L’ASCESA DEL NEO-PROTEZIONISMO

Addio alla globalizzazione
ritornano le vecchie frontiere
Il libero scambio minacciato
dai nuovi dazi americani

Elena Comelli

MILANO

ADDIO globalizzazione, benvenuti nel mondo dove le frontiere che si credevano abbattute per sempre tornano a rivestire un ruolo fondamentale nel separare i Paesi, anche e soprattutto nel mondo dell’economia e dei mercati. La guerra commerciale Usa-Cina è in pieno svolgimento, malgrado i tweet di presidente Donald Trump che afferma il contrario. All’ultima mossa di Trump, che dopo i dazi sull’acciaio ha preso di mira un migliaio di prodotti cinesi su cui gli Usa applicheranno dazi del 25%, per un valore di 50 miliardi di dollari, Pechino ha risposto pubblicando un elenco di 128 prodotti statunitensi su cui intende praticare «contro-dazi» di pari valore e per gli esperti siamo solo agli inizi di una baruffa che non è dato sapere in che modo terminerà. E nel frattempo la Corea del Sud ha già siglato un primo accordo, al di fuori della cornice Wto, per riformare il trattato di libero scambio cocnluso sei anni fa con Washington, il Korus, considerato dal presidente Usa un accordo «ammazza occupazione», proprio come il Nafta, il trattato che Canada e Messico sono state chiamate a rivedere sotto il medesimo ricatto.

I NAZIONALISTI economici, che hanno molto potere nell’amministrazione Trump, preferiscono gli equilibri bilaterali all’equilibrio multilaterale nei commerci, il bilateralismo al multilateralismo in politica economica e l’esercizio del potere unilaterale da parte degli Stati Uniti alla cooperazione radicata nelle istituzioni internazionali seguite al Piano Marshall, da cui ha avuto origine l’abbandono della filosofia del bilateralismo negli scambi commerciali, tipica degli anni Trenta. Il passaggio dall’equilibrio bilaterale a quello multilaterale, quasi settant’anni fa, fu il punto di partenza per l’esplosione dei commerci che ha sospinto la crescita globale. In un’economia multilaterale, le bilance commerciali bilaterali non hanno importanza, ma contano solo i vincoli di bilancio complessivi. «Il fatto che io sia costantemente in deficit con il supermercato più vicino a casa mia non dovrebbe rappresentare un motivo di preoccupazione per me, finché non esaurisco le mie risorse complessive», spiega Martin Wolf in un recente saggio sul protezionismo. E aggiunge: «Pensate a come sarebbero le nostre economie se ogni azienda avesse l’obbligo di bilanciare le sue vendite e acquisti con tutte le altre. Sarebbe un’autentica follia». Proprio in questa follia stiamo entrando ora. Gli effetti di questo schema nuovo, ma molto simile a quello dominante negli anni Trenta, non sono ancora noti, che viene già da chiedersi: come ci si protegge dal protezionismo? «Quello che noi ci aspettiamo è che l’economia americana comunque cercherà di mantenere una domanda interna forte per i prodotti domestici. Chi subirà di più i dazi saranno soprattutto i Paesi asiatici, ma non meno l’Europa, che basa sull’export – in particolare la Germania ma anche l’Italia – buona parte dei suoi promotori di crescita», spiega Alessandro Gandolfi, managing director di Pimco Italia.

A LIVELLO GLOBALE, come ricorda Ubs in uno studio pubblicato pochi giorni fa, misure del genere possono anche risolversi in un gioco a somma zero: l’eventuale applicazione da parte degli Stati Uniti di dazi medi all’ingresso per il 10% e di sussidi all’export di pari misura si tradurrebbe – secondo la banca d’affari elvetica – in un aumento del Pil americano dello 0,9% e in un contemporaneo rallentamento della crescita nel resto del mondo dello 0,4%.Ma un effetto tutt’altro che secondario delle politiche protezionistiche è l’aumento dell’inflazione interna, dal momento che le imposte sulle importazioni finiscono per gravare, del tutto o in parte, sui consumatori. Sempre secondo Ubs, l’indice dei prezzi al consumo Usa potrebbe subire una spinta al rialzo ulteriore dello 0,8%, un impatto che rischia invece di essere diametralmente opposto (-1,4%) nel resto del mondo, soprattutto a causa del possibile apprezzamento del dollaro. La possibile reazione della Federal Reserve a questo nuovo scenario non così propizio per gli Usa pone qualche grattacapo in più ai possessori di bond, perché porterebbe con sé un aumento dei loro tassi e quindi una diminuzione dei prezzi di ciò che si ha in portafoglio. «La guerra commerciale potrebbe tradursi anche in una guerra valutaria, con le banche centrali che s’ingaggiano in una corsa verso il basso, per dare impulso alle esportazioni attraverso la svalutazione monetaria. In questo caso, il valzer verso le attività finanziarie prive di rischio potrebbe tornare di moda, con l’oro a trionfare su tutte le altre alternative», sostiene Sarah Salamoun di Indosuez Wealth Management. E come negli anni Trenta, l’unica sicurezza resta sempre il regresso verso il metallo giallo.

 

Di | 2018-04-09T16:20:41+00:00 09/04/2018|Primo piano|