Ponti, l’aceto balsamico
è un affare di famiglia
«Delocalizzare? Mai»

Alessia Gozzi

TRADIZIONE e innovazione. Ponti porta l’agricoltura 4.0 nel mondo dell’aceto balsamico, un’azienda familiare passata attraverso cinque generazioni fino ad arrivare oggi a fatturare 105 milioni e a sfornare 450 mila bottiglie di aceto al giorno. «Il made in Italy è la nostra bandiera – sottolinea l’ad Giacomo Ponti –. Delocalizzare? Mai!».

Lei rappresenta la quarta generazione Ponti: cosa c’è nel codice genetico della famiglia?

«La ricerca continua della qualità e l’attenzione ai clienti. Scegliamo le migliori materie prime e le trattiamo con la tecnologia più avanzata e meno invasiva possibile: entrambe italiane. L’aceto è un mondo complicato, con tante sfaccettature. Richiede di educare il consumatore alla cultura gastronomica, soprattutto all’estero».

Come si mantiene la qualità in un prodotto che da artigianale è cresciuto a livello industriale?

«Stando estremamente attenti ai processi: abbiamo accumulato in 230 anni di storia un konw how che rende tutta la filiera, oltre che sicura e tracciabile, estremamente rispettosa della materia prima. Il risultato è un valore elevato del prodotto a un prezzo interessante. Ad esempio, molte verdure che trasformiamo in vaso vengono lavorate dal fresco mantenendo così profumi, colori e sapori molto diversi dalla salamoia. Questo implica un investimento importante dell’azienda che deve fare un lavoro profondo sulle previsioni della campagna e di ciò che può dare».

Nell’agroalimentare molti marchi italiani sono finiti in mani straniere: nel mercato globale si compra o si viene comprati?

«Storicamente, in Italia mancano grandi poli di aggregazione in settori strategici come il food. Certo, le dimensioni contano, ma non sono l’unico aspetto: i prodotti italiani sono vincenti, capaci di attirare capitali dall’estero. La globalizzazione però è un fatto e bisogna ragionare almeno a livello europeo. Noi non abbiamo assolutamente intenzione di delocalizzare alcun tipo di produzione, facciamo del made in Italy la nostra bandiera».

Voi esportate in oltre 70 Paesi; dove ci sono i maggiori spazi per crescere?

«L’export vale un quarto del nostro fatturato. I mercati che danno maggiori soddisfazioni a livello di volume sono Europa, Stati Uniti e Australia mentre i Paesi a più alto potenziale sono quelli dell’estremo Oriente. Asia e Cina hanno grandi margini di crescita ma c’è la barriera delle peculiarità gastronomiche locali, gli usi e i costumi molti diversi: bisogna esserci per intercettare i cambiamenti e divulgare il nostro patrimonio gastronomico».

Il governo ha incentivato gli investimenti nell’Industria 4.0. Ne state approfittando?

«Sì, li stiamo usando. Il 4% del nostro fatturato lo investiamo in innovazione. Abbiamo stabilimenti aggiornatissimi dal punto di vista tecnologico, con un ricambio annuale del parco macchine. Siamo anche passati al sistema gestionale Sap per gestire il gruppo, dagli acquisti al delivering fino alla business intelligence».

Crescere significa anche acquisizioni: c’è qualcosa nell’orizzonte di Ponti?

«Al momento non ci sono acquisizioni sul tavolo, ma se dovessero arrivare occasioni interessanti le valuteremo, da questo punto di vista abbiamo un approccio molto laico. Nei prossimi 3-5 anni puntiamo a far crescere ancora le esportazioni e a rafforzarci ulteriormente sul mercato italiano con prodotti innovativi».

Come chiuderete il bilancio quest’anno?

«In crescita. Prevediamo una crescita dei ricavi di circa il 4% sul 2016 quando il fatturato è stato di 105 milioni di euro».


La storia Le radici nell’Ottocento, cinque generazioni al timone dell’azienda

GHEMME (Novara)

UNA LUNGA storia, cominciata nel 1867. L’anno in cui è partita l’attività della famiglia Ponti a Sizzano, in provincia di Novara, con il fondatore Giovanni Ponti. In realtà esistono documenti notarili che attestano come la famiglia Ponti si dedicasse all’aceto già nel 1787. Ma è grazie a Giovanni e successivamente al figlio Antonio che il nome della famiglia si è legato alla produzione di aceto. Proprio Antonio ampliò l’attività artigianale, fino a ricevere nel 1911 il diploma d’onore per ‘vini e aceti’ alla Fiera internazionale di Parigi. Nel 1948, Guido Ponti, che rappresenta la terza generazione della famiglia, ottenne il diploma alla Regia scuola di viticoltura e di enologia di Alba e divenne il maggior esperto del comparto. Nello stesso anno, venne inaugurato l’attuale stabilimento di Ghemme. Nel 1965 entrò in scena la quarta generazione, rappresentata dai fratelli Cesare e Franco, figli di Guido. Gli anni Settana furono quelli della realizzazione del secondo stabilimento in Veneto, gli Ottanta quelli del lancio della nuova linea Peperlizia e del terzo stabilimento ad Anagni. Quelli successivi, poi, hanno consacrato Ponti leader europeo nella produzione di aceto di vino. Giacomo Ponti, rappresentante della quinta generazione, è entrato in azienda nel 2000, l’anno successivo sono entrate in produzione le rinnovate linee di confezionamento delle conserve di verdure. Seguiranno altri interventi di aggiornamento tecnologico: con una superficie totale di 150mila metri quadri, di cui 51mila coperti, il Gruppo Ponti è al vertice della produzione mondiale di aceto di vino e aceto balsamico di Modena. La capacità di imbottigliamento giornaliera è di 450 mila bottiglie in un turno di 8 ore.