Fabbri riapre la sua distilleria
«Non solo amarene e sciroppi
Torniamo a produrre liquori»

Simone Arminio

BOLOGNA

SE DICI Fabbri dici amarena. Quei confetti di pregiatissimo frutto rosso in sciroppo, preparati alla maniera di donna Rachele, la moglie di Gennaro Fabbri, il distilliere di Portomaggiore che nel 1915 ebbe l’idea di vendere quel nettare non più in anonime damigiane di vetro, ma in bellissimi barattoli di ceramica ad opera del maestro faentino Riccardo Gatti. Doveva essere un di più, una chicca da regalare ai clienti, e invece quel prodotto, in quell’identico vasetto, oggi – cent’anni dopo – è il biglietto da visita della Fabbri spa in ben 110 paesi del mondo. Distilleria, appunto. Perché ‘forse non tutti sanno che’, come si suol dire, «per buona metà della nostra vita industriale, oltre agli sciroppi che ancora oggi rappresentano una parte importante del nostro business, fummo protagonisti di prim’ordine della liquoreria», ricorda Nicola Fabbri, baffi alla francese e sorriso contagioso, la quarta generazione in azienda.

FU UN MERCATO, quello dei liquori, in cui i bolognesi dell’amarena fecero faville per anni, con marchi storici come il Virov, il cognac Gran Senior o il Maren Dry. «Un prodotto supermoderno per l’epoca, quest’ultimo – ricostruisce Fabbri –, perché del tutto nuovo in confronto ai prodotti esistenti. Ideato da un nostro formulatore che, molto poco esperto di liquori, agì puramente d’istinto, basandosi esclusivamente sugli aromi, senza condizionamenti dettati dalle conoscenze pregresse». Manco a dirlo, fu un successo. Ed è per questo, oltre che la Fabbri – ancora salda in mano alla famiglia (dentro c’è la quinta generazione), 300 dipendenti, 11 società collegate e un fatturato 2016 che verrà chiuso in crescita a più di 80 milioni di euro – per il suo 112esimo compleanno ha scelto di ripartire proprio dal Marendry per ritornare a distillare.

D’ALTRONDE «i tempi sono cambiati da cinquant’anni fa – ricostruisce Fabbri –. Allora il mercato degli alcolici, in forte calo, fu soggetto di una concentrazione importante, con lo strapotere di pochi grossi gruppi multinazionali che resero in pochi annila vita impossibile ai piccoli produttori locali». Oggi? «È diverso, e per molti motivi. Uno su tutti il peso che il Made in Italy ha dato ai piccoli marchi alimentari italiani nel mondo, sempre più apprezzati e ricercati». Ma cos’è il Marendry? «Un bitter speziato, 21 gradi, a base amaricante e con una buona dose di succo d’amarena e un bouquet di aromi che fanno parte della ricetta originale». Quali è una domanda inutile, visto che «la ricetta è segreta». Come quella dell’amarena, che in un secolo innumerevoli ditte hanno provato a imitare, nella forma e nel sapore, inutilmente. Come l’hanno presa, alla Fabbri? Con originalità, il loro marchio di fabbrica: collezionando tutte le imitazioni ed esponendole nell’ufficio del capo, dove sono tuttora. Al fianco di quelle vere, a ricordare che essere originali, in casa Fabbri, avrebbe sempre marcato la differenza. Così fu negli anni del Carosello, quando nacque ‘Salomone il pirata pacioccone’, affidati a registi di prim’ordine. O con i bicchieri e le tazzine di Richard Ginori, capostipiti dei gadget attuali. «L’idea – ricostruisce Fabbri – era la stessa del barattolo di ceramica: offrire al cliente qualcosa che rimanesse: un regalo in pronta consegna per averci scelto». Oggi è prassi ma, all’epoca, i Fabbri vennero a studiarli dagli Usa: quei pazzi che vendevano prodotti alimentari di consumo all’interno beni di pregio. O che coinvolgevano (lo fanno ancora, una volta all’anno) gli artisti contemporanei per realizzare opere dedicate ai prodotti. Artisti del gusto. Originali si nasce.


Richard Ginori Guerra sui terreni per le porcellane

FIRENZE

QUESTIONE di terra. La permanenza a Sesto Fiorentino della fabbrica per eccellenza, la storica manifattura Richard Ginori, sembra infatti legata a doppio filo all’acquisto, da parte della proprietà dell’azienda, il gruppo Kering, dei terreni dove sorge lo stabilimento rientrati nel fallimento Ginori e ora in mano ad alcune banche creditrici. L’acquisizione dell’area è infatti una condizione imprescindibile per Kering (holding multinazionale francese del lusso che comprende 120 marchi tra i quali Gucci, Pomellato e Saint Laurent) per poter effettuare investimenti sulla sede e sui macchinari decisamente vetusti e per dare il via a un piano di rilancio dell’azienda. La trattativa però sembra giunta ad un pericoloso stallo: recentemente poi Unicredit, una delle banche creditrici con BNL e Popolare di Vicenza, ha ceduto parte del credito a doBank gruppo bancario, fra l’altro, specializzato nei servizi per la gestione dei crediti problematici, che ha praticamente riportato all’inizio un confronto già avviato da due anni.

LA PREOCCUPAZIONE, se non si arriverà a un accordo in tempi brevi, è che la proprietà decida di lasciare Sesto e riaprire Richard Ginori in un’altra sede, magari con meno personale. Fino ad oggi Kering ha ribadito in più occasioni di non voler contemplare questa eventualità, ma sindacati e lavoratori temono che l’allungarsi dei tempi per l’acquisto dei terreni possa far maturare una decisione diversa e dolorosa. Per questo, nei giorni scorsi, rappresentanze sindacali e dipendenti Ginori hanno effettuato una manifestazione d’impatto davanti alla sede di Sesto Fiorentino di Unicredit: un sit-nic, incrocio voluto tra sit-in e pic-nic, nel quale hanno servito panini ai partecipanti alla manifestazione. Obiettivo dichiarato quello di chiedere all’azienda di continuare, nonostante tutto, la trattativa per acquisire i terreni e realizzare gli investimenti prospettati nello stabilimento e alla finanza di non cercare speculazioni sulle spalle di lavoratori, in contratto di solidarietà, con buste paga anche sotto i mille euro. Nei giorni scorsi il Ministero dello Sviluppo economico ha cercato di fare da mediatore convocando un tavolo con le banche e la proprietà: la vicenda, però, sembra decisamente di difficile soluzione.

Sandra Nistri