LE ATTESE DI SIENA

Il Monte dei Paschi di Stato
non teme il verdetto delle urne 
«La guida è il piano industriale»

Francesco Meucci

SIENA

UNA PERDITA da 3,5 miliardi di euro dovuta essenzialmente alla vendita (4 miliardi) dei crediti in sofferenza, come imposto dal piano di risanamento concordato con l’Europa. È questo il dato più eclatante del bilancio 2017 del Monte dei Paschi, il cui schema è stato approvato nell’ultima seduta del cda di Rocca Salimbeni. A far da contraltare c’è il netto miglioramento dei coefficienti patrimoniali: il common equity tier 1 ratio si è attestato al 14,8%, rispetto all’8,2% di fine 2016 e il total capital ratio è risultato pari al 15%, che si confronta con il valore del 10,4% registrato a fine dicembre 2016. Eccola la fotografia di una banca, quella senese, ancora in mezzo al guado. Da una situazione ormai prossima al fallimento com’era prima dell’intervento dello Stato, a un futuro in sicurezza – grazie alla poderosa iniezione di capitale pubblico – con un destino ancora tutto da scrivere.

NELLA CAMPAGNA elettorale che ci siamo lasciati alle spalle ne hanno parlato un po’ tutti, soprattutto per la scelta del segretario del Pd, Matteo Renzi, di catapultare il ministro Pier Carlo Padoan nel collegio uninominale di Siena come candidato del centrosinistra. E il titolare del dicastero cui si deve il salvataggio del Monte non ha mancato occasione per ricordare come la presenza dello Stato a Rocca Salimbeni resterà fino a quando sarà utile, cioè fino alla completa messa in sicurezza dell’istituto di credito senese. O per usare le sue parole nel corso di un incontro coi sindacati: «Lo Stato deve rimanere per mettere Mps in condizione di essere una banca che sta in piedi in modo profittevole per Siena e per l’Italia». Certo,la strada da prendere in futuro resta pur sempre quella di un’aggregazione o di una fusione, ma qui lo scenario si fa complesso e lungo. Almeno quanto lo sarà il risanamento di Mps. Una conferma diretta è arrivata dalle parole di Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del Mef. «Al momento non ci sono progetti sul tavolo – ha chiarito in una intervista a Bloomberg – ma il settore ha bisogno di un consolidamento, perché ci sono troppe banche. In questo senso – ha aggiunto – Mps potrebbe avere un ruolo. Penso che questo potrebbe iniziare quest’anno». Lo scenario è dunque delineato, il nodo è come percorrerlo. La presidente del Monte, Stefania Bariatti, getta acqua sul fuoco sui conti («La perdita con la quale abbiamo chiuso il 2017 era necessaria, a seguito delle operazioni che abbiamo realizzato sui crediti deteriorati; era già presente nei conti del primo semestre, legata a voci straordinarie e non avrà più impatto sui conti futuri») e guarda avanti con fiducia e senza preoccuparsi troppo dell’esito delle elezioni.

«IL MONTE è una banca che andrà avanti al di là di chi siede al governo – ha detto a margine del convegno Forex a Verona – perché un istituto di credito indipendente e ha un piano di risanamento da portare avanti per quattro anni». L’impressione è chiara: un cambio al vertice del Mef non è destinato a cambiare il cammino del Monte dei Paschi. E d’altronde sarebbe difficile prevedere il contrario: il piano di risanamento, infatti, è stato concordato con la Bce ela vigilanza europea, rimetterci mano o cambiare le carte in tavola significherebbe riaprire una trattativa lunga e complicata con le istituzioni europee. Per questo a Siena si guarda con relativa fiducia all’esito delle urne. La consapevolezza è che l’unico strada da percorre sia quella indicata dal piano – al quale l’ad Marco Morelli sta dedicando il massimo delle energie – e che nulla deve distrarre la banca dal faticoso cammino di risanamento.

 

Carige Mincione cerca alleati per entrare in consiglio

GENOVA

RAFFAELE MINCIONE ha grandi ambizioni per Carige e dovrà ingegnarsi per dimostrare al mercato che non si tratta di velleità. Dopo il suo ingresso nella compagine azionaria della cassa genovese guidata da Paolo Fiorentino, il finanziere napoletano ha deciso di contare anche nella governance. Il nuovo socio punterebbe a ottenere una rappresentanza nel cda per il momento dominato dagli esponenti della famiglia Malacalza e degli altri azionisti di riferimento. Una scelta giustificata dal fatto che Mincione è ormai il terzo socio di Carige con oltre il 5% e che, dopo l’infruttuosa esperienza in Bpm, la voglia di contare è forte. Ma non sarà certo una passeggiata. Se l’attuale board (che scade nel 2019) non assecondasse la richiesta, la risposta potrebbe essere la convocazione di un’assemblea straordinaria per cui, sulla carta, Mincione ha i numeri. Una complicazione deriva dal fatto che, nella riunione della scorsa settimana, il presidente Giuseppe Tesauro non avrebbe aggiornato il cda sulla richiesta del finanziere, spingendo Consob ad accendere un faro sulla vicenda. Difficile prevedere le prossime mosse, soprattutto perché non sono chiari i rapporti tra il cavaliere bianco della finanza e gli altri grandi azionisti della banca, a partire dalla famiglia Malacalza. È evidente infatti che le scelte del board saranno condizionate dalle inclinazioni del primo socio che oggi blinda oltre il 20% del capitale. Se Malacalza chiudesse la porta a Mincione, scaturirà un muro contro muro dagli esiti incerti ma destabilizzanti. Tanto più che nell’ultimo anno Carige è stata percorsa da violente scosse, dalla cacciata dell’ad Guido Bastianini al salvataggio sul filo di lana, fino al recente j’accuse di Malacalza nei confronti di banche e top management. Viceversa un’alleanza tra i due azionisti, magari certificata da un patto parasociale, andrebbe a creare un nocciolo duro in grado di stabilizzare la governance.

UNA SOLUZIONE che forse non dispiacerebbe allo stesso Malacalza, oggetto da mesi di una tenace azione di contenimento da parte di Bce e di alcune anime del corpo sociale. La grande coalizione tanto di moda in politica potrebbe essere una soluzione ideale anche per i vertici di Carige.

Camilla Cresci

 

Di | 2018-05-14T13:14:09+00:00 06/03/2018|Finanza|