L’AZIENDA BOLOGNESE TORNA A CRESCERE

Faac, i cancelli aperti
su un futuro dorato
«La Curia è il miglior
proprietario possibile»

Simone Arminio

BOLOGNA

I CONICO l’istogramma che descrive la crescita di Faac, multinazionale tascabile delle automazioni con sedi in tutto il mondo e la testa a Zola Predosa, Bologna. Mostra una crescita sempre costante dal 1965 ad oggi. Un unico inciampo, nel 2013. L’anno nero della custodia giudiziaria, per via di una contesa legale che in molti ricorderanno: l’anno prima il proprietario, Michelangelo Manini, muore senza eredi e con un colpo di teatro lascia l’azienda (2.500 dipendenti oggi, 420 milioni il fatturato previsionale 2017) alla Curia di Bologna. Ma l’eredità è contesa, cominciano le cause, e con loro arriva il sequestro dei beni e una custodia giudiziaria, fulmine a ciel sereno, che impacchetta e congela l’azienda per mesi, bloccando la sua corsa alle acquisizioni nel momento più bello. «Lo ricordo bene, quel periodo – spiega Andrea Marcellan, ad dell’azienda fin dai tempi di Manini – soprattutto perché vedemmo sfumare per sempre un’operazione importantissima». Cosa accadde? Marcellan usa una metafora: «Stavamo ballando alla grande e all’improvviso, non per nostra volontà, abbiamo dovuto abbandonare in fretta la festa. La voce si sparse, la contesa legale era sui giornali, banche e società d’affari smisero di considerarci e al contempo da predatori diventammo una preda perfetta. Uno stallo durato fino a giugno 2015, poi la Faac ha ripreso la sua corsa: dai 331 milioni di euro del 2014 ai 357 del 2015, ai 389 del 2016 e gli oltre 420 presunti del 2017. Continua a fare notizia la proprietà, certo. Anche grazie a una struttura che «finora – scherza il presidente Andrea Moschetti –, in Italia era solo teoria». Funziona così: la Curia di Bologna, proprietaria al 100%, e unica beneficiaria dei proventi, si è spossessata giuridicamente della proprietà, costituendo un Trust e nominando tre trustee (uno è Moschetti) divenuti titolari della nuda proprietà delle azioni, con solo alcuni paletti irrevocabili: dalla condizione che Cda e top management determinino strategia e quotidiana gestione, a un’attenzione maggiore sul welfare aziendale, fino al divieto di lasciare Bologna e l’Italia.

PROBLEMI? «Io vedo solo vantaggi – chiarisce Marcellan –. Chi può contare su una proprietà che non entra nel merito della gestione e che destina la stragrande maggioranza dei proventi all’azienda, che in questo modo può continuare ad autofinanziarsi?». E vantaggi li vede anche la città, visto che con i dividendi Faac, la Curia ha finanziato insieme un Patto per il lavoro siglato con istituzioni e parti sociali e rivolto alla riduzione della disoccupazione giovanile e al reinserimento professionale delle vittime della crisi. I CONICOl’istogramma che descrivela crescita di Faac, multinazionale tascabile delle automazioni con sedi in tutto il mondo e la testa a Zola Predosa, Bologna. Mostra una crescita sempre costante dal 1965 ad oggi. Un unico inciampo, nel 2013. L’anno nero della custodia giudiziaria, per via di una contesa legale che in molti ricorderanno: l’anno prima il proprietario, Michelangelo Manini, muore senza eredi e con un colpo di teatro lascia l’azienda (2.500 dipendenti oggi, 420 milioni il fatturato previsionale 2017) alla Curia di Bologna. Ma l’eredità è contesa, cominciano le cause, e con loro arriva il sequestro dei beni e una custodia giudiziaria, fulmine a ciel sereno, che impacchetta e congela l’azienda per mesi, bloccando la sua corsa alle acquisizioni nel momento più bello. «Lo ricordo bene, quel periodo – spiega Andrea Marcellan, ad dell’azienda fin dai tempi di Manini – soprattutto perché vedemmo sfumare per sempre un’operazione importantissima». Cosa accadde? Marcellan usa una metafora: «Stavamo ballando alla grande e all’improvviso, non per nostra volontà, abbiamo dovuto abbandonare in fretta la festa. La voce si sparse, la contesa legale era sui giornali, banche e società d’affari smisero di considerarci e al contempo da predatori diventammo una preda perfetta. Uno stallo durato fino a giugno 2015, poi la Faac ha ripreso la sua corsa: dai 331 milioni di euro del 2014 ai 357 del 2015, ai 389 del 2016 e gli oltre 420 presunti del 2017. Continua a fare notizia la proprietà, certo. Anche grazie a una struttura che «finora – scherza il presidente Andrea Moschetti –, in Italia era solo teoria». Funziona così: la Curia di Bologna, proprietaria al 100%, e unica beneficiaria dei proventi, si è spossessata giuridicamente della proprietà, costituendo un Trust e nominando tre trustee (uno è Moschetti) divenuti titolari della nuda proprietà delle azioni, con solo alcuni paletti irrevocabili: dalla condizione che Cda e top management determinino strategia e quotidiana gestione, a un’attenzione maggiore sul welfare aziendale, fino al divieto di lasciare Bologna e l’Italia. PROBLEMI? «Io vedo solo vantaggi – chiarisce Marcellan –. Chi può contare su una proprietà che non entra nel merito della gestione e che destina la stragrande maggioranza dei proventi all’azienda, che in questo modo può continuare ad autofinanziarsi?». E vantaggi li vede anche la città, visto che con i dividendi Faac, la Curia ha finanziato insieme un Patto per il lavoro siglato con istituzioni e parti sociali e rivolto alla riduzione della disoccupazione giovanile e al reinserimento professionale delle vittime della crisi.

Di | 2017-12-12T15:05:40+00:00 12/12/2017|Imprese|