Il crepuscolo delle filiali bancarie
Migliaia di sportelli da chiudere
dal Veneto al granducato Mps

Camilla Cresci

MILANO

ANCHE SE IL BAIL-IN è scongiurato, il salvataggio delle due banche venete avrà un sicuro impatto occupazionale. In base al piano approvato dalla Commissione europea la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, confluite nel frattempo in Intesa Sanpaolo come nuova divisione territoriale, dovranno chiudere 600 sportelli su 990 in due anni. Sarebbero già stati definiti 1.050 esuberi ela trattativa con i sindacati potrebbe iniziare già la prossima settimana per chiudersi alla fine di luglio. Complessivamente per il cavaliere bianco Intesa le uscite potrebbero salire a quota 4.000 per un costo complessivo in termini di oneri di ristrutturazione di 1,5 miliardi.

NON A CASO una delle condizioni poste dalla banca guidata da Carlo Messina al governo per procedere all’acquisizione era la copertura di quei costi con risorse pubbliche, stanziate con il decreto legge di domenica 25 giugno. Queste risorse dovrebbero integrare il plafond da circa 650milioni stanziato dall’ultima legge di bilancio per integrare il fondo di solidarietà della categoria. La notizia positiva è che, grazie ai fondi stanziati, le uscite dovrebbero avvenire attraverso prepensionamenti volontari, la modalità finora utilizzata dal settore bancario per gestire le ristrutturazioni. Viene insomma per il momento allontanato il rischio di licenziamenti collettivi, uno spettro che per molti mesi ha aleggiato sui salvataggi in corso. Ma il Veneto non è l’unico fronte aperto per i bancari italiani. In tempi brevissimi sarà annunciato anche il piano di salvataggio del Monte dei Paschi, l’altro grande malato del credito nazionale. La consistenza degli esuberi è stato uno dei punti più controversi della lunga trattativa tra i vertici della banca, il Tesoro e la Commissione Europea e i numeri definitivi non ci sono ancora. Secondo le ultime indiscrezioni la cifra potrebbe oscillare tra le 5.000 e le 6.000 unità per un totale di circa 400 filiali chiuse, anche se inizialmente Bruxelles aveva chiesto fino a 10.000 tagli. Anche per Siena si tratta di capire se le uscite disposte dal piano saranno gestibili con le consuete procedure o se serviranno misure più estreme.

DI CERTO l’ammortizzatore della categoria, il fondo di solidarietà, anche se rimpolpato dalle risorse pubbliche, èmesso a dura prova dai processi di ristrutturazione in atto. Ubi Banca ad esempio ha recentemente annunciato 1.500 esuberi nell’ambito dell’integrazione delle tre good bank, cioè Banca Marche, Banca Etruria e Carichieti. Altre 3.900 uscite sono previste dall’accordo raggiunto nel febbraio scorso a Unicredit nell’ambito del progetto di ristrutturazione messo a punto dall’amministratore delegato Jean Pierre Mustier.

NON È DETTO peraltro che l’elenco finisca qui. Anche dopo il salvataggio delle due venete e del Montepaschi, non mancano le aree di crisi nel settore bancario. Da un lato è in corso la trattativa tra Cariparma e le tre casse di Rimini, Cesena e San Miniato, mentre dall’altro lato si tratta di capire cosa succederà a Carige. Dopo la defenestrazione dell’ad Guido Bastianini e l’arrivo di Paolo Fiorentino la banca genovese deve affrontare un ambizioso programma di rafforzamento patrimoniale il cui esito è tutt’altro che scontato. C’è poi un pulviscolo di piccole e piccolissime aziende bancarie, messe a dura prova dai tassi zero e dalla concorrenza dei big, che potrebbero presto entrare in affanno. Il quadro insomma resta incerto e ogni nuova area di crisi potrebbe avere impegnativi effetti sull’occupazione. Per i bancari italiani insomma le acque continueranno a essere burrascose. Tanto che il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi chiederà formalmente al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan di attivare un tavolo di confronto con Regione e organizzazioni sindacali sui cambiamenti in atto nel sistema bancario in Toscana, anche in vista del piano di salvataggio del Monte dei Paschi di Siena e di altre emergenze occupazionali da gestire in Toscana e Veneto.


Bancari Scudo contro i licenziamenti, contratto dopo i salvataggi

MILANO

LA CATEGORIA dei bancari italiani è stata finora una delle più fortunate dal punto di vista contrattuale. Non solo per le garanzie previste dal contratto nazionale di lavoro (rinnovato un paio di anni fa dopo un lungo confronto), ma anche per l’articolato sistema di ammortizzatori finanziato interamente dai datori di lavoro, cioè dalle banche stesse. Oggi le maggiori preoccupazioni della categoria sono concentrate sul futuro di questi strumenti, messi a durissima prova dalle ristrutturazioni in corso o future. Finora infatti gli esuberi sono stati gestiti principalmente attraverso prepensionamenti volontari, evitando i licenziamenti collettivi. Non è detto però che lo scudo resista. Non a caso alla fine del 2016 il governo Renzi ha messo a disposizione del fondo di solidarietà di categoria circa 650 milioni di euro: per la prima volta il settore ha beneficiato di contributi pubblici a cui potranno accedere quasi tutti gli istituti in fase di ristrutturazione, a partire da Mps.

MA L’AIUTO pubblico non si è fermato qui. L’accordo tra Intesa Sanpaolo e il governo per il salvataggio di Bpvi e Veneto Banca prevede che lo Stato versi alla Ca’ de Sass 1,5 miliardi di euro a copertura degli oneri di ristrutturazione. Non a caso i sindacati del credito hanno salutato positivamente il provvedimento, schierandosi compattamente a favore del piano di Intesa: il governo, ha dichiarato ad esempio il segretario generale della Fabi Lando Sileoni, ha «scongiurato i licenziamenti che voleva l’Europa. Consideriamo positivo il decreto perché è riuscito a risolvere un problema che avrebbe avuto pesanti impatti sull’intero settore bancario italiano. Non ci saranno traumi perché nessun lavoratore perderà il posto di lavoro e tutto sarà gestito attraverso uscite volontarie. È chiaro che ora ci aspettiamo una convocazione da parte di Intesa per tutelare al meglio i lavoratori delle due banche venete».

LE NUBI DI TEMPESTA sono state insomma allontanate, ma non dissipate del tutto. Non a caso lo stesso Sileoni ha proposto all’Abi un rinnovo anticipato del contratto nazionale per tener conto del mutato scenario di mercato. L’idea sarebbe quella di allargare il perimetro dell’accordo alle Bcc, agli assicurativi e ai promotori finanziari per tenere conto di un modello di banca sempre più elastico. Le resistenze non mancano, ma la necessità di cambiare è più chiara che mai al sindacato: «Serve un contratto che sappia gestire il cambiamento in atto definendo nuove professionalità e nuovi mestieri, in coerenza con un nuovo modello di banca al servizio del paese che ponga le condizioni per un aumento dei ricavi e dell’occupazione», sostiene Sileoni.

Camilla Cresci