L’intimo dopo i cellulari e la fibra
Scaglia, la terza vita del manager
«Non cederò il marchio La Perla»

Simone Arminio

BOLOGNA

CHE SPLENDORE la terza vita imprenditoriale di Silvio Scaglia, l’ingegnere visionario. La prima fu nel 1995: Scaglia, 37 anni e un passato da manager Piaggio, aveva per le mani una start up, una delle tante, che si chiamava Omnitel (oggi Vodafone Italia), e si piantò in testa l’idea folle di togliere alla Telecom Italia Mobile il monopolio del mercato nascente dei cellulari. Il bello è che ci riuscì. Ma a quel punto, era il 1999, era già tempo di fare altro. Ad esempio, portare Internet nelle case attraverso la fibra ottica («E cosa diavolo è?», rispondevano i più), e un nuovo modem in grado di far passare insieme la voce e i dati. Così nacque Fastweb, e il concetto di connessione in Italia cambiò radicalmente. Quando ne sente parlare, all’ingegnere si illuminano ancora gli occhi oggi, che si occupa di tutt’altro: nel 2013 ha comprato all’asta La Perla – marchio storico della lingerie di lusso italiana nel mondo – e l’ha riportata in auge in quattro anni.

È LA TERZA VITA di Scaglia, con un’azienda che, stavolta, non è nata dalle sue mani, perché arriva da molto più lontano. Era il 1954 quando Ada Masotti – una sarta bolognese, esperta di corsetteria – decide di fondare una casa di lingerie che puntasse fin da subito alto, altissimo. Al lusso, e oltre. Saranno decenni di fasti, di star di Hollywood e mercati mondiali. Perlomeno fino al 2008, e alla vendita da parte di Alberto, il figlio di Ada, al fondo Jh Partners. Gli anni che seguirono, per La Perla coincisero con un abisso di conti in rosso e di cassa integrazione. Fino alla liquidazione, e al concordato preventivo. Lì arriva Silvio Scaglia, a maggio del 2013, per aggiudicarsi l’azienda all’asta, spuntandola al rialzo sul primo offerente, Calzedonia, e sugli israeliani di Delta Galil Industries, a quota 69 milioni di euro. «Dopo Omnitel e Fastweb – disse poche ore dopo, all’uscita dal tribunale –, mi impegno in prima persona su La Perla: per me è una sfida personale, in cui investo molto». Che sia stato così, a distanza di quattro anni, lo si può far dire ai numeri. Con quei 69 milioni per l’acquisto a cui si sono aggiunti altri 281 milioni di euro che l’imprenditore ha investito di tasca propria, per il rilancio dell’azienda. Che oggi fattura 140 milioni di euro: +40% dal 2013. «Un ottimo risultato, ma non basta», spiega oggi Scaglia dall suo ufficio nello storico stabilimento che fu di Ada, dove il manager passa dieci giorni al mese. Il resto? Lo impiega a dirigere Pacific global management group, la holding che detiene il controllo del network internazionale di agenzie di model management Elite World, e a lavorare su Yewno, una piattaforma di intelligenza artificiale già adottata da svariati atenei nel mondo e ora lanciata alla conquista del mondo finanziario. «Di questo passo – ragiona Scaglia, tornando ai conti di La Perla – raggiungeremo il pareggio di bilancio nel 2019.Ma l’errore di molti, in questi anni, è stato pensare che questo fosse il mio obiettivo, quando invece il pareggio è soltanto il punto di un percorso». Dove è diretta, La Perla, allora? Per l’imprenditore non ci sono molti dubbi. «Arrivare al top della moda mondiale». E non si tratta di un vezzo, spiega, ma di istinto di sopravvivenza.

«PAGARE i debiti infatti non basta – avverte –. Per sopravvivere nel mercato di oggi abbiamo bisogno di triplicare e quadruplicare i nostri guadagni, entrando nel novero dei grandi marchi di moda e concorrendo alla pari con loro». La cura Scaglia per riuscirci, iniziata il giorno dopo l’acquisto dell’azienda all’asta, oggi è a buon punto. Primo: investire sul prodotto. «La Perla – ricorda il manager, guardando alla situazione di partenza, nel 2013 – era stata inspiegabilmente deviata dal settore del lusso, al quale apparteneva di diritto fin dalla sua nascita, e trascinata nel mondo caotico della grande distribuzione americana». Errore da penna blu per Scaglia che per prima cosa, racconta, ha riportato il marchio sul piedistallo che le spettava. Il secondo step ha riguardato la rete commerciale, totalmente ripensata: dai 160 monomarca e 70 boutique nei luoghi dello shopping mondiale, in molti casi ristrutturate di tutto punto, alla riacquisizione delle licenze commerciali cedute a terzi e riprese in casa praticamente in tutto il mondo. Il terzo passo, in atto adesso, è di sicuro il più ambizioso: portare La Perla ad ampliarsi dall’intimo di extra-lusso al ready to wear o pret à porter. E qui Scaglia, che per realizzare l’obiettivo ha ingaggiato la direttrice creativa Julia Haart, torna visionario: «L’obiettivo – spiega – non è aggredire un nuovo mercato, ma arrivarci partendo dall’intimo, abolendo le barriere tra un capo e ciò che ci sta sotto». Così la giacca si sposa col reggiseno e i pantaloni con lo slip, in un tutt’uno di alto stile. La prima collezione è già nei negozi. Funziona? «In alcuni nostri negozi – assicura Scaglia –, già oggi la metà del fatturato arriva dal ready to wear». Avanti allora. Ma per quanto? In fondo, i rumors su una possibile vendita a Calzedonia – o a uno a caso dei tanti pretendenti – ciclicamente tornano a farsi sentire. Scaglia, da buon ingegnere, sull’argomento preferisce la logica ai sofismi: «Non ho alcuna intenzione di vendere – ragiona –. Quindi non vendo». E amen.


Fatsweb Gioia dopo l’assoluzione: «Contro di me accuse folli»

BOLOGNA

DIECI GIORNI li passa a Bologna, nel suo ufficio a La Perla, e venti nel resto del mondo. Quando però gli si chiede dove, Silvio Scaglia in genere risponde scherzando: «Come dove? Su un aereo, dove vivo». Ed è a un aereo che è legato anche il suo ricordo più buio, tornato agli onori delle cronache nei giorni scorsi: quello che l’imprenditore dovette noleggiare in tutta fretta nel 2010, pagandolo profumatamente, per tornare in Italia a farsi arrestare. Ingiustamente, come hanno chiarito poi due sentenze. La sua è una vicenda che l’imprenditore ha raccontato punto per punto in un blog ancora online. Va dal 23 febbraio 2010, data dell’arresto per presunte frodi fiscali internazionali in seno all’inchiesta Fastweb-Telecom Italia Sparkle, all’assoluzione con formula piena del 17 ottobre 2013, ribadita in Appello lo scorso 27 settembre. «Sono sempre stato convinto che la mia piena assoluzione sarebbe stata confermata – sorride adesso –, a riprova della mia fiducia nella giustizia e della follia con cui le accuse contro di me e degli altri manager erano state costruite fin dall’inizio». E a quell’incubo, oggi, riesce addirittura a guardare con ottimismo: «Il ricordo pesa – avverte –. Ma la mia vicenda giudiziaria, carcere compreso, è anche un pezzo della mia vita da cui ho imparato molto. Per cui, ora che è finalmente passato per sempre, posso dire di essere quasi contento di averlo vissuto». s. arm.