Il packaging alimentare vale 4 miliardi
Sfida alla Germania sull’innovazione
«Industria 4.0? Per noi è la norma»

Andrea Bonzi

BOLOGNA

DALLE cassette per la frutta ai cartoni del latte, passando per le mille tipologie dell’impacchettamento, dalle confezioni dei fast food alle pellicole che avvolgono i vassoi di carne e verdura. L’elenco potrebbe continuare all’infinito e non renderebbe comunque l’idea di un comparto – quello del packaging alimentare e delle bevande – complesso e articolato. Un mercato che vale in Italia quasi 4 miliardi di euro, oltre la metà del totale del packaging industriale (che, a fine anno, dovrebbe superare i 7 miliardi di fatturato). Secondo gli ultimi dati di Ucima, l’associazione di Confindustria che raggruppa le aziende più rappresentative del settore, a fine 2017 sarà registrata una crescita di vendite di oltre il 6% sia in Italia sia all’estero (dati dell’intero settore), con una propensione all’export media dell’80% del fatturato. «Ce la giochiamo con i tedeschi, con cui dividiamo il 50% del mercato, 25% circa a testa – esordisce il direttore generale di Ucima, Paolo Gambuli –. È un settore a forte vocazione meccatronica, con circa 30mila addetti sul territorio nazionale».

È SOPRATTUTTO all’estero che il comparto ‘tira’ forte, con colossi come la bolognese Ima (numero uno mondiale dell’impacchettamento del té, anche se il food non è la sua unica vocazione) e la multinazionale Tetrapack, che, nel lontano 1965, scelse proprio la packaging valley emiliana come prima sede fuori dalla Svezia, e che oggi, tra Reggio Emilia e Modena, dà lavoro a oltre 1.200 dipendenti. E ancora c’è la Sacmi, cuore e cervello a Imola ma ramificazioni in ben 28 Paesi, e la Ocme di Parma, che fabbrica bottiglie in pet, brick e lattine. «Basta guardare sugli scaffali di un supermercato per capire quale rilevanza abbia il settore food & beverage sul totale dell’industria del packaging – spiega Gambuli –. È facile comprendere il perché: cresce il fabbisogno di consumi a latitudini sempre più remote, perché questi cibi possano arrivare anche in mezzo all’equatore senza deteriorarsi, c’è bisogno di una ricerca continua sui modi per confezionarli». La maggior parte delle aziende è localizzata appunto in Emilia-Romagna (36,9%) dove viene prodotto il 62,1% del fatturato totale. Il modello è strutturato in ‘rete’, che – sfruttando la forte componente meccatronica e tecnologica del comparto – ha ampliato e, di fatto, superato la classica suddivisione in distretti. Per questo, la ricerca di nuovi talenti nel campo dell’ingegneria e dell’informatica è costante. E la carenza di queste figure si sente sempre di più. «Siamo tra i Paesi più avanzati nel mondo dei beni strumentali – osserva il direttore generale di Ucima –, nel quale l’Italia compete con Germania, Giappone e Stati Uniti (la Cina è un discorso a parte). Abbiamo bisogno di università e reti informatiche di primo ordine: abbiamo fame di ingegneri ma non solo, di tutti quei profili che escono dagli atenei scientifici. Purtoppo la domanda supera strutturalmente l’offerta, e, nonostante i rapporti stretti con le università, ad esempio quelle di Milano e Bologna, in qualche caso le nostre aziende sono costrette a rivolgersi all’estero anche all’estero». Per la stessa ragione – cioè la necessaria vocazione all’innovazione continua – il superammortamento introdotto e confermato nella legge di Stabilità non ha prodotto spinte impressionanti sul mercato interno.

«L’INDUSTRIA 4.0 è un concetto con cui le aziende del packaging hanno una forte familiarità – insiste Gabuli – a livello di cultura imprenditoriale per noi non è stato un impatto sconvolgente. Chi fa beni strumentali, negli ultimi 10-15 anni, ha dovuto fare i conti con la connessione dati fra macchine, i sistemi di gestione, le reti, sono concetti non nuovi. Altrimenti non avremmo conseguito certi risultati a livello internazionale». Una ricerca continua che si vede anche nel mondo dell’impacchettamento alimentare. «Gli imballaggi biodegradabili sono molto richiesti dalle aziende, c’è una crescente sensibilità sociale sul rispetto dell’ambiente e, anzi, trovo che spesso non sia evidenziato il ruolo proattivo dell’industria del confezionamento». Un’attenzione che abbraccia più temi, dall’igiene di utilizzo alla sicurezza alimentare. Da un lato, dunque, servono confezioni sempre più protettive e sane, dall’altro lo scarto che risulta dopo l’utilizzo deve, al contrario, deteriorarsi lasciando pulito l’ambiente. «Un problema per il futuro, una sfida tecnologica e sui materiali che le nostre aziende portano avanti da tempo» chiude Gabuli.


Il boom eco-imballaggi
Dai sacchetti riciclabili alla carta commestibile

BOLOGNA

LA POSTA in gioco è alta: il futuro delle prossime generazioni. Ma quello degli imballaggi biodegradabili, oltre a essere una sfida etica fondamentale è un business da alcuni miliardi di euro, l’ultima frontiera del packaging alimentare. L’Europa e l’Italia non stanno a guardare: nel 2016 sono state prodotte 47.800 tonnellate di imballaggi in plastica compostabile, con un incremento del 59% rispetto al 2013. La filiera del food & beverage – che rappresenta quasi il 60% del totale del settore del packaging – è in prima linea per sperimentare nuove soluzioni. Tra gli attori del cambiamento, un posto di rilievo potrebbe averlo Granarolo, il colosso cooperativo del latte, che aprirà il suo ‘Agrifood business innovation center’ entro i primi mesi del 2018. L’idea è di creare un incubatore di startup – da 6 a 10, selezionate attraverso un bando europeo – «che mettano in connessione le diverse realtà industriali della filiera, spiega Gianpiero Calzolari, il presidente di Granarolo.

IL PACKAGING avrà un posto di rilievo nel progetto, visto che tra i nove partner che affiancano l’azienda felsinea difficilmente mancheranno alcune grandi realtà imprenditoriali di Bologna e dell’Emilia-Romagna come Ima e Gd. E ci sarà spazio anche per attori nel campo della logistica, del biomedicale e dell’agroalimentare. «Possiamo immaginare le contaminazioni più spinte col mondo della ricerca per prodotti funzionali o per processi per la messa a punto di sistemi per la sicurezza alimentare», insiste il numero uno di Granarolo. E chissà che, un domani, non possa emergere una startup come l’indonesiana Evoware, che ha progettato una confezione per waffle realizzata con le alghe: si può anche mangiare (anche se, pare, non sia molto saporita). Tra le aziende italiane di punta spicca la Novamont, storico marchio di Novara che ha brevettato il Mater-bi, famiglia di bioplastiche compostabili prodotte da amidi, cellulosa e oli vegetali, con cui realizza di tutto, dai sacchetti dei supermercati a piatti, posate e contenitori per l’agricoltura. Quotata all’Aim è la bolognese Bio-On, che è diventata partner scientifico del progetto BioBarr, sostenuto da un finanziamento di 3,8 milioni nell’ambito del programma europeo Horizon 2020. Coordinato da Tecnoalimenti, nei quattro anni di durata prevista, coinvolgerà sette prestigiosi partner europei, pubblici e privati, provenienti da Italia, Spagna, Danimarca e Finlandia. A dare un impulso al cambiamento è anche la legge: dal 1° gennaio 2018 le buste ultraleggere in plastica (con spessore inferiore ai 15 micron) che utilizziamo ogni giorno per pesare gli alimenti dovranno essere sostituite da quelle biodegradabili e compostabili, nel rispetto dello standard internazionale.

INOLTRE, tutti i sacchetti biodegradabili e compostabili, comprese le shopper per la spesa, dovranno contenere almeno il 40% di materia prima da fonte rinnovabile. Una percentuale che salirà di anno in anno. Il caffè in cialde, infine, è un altro fronte della ricerca del settore. Basti pensare alla lunga guerra legale tra Nespresso e il suo ex ‘papà’ Jean-Paul Gaillard per la compatibilità delle capsule biodegradabili da lui prodotte. Solo in Italia i resti delle cialde usate toccano le 12mila tonnellate di rifiuti. È vero che, negli ultimi 5 anni, nel nostro Paese sono state avviate al recupero oltre 1.600 tonnellate di capsule di alluminio usate (+3% solo nel 2016), ma la corsa vera sarà sul biodegradabile.