Smantellare centrali vale 200 miliardi
Sogin non svela la mappa del deposito

ROMA

REALIZZARE il decommissioning delle centrali e delle altre installazioni nucleari italiane, costruire il deposito nazionale delle scorie, entrare nel mercato internazionale dello smantellamento di queste strutture, un affare da almeno 200 miliardi di dollari solo in Europa. È questa la triplice sfida di Sogin. «Il decommissioning – osserva l’ad Luca Desiata – è una attività molto complessa, specialmente dovendo gestire un piano nazionale che prevede lo smantellamento di quattro centrali con tre differenti tecnologie nucleari e quattro impianti di ricerca e ciclo del combustibile. Siamo onorati di essere stati il primo programma valutato dal progetto Artemis dell’Iaea e crediamo che, grazie anche alla positiva valutazione che abbiamo ottenuto, la nostra esperienza nella gestione delle scorie nucleari possa essere di auto ad altri Paesi». L’obiettivo è, in altre parole, di poter accedere al mercato.

SOGIN ha già esperienza di decommissioning in altri Paesi. In Slovacchia ad esempio. E in Russia, dove ha partecipato a un progetto per la messa in sicurezza di alcuni sottomarini nel mar Artico. Per fare un vero salto di qualità, però, deve dimostrare di saper smantellare il core, ovvero il nocciolo, di un reattore. Il nuovo management Desiata – con il presidente Marco Ricotti, uno dei più stimati docenti di ingegneria nucleare, che da un anno sta togliendo un po’ di polvere dalla ‘vecchia’ Sogin – ha deciso di iniziare questa avventura. «L’attacco al vessel (in pratica il cuore dell’impianto, ndr) è la fase più delicata – osserva Ricotti –, ma riteniamo di avere le tecnologie e le competenze per farlo in sicurezza: useremo sistemi robotizzati e il reattore sarà allagato per poter schermare e radiazioni».

«UNA CERTIFICAZIONE così importante come quella Iaea e l’avvio dello smantellamento dei vessel – prosegue Desiata – ci apre una finestra per partecipare alle gare per il decomissioning negli altri Paesi. Un mercato che solo in Europa vale 200 miliardi di euro. Al 95% vengono avvantaggiate imprese locali, ma noi abbiamo identificato una nicchia, quella del project management, nella quale siamo già competitivi. Abbiamo deciso di anticipare di quattro anni lo smantellamento dei vessel delle centrali del Garigliano e di Trino, lavori da 100 milioni di euro l’uno e della durata di 9 anni, che ci qualificheranno ulteriormente per il mercato internazionale: oggi pesa per soli 11 milioni nel nostro bilancio, ma può crescere molto». Basterebbe l’1% per fare 2 miliardi. E ridurre i costi in bolletta, chela revisione Iaea ha stimato saliranno di 400 milioni di euro, a quota 7,2 miliardi, ci sui 3,2 già spesi. «Per concretizzare il nostro piano – avverte però Desiata – il sistema ci deve venire dietro. Se entro dicembre arrivano le autorizzazioni di Isin, a gennaio iniziamo i lavori al Garigliano, con avvio dello smontaggio del vessel entro il 2019. E subito dopo vorremmo iniziare i lavori a Trino».

CERTO, per completare il circolo servirebbe il deposito nazionale, e qui l’incertezza è massima a colpa delle prudenze della politica, che ha paura di affrontare un tema così delicato. Sogin ha pronto il progetto per un deposito da 75mila meri cubi di rifiuti a bassa emedia attività e 15mila ad alta attività, che per il 60% deriveranno proprio dallo smantellamento di centrali e impianti nucleari italiani. Il problema è scegliere il luogo dove costruirlo, un processo avviato nel giugno 2014 con la pubblicazione dei criteri tecnici dell’Ispra. Il 2 gennaio 2015, Sogin ha consegnato la carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), poi aggiornata il 20 luglio 2015. Solo 2 anni dopo, a luglio 2017, è però partita la consultazione pubblica prevista dalla Vas (Valutazione ambientale strategica), che è terminata il 13 settembre. Il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha promesso a giugno che la carta, tuttora riservatissima, sarà pubblicata entro la fine dell’anno. Pochi ci credono, viste le elezioni in arrivo, ma se si vuole rispettare l’impegno di avviare il deposito nel 2025, il tempo stringe. Senza considerare che più si indugia più crescono i costi, e il sogno di entrare nel mercato mondiale del decommissioning rischia di allontanarsi.

Alessandro Farruggia


IL DENARO NON DORME MAI 

di GIUSEPPE TURANI

AFFARI 5STELLE

LA BORSA STA A GUARDARE

SI PUÒ provare a dare una mano a Di Maio con una piccola lezione di finanza mischiata con la politica. Le cose da prendere in considerazione sono poche e facilmente accessibili. Basta andare su un giornale economico e vedere quanto vale il Fib (che è il future dell’indice della Borsa di Milano). A parte le variazioni giornaliere, di questi tempi si trova fra quota 22 e 25 mila. In momenti più felici questo stesso Fib è andato oltre quota 40 mila. In sostanza oggi, nonostante tutte le corse che ha fatto la Borsa di Milano, il suo indice si trova poco sopra la metà del suo massimo storico. Le altre Borse, invece, sono sui loro massimi storici: non sono mai state, cioè, così alte. Da cosa dipende questa anomalia tutta italiana? Basta chiedere a un qualunque operatore di Borsa e la risposta arriva subito: siamo lontani dai massimi storici perché sull’Italia pesa un problema di credibilità complessiva, la gente non si fida poi tanto di quello che qui può accadere. E come mai, visto che le cose non vanno male, c’è la ripresa, le aziende fanno profitti? Perché, rispondono in coro gli operatori, l’Italia ha al suo interno un 30 per cento (stimato) di votanti per i 5Stelle. Movimento di cui poco sappiamo e che per noi è soprattutto una grande incognita. Questo giustifica la nostra diffidenza e la nostra prudenza. Sentiamo parlare di reddito di cittadinanza, di decrescita felice, di Stato innovatore, e queste sono tutte cose che istintivamente non ci piacciono tanto. Forse sono un po’ troppo rivoluzionarie per i nostri standard.

IN SOSTANZA, non sappiamo in quale direzione si sta muovendo l’Italia. Non riusciamo a capire che razza di Paese potrebbe diventare con i 5Stelle al governo o comunque in posizione tale da poter influire sulle scelte di politica economica dell’esecutivo. Inoltre, non abbiamo idea di quale potrebbe essere la vostra squadra ministeriale, se arriverete al governo. E quindi teniamo la Borsa italiana a una certa distanza dai nostri soldi e da quelli dei nostri clienti. In conclusione, abbiamo fiducia nelle capacità dell’Italia di proseguire lungo il suo attuale trend di ripresa. Però sappiamo che l’anno prossimo ci saranno le elezioni e che esse sono un’incognita seria. L’Italia potrebbe essere il primo paese a essere governato da forze politiche non tradizionali (che noi conosciamo e con le quali abbiamo sempre trovato il modo di convivere felicemente). Quindi stiamo un po’ alla finestra, in attesa di capirci di più.