LE AZIENDE DI SUCCESSO

Duerre Tubi Style ha fatto il pieno
I serbatoi di Ferrari e McLaren»
fatti a mano nell’oasi di Maranello

Leo Turrini

MARANELLO

«QUANDO sento profetizzare che il futuro della mobilità appartiene in esclusiva all’elettrico mi viene un po’ di malinconia, perché se così fosse una azienda come la mia perderebbe la ragion d’essere, visto che produciamo serbatoi in alluminio. Ma c’è tempo e l’ibrido è una bella alternativa…». Enrico Ruini, anni 69, è uno di quegli emiliani che non rinunciano a un sano pragmatismo accompagnato da una buona dose di autoironia. La sua impresa, la Duerre Tubi Style, è un esempio nobile di artigianato artistico. Chi va a fare il pieno al volante di una Ferrari o di una McLaren, di una Pagani o di una Honda Snr, indirettamente è «anche» suo cliente. Perché dentro un’auto ci sono tanti piccoli segreti, minuscole nicchie di sapienza, aree di raffinata competenza. «Tutto è cominciato con mio padre Rino – sospira il signor Enrico -. Lavorava per Enzo Ferrari, era un fornitore. Decise di mettersi in proprio nei primi anni ’60, per dedicarsi alla realizzazione di serbatoi per il carburante e tubi di scarico. Lo stabilimento in realtà era un garage, una specie di sgabuzzino. Per un certo periodo si è occupato anche della Formula Uno, delle macchine da corsa. Erano nostri i tubi di scarico per le Rosse di Niki Lauda e di Gilles Villeneuve. Ricordo certe litigate con l’ingegner Forghieri, il braccio destro del Drake!».

CENTOCINQUANTA dipendenti, un fatturato che si avvicina ai 20 milioni di euro, un grande capannone in fase di ampliamento, la Duerre Tubi Style del nuovo millennio è un’oasi di cultura meccanica al servizio della innovazione. Provare per credere: un serbatoio non è mai uguale a un altro, ogni costruttore ha le sue esigenze, le sue richieste. Per questo, persino nell’era della robotica, la creatività è un elemento indispensabile. «I nostri partner, meglio ancora i nostri committenti, rappresentano il top della tecnologia, sono competitivi nella fascia altissima di gamma – dice Ruini -. Adesso stiamo cooperando anche con la Aston Martin, che ci ha chiesto un serbatoio in acciaio inossidabile. La cura maniacale del dettaglio appartiene al Dna della azienda, ogni pezzo pesa tra i 4 e i 5 chili e viene rifinito con scrupolosa precisione. Del resto, i clienti ci chiedono il massimo e noi siamo contenti di offrirlo». In un anno, dalle officine di Maranello, escono 25mila pezzi. Il serbatoio in alluminio è ancora il più richiesto. «E’ una produzione sofisticata ma ancora molto artigianale – aggiunge Ruini -. Investiamo nella ricerca e nelle risorse umane, abbiamo sempre bisogno di ingegneri preparati». Non si fanno differenze tra i partner. Con la Ferrari esiste un rapporto storico, figlio anche della comune radice territoriale. Ma la McLaren, per i suoi modelli di supercar stradale, passa dalla Duerre Tubi Style, alla stessa maniera di Bugatti, mentre per la Lamborghini è stato realizzato il serbatoio per la Aventador e c’è una relazione stretta con la Ducati per le motociclette di Borgo Panigale. «Recentemente è stata una grossa soddisfazione essere stati scelti dall’ingegner Dallara per il suo modello di specialissima fuoriserie – dice Ruini -. Ci sentiamo parte di un microcosmo produttivo che è trasversale».

RESTA, sullo sfondo, l’interrogativo di partenza. Con l’elettrificazione, addio serbatoi per il carburante. Ma la strada è lunga e Ruini immagina un percorso con tappe intermedie. «Personalmente credo più nell’ibrido, nell’integrazione fra motore termico ed elettrico. Senza dimenticare che una Ferrari o una Lamborghini completamente sprovviste di rumore, perderebbero una buona parte del loro fascino. O no?»

 

Investimenti. L’America corteggia le imprese italiane

FIRENZE

UN LEGAME sempre più stretto, quello tra Stati Uniti e Italia, destinato a proseguire dopo le elezioni. Ne è convinto l’ambasciatore americano Lewis M. Eisenberg, a Firenze nei giorni scorsi per presentare il programma ‘Select Usa’ alle imprese del centro Italia e fare loro appello ad investire di più oltreoceano. Lo scorso anno gli investimenti italiani negli Stati Uniti hanno superato per la prima volta quelli americani in Italia: con 48 miliardi di dollari, le imprese del Bel Paese sono diventate l’undicesimo maggiore investitore straniero per gli Usa, dando lavoro a oltre 75mila persone e spendendo 179 milioni di dollari in ricerca e sviluppo. Tutte cifre elencate prima che all’orizzonte si profilassero le nubi di una guerra commerciale sull’acciaio, con i dazi minacciati da Trump.

MA GLI AMERICANI si aspettano un’ulteriore crescita di scambi commerciali e investimenti. Per far conoscere le opportunità offerte dal mercato statunitense, il roadshow di Select Usa, che si concluderà con il summit di giugno, in Washington DC, ha toccato, oltre Firenze, anche Torino e Verona. «In America, e sarà così anche in Italia, fare maggiori profitti non è mai un male», ha detto l’ambasciatore Usa. «C’è sempre opportunità per la crescita, e più crescita rappresenta un’opportunità. Penso che nel lungo periodo vedremo un incremento della crescita globale e dei Pil». «L’Italia ha cominciato l’inversione di tendenza in misura superiore alle attese di quest’anno», ha sottolineato. «La crescita globale guidata dagli Usa, che crescono più del 3 per cento, credo sia positiva per tutti: dovremmo essere in un trend positivo». L’America è dunque aperta agli investimenti italiani, facilitati da un buon sistema giudiziario, forza lavoro ben istruita, accesso al capitale. Senza contare la fiducia tra i 325 milioni di consumatori americani che è «a livelli record».

«È PER QUESTO che siamo qui in Italia. Per creare opportunità di networking per imprenditori italiani ed esperti provenienti da 17 stati degli Stati Uniti. In secondo luogo – ha concluso l’ambasciatore – per dimostrare come il Governo degli Stati Uniti e la missione diplomatica in Italia possano aiutare le imprese italiane, grandi e piccole, a investire in America».

Monica Pieraccini

 

Di | 2018-05-14T13:14:09+00:00 06/03/2018|Imprese|