quale che sial’esito dei queste iniziative, è chiaro che il costo di una procedura di bail-in sarebbe stato molto più salato rispetto a quanto sborsato finora. Oltre ai versamenti al fondo di risoluzione, il sistema bancario avrebbe dovuto mettere in conto gli effetti sistemici di una crisi di fiducia, cioè un maggiore costo della raccolta e un’inversione della curva dei rendimenti. I salvataggi hanno insomma evitato il peggio, riportando un discreto ottimismo tra gli investitori e ridando slancio alle quotazioni dei titoli bancari. Allargando lo spettro all’interno primo semestre, la prima operazione di successo è stata la cessione delle quattro good bank, messe in risoluzione alla fine del 2015. A gennaio Ubi Banca ha messo sul tavolo un euro per Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti, mentre solo tre mesi dopo Bper Banca si è aggiudicata il quarto istituto, cioè la Cassa di risparmio di Ferrara. Le due operazioni hanno molti aspetti in comune, a partire dal prezzo simbolico e dalle garanzie offerte dal sistema: il fondo di risoluzione, il fondo di tutela dei depositi e Atlante hanno contribuito a vario titolo al salvataggio per ridurre lo sforzo finanziario dei compratori. Al punto che, malgrado le resistenze opposte durante la trattativa,le acquisizioni potrebbero rivelarsi un affare per Ubi e Bper.
IL SALVATAGGIO delle due banche venete ha seguito questo binario: per intervenire nella liquidazione ordinata dei due istituti Intesa Sanpaolo ha presentato una lunga lista di condizioni che il Tesoro ha dovuto accettare per evitare il bail-in. Per utilizzare un termine caro alla finanza, la Ca’ de Sass ha fatto cherrypicking, cioè ha selezionato con attenzione gli asset migliori come si scelgono le ciliegie dal paniere. Nel dettaglio la banca guidata da Carlo Messina ha escluso dal perimetro dell’acquisizione i crediti deteriorati,le obbligazioni subordinate, le partecipazioni e gli altri rapporti giuridici considerati non funzionali, mentre sono inclusi, oltre alle attività e passività selezionate di Bpvi e Veneto Banca, il contributo delle partecipazioni in Banca Apulia, Banca Nuova, in Sec Servizi Bancari e nelle controllate in Moldavia, Croazia e Albania. Carattere diverso ha avuto il salvataggio di Mps che non passa attraverso una cessione,ma una ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato: con un’iniezione da 3,9miliardi il Tesoro salirà entro la fine di luglio al 70% del capitale e liquiderà la quota in un orizzonte temporale di cinque anni. L’operazione prevederà inoltre la conversione dei bond subordinati in azioni e forme di ristoro per gli investitori retail (coperti da ulteriori 1,5miliardi di risorse statali),mentre non saranno coinvolti nel sacrificio né gli obbligazionisti senior, né i correntisti. Se insomma i salvataggi hanno disinnescato le mine più pericolose del credito italiano, non c’è dubbio che i costi delle ristrutturazioni saranno notevoli.
COMPLESSIVAMENTE da dicembre a oggi gli esuberi annunciati sono arrivati a quota 15mila,mentre oltre duemila filiali si avviano verso la chiusura. I tagli non coinvolgono soltanto le banche in crisi, ma anche i big che hanno svolto o potrebbero svolgere il ruolo di poli aggreganti. Non a caso il piano più aggressivo sul fronte occupazionale è stato quello di Unicredit che prevede3.900 esuberi entro il 2024 ela chiusura di circa 800 filiali. Per Intesa invece il salvataggio delle banche venete determinerà 3.900 uscite, finanziate dallo Stato attraverso un contributo per cassa di 1,2 miliardi che rappresenta uno dei capisaldi dell’accordo con il governo. Quanto a Mps, il piano approvato dalla Commissione Europea la scorsa settimana prevede5.500 esuberi entro il 2021, di cui 4.800 uscite attraverso l’attivazione del fondo di solidarietà, 450 per la cessione o la chiusura di attività e 750 per turnover fisiologico. Il costo occupazionale delle ristrutturazioni si conferma insomma salato, ma per il momento può ancora essere gestito attraverso strumenti tradizionali come i prepensionamenti volontari. Anche perché alla fine del 2016 la legge di bilancio ha stanziato 650 milioni, facendo confluire per la prima volta risorse pubbliche nel fondo esuberi di categoria.
UNA MISURA straordinaria che allontana lo spettro dei licenziamenti. Almeno per ora. Non a caso i giudizi che i sindacati hanno delle ristrutturazioni sono stati tutt’altro che critici: «Si è evitato il peggio. Adesso chiediamo che il piano sia gestito in maniera morbida e condivisa attraverso uscite volontarie e condivisa attraverso uscite volontarie», ha dichiarato il segretario della Fabi Lando Sileoni.