L’AZIENDA MARCHIGIANA

Lardini, la dinastia dell’eleganza
Il fiore di stoffa conquista il mondo
«I dipendenti? Mi danno del tu»

Giuliano Molossi  FILOTTRANO (Ancona)

UN PAESE e un’azienda. Filottrano e Lardini. Il centro medievale nel cuore delle Marche e il brand affermato della tradizione sartoriale made in Italy festeggiano 40 anni di felice convivenza. Era il 1978 quando il giovanissimo Luigi Lardini, con poca voglia di studiare ma con tanta passione per la moda, muoveva i primi passi nel piccolo laboratorio sartoriale. Oggi l’azienda che guida insieme ai fratelli Andrea, Lorena e Annarita ha più di 400 dipendenti (che diventano 1.400 con l’indotto), un fatturato di 73 milioni di euro, negozi monomarca in mezzo mondo e quel laboratorio è diventato uno stabilimento all’avanguardia di 20mila metri quadrati che produce ogni giorno 1.500 capispalla. Incontriamo Luigi Lardini nell’elegante e luminoso showroom di via Manzoni a Milano.  Quarant’anni. L’azienda è cresciuta molto ma cosa è rimasto intatto nel tempo?  «La passione, il rigore nella ricerca della qualità, la creatività, la cura dei dettagli».  Com’è strutturata l’azienda?  «Abbiamo le collezioni uomo e donna con il nostro brand (il 40% dei ricavi), poi produciamo per molti grandi e famosi marchi, e infine abbiamo una produzione su misura, con il cliente che sceglie tessuto, modello e particolari del suo abito».  Due anni fa, il regista Michael Moore scelse Lardini (e la Ducati) per raccontare, nel suo docufilm ‘Where to invade next’, l’ottimo rapporto che esiste in Italia fra i titolari di un’azienda e i suoi dipendenti, dimostrare l’alto livello di produttività e il modello di welfare. Suppongo sia stato motivo d’orgoglio…  «Certamente. Moore era rimasto impressionato soprattutto dal rapporto di amicizia e confidenza tra me e i dipendenti che mi danno tutti del ‘tu’, dal fatto che vengono a lavorare col sorriso sulle labbra. Lo aveva colpito anche che, all’ora di pranzo, vanno a casa in pausa per due ore».  La vostra è un’azienda familiare. Quali sono i pro e i contro?  «Bisogna distribuirsi bene i ruoli come abbiamo fatto noi. La successione non mi spaventa perché i ragazzi sono già inseriti in azienda, sono bravi e appassionati, tutt’al più mi preoccupa il fatto che tra cugini possano litigare».  Avete avuto una crescita molto significativa sui mercati esteri ma il primo mercato resta sempre quello italiano?  «Sì, l’Italia è ancora davanti ma subito dopo viene il Giappone, la Corea e poi il mercato europeo, dove stiamo investendo parecchio, soprattutto in Germania e in Belgio. Negli Stati Uniti è più dura. Lavoriamo per i grandi brand ma facciamo fatica a imporre il nostro, a farci conoscere. Comunque sono fiducioso».  Il simbolo dell’azienda è un fiorellino colorato, come nasce?  «Cosa c’è di più bello di un fiore? È il nostro segno di riconoscimento, nasce una decina di anni fa proprio per distinguere subito i nostri capi. Ha avuto molto successo».  Lei è appassionato di sport, negli ultimi anni si è tolto qualche soddisfazione…  «Sì, con la squadra di pallavolo femminile che abbiamo portato fi- no alla massima serie. È stata una grande gioia. Ma per restare a certi livelli servono investimenti importanti».  Innovazione per voi in cosa si traduce?  «Nella ricerca spasmodica sui tessuti, cerchiamo di anticipare gli altri».  In che modo la rivoluzione tecnologica vi ha coinvolto?  «Oggi sei obbligato a essere sui social, in particolare su Instagram. È molto importante esserci, ti danno grande visibilità. Però fanno diventare tutto vecchio subito».  Cos’è l’eleganza per lei?  «La differenza la fa il dettaglio, la fanno gli accessori. Se lo stesso abito è indossato da due persone diverse, una è elegante e l’altra rimane nell’anonimato».  Un uomo e una donna elegante, faccia due nomi.  «Marcello Mastroianni, che mi sarebbe piaciuto molto vestire, e l’attrice Keira Knightley».


Strategie. La cura Geox: Diadora cresce e assume

Piero Ceccatelli  MONTEBELLUNA

INCREMENTI a doppia cifra per Diadora, il marchio della calzatura e dell’abbigliamento sportivo che il gruppo Geox ha rilanciato sui mercati mondiali. I dati del fatturato consolidato 2017 parlano di 165 milioni, il presidente del gruppo, Mario Moretti Polegato, sottolinea con soddisfazione l’incremento occupazionale nell’azienda. «Abbiamo riassunto parte del personale che era stato esodato: sapienti calzolai di grande esperienza e capacità che hanno recuperato il posto e permesso all’azienda di ritrovare competenze preziose», spiega. I dati parlano da soli: dai 176 addetti al 31 dicembre 2014 – prima dell’ingresso del gruppo Geox – si è arrivati a 262 (+17%) alla fine dello scorso anno. Si è tornati in parte alla produzione interna e si è lanciata una tomaia interamente made in Italy. Il legame con il nostro Paese, del resto, per Geox è una bandiera da tenere alta.

«I CONCIATORI italiani sono i migliori al mondo per versatilità e conoscenze – assicura Moretti Polegato –: unite allo stile dei nostri designer, fanno di Diadora uno degli esempi di punta dello stile italiano». Il manager ricorda quando i giornali diedero la notizia dell’acquisizione di Diadora: «Nello stesso giorno Pernigotti fu rilevata dai turchi: mantenere in Italia un nostro marchio fu per noi motivo di orgoglio». A livello di vendite, l’Italia assorbe ancora il 61% del totale, ma la quota estera è in aumento. Qui l’Europa (Germania e Inghilterra in primis) cresce del 20%, gli Usa addirittura del 117%. In Asia il piano di crescita online si chiuderà nel 2022, grazie anche al riacquisto del marchio finito nelle mani di un fondo di Hong Kong.

SUL FRONTE immagine, Diadora punta come testimonial su giovani promesse del tennis maschile e femminile. E sugli arbitri italiani, di cui è fornitrice ufficiale per le divise. E con l’incremento di personale dovuto all’introduzione del Var e ai tempi lunghi delle pause sui campi di calcio per le consultazioni su gol da annullare o calci di rigore da assegnare, il ritorno d’immagine in fatto di inquadrature televisive non manca di certo.

 

Di |2018-10-02T09:24:40+00:0027/03/2018|Imprese|